Pochi mesi fa, al Festival Costellazioni della Casa del Popolo Estella, ci interrogavamo su una domanda tanto semplice quanto radicale: chi può essere adolescente oggi?

Parlavamo di come la tutela dei minori stia progressivamente arretrando. Di una scuola sempre meno luogo di formazione critica e sempre più piegata alle esigenze del mercato e della guerra. Di un sistema che, quando il conflitto sociale emerge, smette di vedere ragazzi e ragazze come soggetti da accompagnare e li considera invece un problema di ordine pubblico, soprattutto se appartengono alle classi popolari.

Partivamo dal DDL Caivano per riflettere su una trasformazione più ampia: la progressiva sostituzione delle politiche educative e sociali con strumenti repressivi.

Oggi quella riflessione appare ancora più attuale di fronte alla proposta del governo Meloni di intervenire sull’età dell’imputabilità. Ancora una volta la risposta ai temi che riguardano le giovani generazioni non sembra essere investire nella scuola, nei servizi sociali, nella salute mentale, negli spazi di aggregazione o nelle opportunità a loro favore, ma anticipare la punizione.

È una scelta precisa di costruire l’ennesimo nemico, prima ancora di un cambiamento giuridico: smettere di considerare i minori come persone in formazione e iniziare a trattarli sempre più come adulti quando si tratta di punirli, senza riconoscere loro il diritto di partecipare, dissentire o costruire il proprio futuro.

Uno fra tanti il caso torinese, dove quattro giovanissimi coinvolti nelle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza risultano ancora sottoposti a misure che impediscono loro di frequentare regolarmente la scuola. Uno di loro è stato persino trasferito a migliaia di chilometri dal territorio in cui aveva costruito relazioni e una rete di supporto pur essendo un minore non accompagnato. Al di là delle singole vicende giudiziarie, colpisce il messaggio politico: colpire una generazione che negli ultimi anni ha rimesso al centro il tema della Palestina e ha scelto di mobilitarsi contro un genocidio in corso.

Lo stesso paradigma emerge anche nella repressione del movimento No Tav in Val di Susa: da anni centinaia di giovani, molti dei quali giovanissimi e provenienti da diversi Paesi europei, vengono sottoposti a un trattamento repressivo sproporzionato, con imputazioni pesanti, misure cautelari e un linguaggio pubblico che tende ad assimilarli a terroristi o alla criminalità organizzata.

Solo pochi giorni fa molti venivano inseguiti perfino nella stazione ferroviaria mentre aspettavamo un treno per tornare a casa, e lo vediamo con l’arrivo di Meloni al cantiere e la condanna unanime delle proteste da parte di tutto l’arco parlamentare, dalla destra al “campo largo”.

Eppure, si tratta di giovani che incarnano lo spirito e le sfide contemporanee di giustizia ambientale e che partecipano a una mobilitazione sociale contro l’ennesima speculazione, un’opera inutile e dannosa, denunciandone l’impatto sui territori e sulla vita delle comunità che li abitano.

Nell’incontro abbiamo parlato anche dei minori palestinesi, che da decenni vengono processati dal sistema militare israeliano e trattati come adulti quando resistono all’occupazione, subendo arresti, detenzione e molteplici forme di violenza. Sono contesti diversi, ma la domanda rimane la stessa: cosa succede quando il potere sceglie di rispondere al dissenso giovanile non con l’ascolto, ma con la repressione?

Stiamo assistendo all’ennesimo tentativo di disciplinamento delle nuove generazioni. Mentre si irrigidisce la risposta penale, continuano i tagli alla scuola pubblica, ai servizi sociali e al welfare. Si ostacola l’educazione affettiva e sessuale, mentre le nuove linee guida scolastiche sembrano privilegiare una narrazione identitaria, occidentale e confessionale (di una sola religione su tutte), invece di costruire una scuola realmente inclusiva, capace di leggere la complessità del presente e di valorizzare le differenze.

Per questo appaiono insufficienti e poco credibili anche molte delle critiche provenienti dal centrosinistra. Non basta contestare l’inasprimento delle politiche penali se, negli anni, si sono condivise o accettate politiche di riduzione degli investimenti nella scuola, nei servizi sociali e nel welfare. A Torino lo vediamo ogni giorno: famiglie che affrontano sfratti, giovani privati di spazi, educatori lasciati senza risorse. È in questo vuoto che cresce la marginalità che oggi si pretende di risolvere con il diritto penale.

La domanda che ci ponevamo al Festival Costellazioni resta allora più urgente che mai.

Chi ha diritto di essere considerato un minore? E che società stiamo costruendo se, davanti alle fragilità e ai conflitti delle nuove generazioni, scegliamo sistematicamente la repressione invece della scuola, della cura, della giustizia sociale e dell’estensione dei diritti?

Tutto questo in un contesto in cui la povertà e l’esclusione sociale tocca il 26,7% dei minori sotto i 16 anni, dato che va ad aggravarsi nelle famiglie monogenitoriali (affidate per l’80% alle donne), dove si raggiunge il 48,4% se il genitore è la madre contro il 30,9% se il genitore è il padre. Diventa chiaro, qui, come la discriminazione e la fragilità delle donne nel contesto lavorativo e lo stesso gender gap siano tasselli non trascurabili: nel 2025 l’Italia era all’85° posto nel ranking globale sul gender gap e l’assegno pensionistico delle donne è risultato inferiore del 44% rispetto a quello degli uomini. Capiamo bene che ora, più che mai, è necessaria la volontà politica di affermare diritti e tutele per le lavoratrici donne, che non possono più essere considerate accessorie ma, al contrario, i soggetti principalmente responsabili della crescita di minori, in un contesto dove il welfare è assolutamente insufficiente, se non assente.

Il mondo del lavoro, oltretutto, riguarda sempre più anche i minori (con l’alternanza scuola lavoro) senza riuscire ad essere adeguato a chi ha bisogno di immettersi nel mercato. Da un lato si alza il livello della repressione, dall’altro si continua a considerare i giovani come forza lavoro a basso costo. Tirocini, stage e percorsi di alternanza vengono troppo spesso utilizzati come strumenti di lavoro sottopagato o gratuito, arricchendo imprese e aziende senza offrire reali percorsi di formazione e di emancipazione. Ai giovani si chiede di essere produttivi sempre prima, ma si negano salari dignitosi, stabilità e prospettive e già sono tanti i nomi che contiamo di giovanissimi morti sul lavoro da Fabrizio Pittalis a Patrizio Spasiano.

Nello stesso tempo, soprattutto nelle periferie, tanti ragazzi vengono guardati prima di tutto come un problema di sicurezza. Il caso di Ramy Elgaml a Milano è diventato il simbolo di questo approccio: ci sono voluti mesi prima che emergessero elementi in grado di mettere in discussione le ricostruzioni iniziali dell’intervento delle forze dell’ordine.

Dalla scuola al lavoro, dalle piazze alle periferie, il messaggio che sembra emergere è lo stesso: zittire, disciplinare le nuove generazioni invece di garantire loro gli strumenti per costruire un futuro. Per questo la battaglia contro l’abbassamento dell’età dell’imputabilità non può essere separata dalla difesa della scuola pubblica, del welfare, del diritto all’abitare, del lavoro dignitoso e del diritto dei giovani a organizzarsi, protestare e immaginare un mondo diverso.