Pubblichiamo le riflessioni di un militante di Potere al Popolo sull’ennesima morte di un lavoratore agricolo durante la stagione estiva nelle nostre campagne. 

Negli anni Novanta ho fatto diverse stagioni a raccogliere cipolle in estate. Era un lavoro duro: otto ore sotto il sole, il thermos di acqua fresca da cui bere a intervalli regolari, le lunghe pause per evitare la canicola del primo pomeriggio. Ricordo ancora perfettamente cosa significasse riprendere il lavoro quando il caldo non aveva ancora mollato la presa.

Forse è anche per questo che mi ha colpito così tanto la notizia di un ragazzo di diciannove anni morto dopo essersi sentito male mentre raccoglieva pomodori in un campo del Cremonese.

Si chiamava Marian.

Ho provato in questi giorni a capire qualcosa di più della sua storia e delle circostanze della sua morte, ma a quasi una settimana di distanza sappiamo ancora molto poco. Non conosciamo le cause definitive del malore, non è stato reso pubblico l’esito dell’autopsia, sappiamo che risultava regolarmente assunto, ma poco o nulla sull’organizzazione concreta del suo lavoro, sugli orari, sulle pause, sulla struttura dei rapporti tra i diversi soggetti coinvolti.

Una morte mentre si lavora in un campo di pomodori fa poco rumore. E un ragazzo di diciannove anni che lavora di domenica, sotto il sole di agosto, corrisponde poco all’immagine del “maranza”, nuovo spauracchio delle nostre città, o a quella altrettanto comoda del giovane viziato che passa le giornate sul divano e non ha voglia di lavorare.

Prima che Marian diventi semplicemente una statistica, però, vale forse la pena provare a guardare attraverso questa storia uno squarcio della nostra estate italiana.

Non sappiamo se Marian sia morto per il caldo o per altre ragioni, e sarebbe sbagliato attribuire responsabilità che oggi nessuno è in grado di dimostrare. Ma la formula “era regolarmente assunto” non può nemmeno chiudere ogni riflessione sulle condizioni del lavoro.

Chi ha lavorato nei campi sa che tra ciò che è scritto in una norma o in un contratto e quello che accade concretamente durante una giornata di lavoro può esserci molta distanza. La possibilità di fermarsi quando il caldo diventa insopportabile non dipende soltanto dall’esistenza di un’ordinanza: dipende anche dal rapporto che hai con chi organizza il lavoro, dalla stabilità del tuo contratto, dalla possibilità di dire di no a una richiesta senza temere che quella sia l’ultima giornata in cui vieni chiamato.

Non so se nulla di tutto questo riguardasse Marian. So però che questi meccanismi esistono.

Ricordo di avere visto persone sentirsi male alla ripresa del turno pomeridiano. Ricordo che nei periodi più caldi si arrivava già stanchi al lavoro, soprattutto quando a casa non c’era un ambiente fresco in cui recuperare. Ricordo che, se c’era un lotto da finire o un’urgenza, i ritmi potevano aumentare, poteva capitare di iniziare un po’ prima o di fermarsi un po’ di più.

Ed è proprio qui che la storia di un ragazzo di diciannove anni incontra una questione molto più grande.

Il mercato del lavoro è diventato più feroce, soprattutto per chi è giovane e dispone di poco potere contrattuale. E contemporaneamente sta diventando più feroce anche il clima.

Il pomodoro da industria è una delle colture caratteristiche del nostro territorio e dovrà fare i conti sempre di più con estati calde e siccitose, disponibilità d’acqua meno prevedibile, competizione crescente per la risorsa idrica e costi produttivi maggiori. Non è una previsione astratta: già oggi vengono finanziati progetti per adattare questa coltura al cambiamento climatico, ridurre lo stress idrico e utilizzare l’acqua in maniera più efficiente.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi pagherà il costo dell’adattamento?

Può pagarlo la filiera, cambiando tecniche agricole, tempi di produzione, organizzazione del lavoro e distribuzione dei profitti.

Può farsene carico anche il sistema pubblico, attraverso investimenti, ricerca, infrastrutture, controlli e sostegno alle trasformazioni necessarie.

Oppure possiamo scegliere la strada più semplice: lasciare che una parte del conto venga pagata dall’ambiente, consumando una risorsa sempre più preziosa come l’acqua, e un’altra dai lavoratori, continuando a organizzare il lavoro come se le estati di oggi fossero ancora quelle di trent’anni fa.

Non so ancora perché sia morto Marian.

So che aveva diciannove anni e che domenica pomeriggio stava lavorando in un campo di pomodori.

E forse, prima che la sua storia scompaia definitivamente dalle pagine dei giornali, vale la pena fermarsi almeno un momento a guardare questa estate italiana da quel campo.