Paolo Pepe, 45 anni; Carlo Spinelli, 54 anni; Nicola Colameo, 46 anni; Gianluca De Santis, 43 anni; Fernando Di Nella, 62 anni; Giulio Romano, 56 anni; Bruno Molisani, 48 anni. Chi sono? Sono gli operai morti ammazzati sul lavoro alla Esplodenti Sabino di Casalbordino, in provincia di Chieti, dal 1992 a ieri. Sei dei quali solo negli ultimi sei anni, in due stragi, causate da esplosioni, in ognuna delle quali hanno perso la vita tre lavoratori. Fino a ieri, appunto, quando una nuova esplosione ha ucciso Carlo Piscopo, 59 anni.
Più che uno stabilimento, un sacrario della classe lavoratrice, a memoria della sua condizione di insicurezza e a monito della necessità di riequilibrare i rapporti di forza tra lavoratori e soggetti che tengono e muovono le catene di comando del sistema produttivo italiano.
La Esplodenti Sabino, ora rilevata da Arca Defence Italy, ramo d’azienda del colosso turco Arca Defence, si occupava dello smantellamento e recupero di residuati bellici ed esplosivi. Con l’ingresso di Arca Defence, lo stabilimento di Casalbordino sarà convertito alla produzione diretta di munizioni, gettando i circa 60 lavoratori dell’ex Esplodenti Sabino e il territorio sul quale insiste dentro l’economia di guerra. Nel frattempo, nello stabilimento si sta procedendo alla bonifica nel corso della quale, ieri, si è consumata l’ennesima tragedia.
La ex Esplodenti Sabino si trova in un’area produttiva (quella del Vastese) che soffre da anni una crisi occupazionale, con circa 28.000 persone in cerca di un lavoro o con contratti a breve termine su un totale di poco meno di 100.000 abitanti. Questo è il territorio che negli anni scorsi ha visto la chiusura di diversi stabilimenti, tra i quali la Golden Lady, delocalizzata dove sfruttare lavoratori è ancora più conveniente che qui, dove, comunque, il reddito procapite è di poco più di 20.000 euro, spesso insufficiente per vivere dignitosamente.
Insomma, sacche enormi di disoccupazione e salari insufficienti. In una parola: ricattabilità. Una condizione che spesso e volentieri mette i lavoratori di fronte alla ignobile alternativa tra accettare il rischio o perdere il salario. Paolo Pepe, Carlo Spinelli, Nicola Colameo, Gianluca De Santis, Fernando Di Nella, Giulio Romano, Bruno Molisani e Carlo Piscopo lavoravano per un salario; per quel salario hanno perso la vita, pagando il prezzo più alto sull’altare del profitto. Eccolo lo specchio della lotta di classe, inevitabile e di cui recuperare il senso dalla parte dei lavoratori.
Perché non possiamo più accettare che una classe imprenditoriale e un ceto politico a quella accomodante, permettano il permanere di condizioni di vita e di lavoro che sono il presupposto della morte di oltre 1.000 lavoratori ogni anno (senza considerare le morti per malattia) che Engels considerava (in questo caso più che mai calzante) “tanto violenta quanto quella per mano di un proiettile”.
Ecco, allora, che non basta chiedere più controlli: occorre rimuovere le condizioni che permettono a pochi di godere dei profitti fatti sulla vita stessa dei lavoratori.
In questo senso: la produzione della ex Esplodenti Sabino andrebbe fermata immediatamente, garantendo ai lavoratori il salario pieno pagato dall’azienda e la sua produzione andrebbe riconvertita al settore civile, capace, tra l’altro di garantire maggiore occupazione e molti meno rischi per chi lavora e per chi vive sul territorio; andrebbe istituito il reato di omicidio sul lavoro e, accogliendo il suggerimento di Engels, bisognerebbe imporre ai datori di lavoro colpevoli di omissione delle misure di sicurezza, di provvedere per tutta la vita al mantenimento dei dipendenti non più in grado di lavorare a causa di infortuni o malattie professionali e, in caso di morte del lavoratore, al mantenimento della sua famiglia.
Ma, lo sappiamo, nulla sarà regalato; tutto deve essere conquistato attraverso il protagonismo dei lavoratori nelle lotte.