Con l’avvio della bella stagione, il Comune di Napoli ha approvato l’ordinanza che disciplina il periodo balneare. Con un inusuale moto di entusiasmo, il sindaco Manfredi ha comunicato l’elenco delle aree balneabili, definito sulla base dei monitoraggi dell’ARPAC.

Nessuno vuole smorzare questo slancio, ma la realtà è ben diversa: il litorale è, di fatto, interdetto ai più. I lidi privati impongono tariffe proibitive, mentre le rare spiagge libere sono inaccessibili o abbandonate al degrado.

CE LO CHIEDE L’EUROPA

Prima di introdurre il tema della diffusione dei lidi privati sulla costa napoletana, è necessario partire da una digressione che va oltre il contesto locale, prendendo in considerazione il lungo braccio di ferro tra il governo italiano e le istituzioni europee innescato dall’approvazione della Direttiva Bolkestein del 2006 che impone gare trasparenti e affidamenti limitati nel tempo per le concessioni demaniali.

Per vent’anni, l’Italia ha opposto alla Direttiva una resistenza bipartisan, elevando l’immobilismo a prassi di governo. Senza distinzioni di colore politico, ogni esecutivo ha sistematicamente scelto il rinvio, assecondando gli interessi corporativi dei concessionari storici. Nonostante le procedure d’infrazione, le sentenze della Corte di giustizia UE e i moniti del Consiglio di Stato, la politica nazionale ha blindato le proroghe automatiche per preservare le rendite di posizione esistenti.

Al modello europeo, fondato su concorrenza e rotazione, l’Italia oppone un sistema di concessioni ultradecennali che ha cristallizzato posizioni di potere, intrecciate a doppio filo con la politica e capaci di condizionare l’agenda legislativa. È una logica semi-feudale che coinvolge ampi settori dell’economia nazionale: la difesa della rendita e il familismo prevalgono finanche sui principi del libero mercato.

Le pressioni europee hanno spinto il governo ad avviare dal 2023 una fase di transizione verso il modello competitivo, passando da una resistenza frontale a una strategia di contenimento dell’impatto, cercando di mitigare l’apertura al mercato attraverso la recente introduzione di indennizzi per i gestori uscenti.

Il termine ultimo della transizione è fissato al 31 dicembre 2027, ma il processo resta ostaggio dell’inerzia governativa, a partire dal colpevole ritardo del Ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini nell’approvazione del bando-tipo. Questo stallo ha scaricato il conflitto sugli enti locali: senza linee guida nazionali, i Comuni rimangono paralizzati dal timore di contenziosi, frenando di fatto l’avvio delle singole procedure di gara.

LE MANI SU POSILLIPO

Il modello nazionale trova piena applicazione nel contesto napoletano, caratterizzato dall’elevata concentrazione di stabilimenti balneari e piattaforme private nel quartiere di Posillipo, uno dei pochi tratti effettivamente balneabili in prossimità del centro cittadino, caratterizzato da una qualità delle acque e dei fondali sensibilmente superiore alla media urbana.

In questo contesto, la straordinaria panoramicità sul Golfo e l’elevato pregio residenziale hanno reso l’area compresa tra Riva Fiorita e Marechiaro — così come il tratto tra Mergellina e l’inizio di Posillipo — particolarmente appetibile per soggetti privati alla ricerca di facili guadagni. Anche in questo caso, la presenza degli stabilimenti privati è regolamentata da concessioni demaniali assegnate decenni fa, costantemente rinnovate in assenza di qualsiasi procedura concorsuale, a fronte di un canone demaniale a dir poco simbolico se rapportati alla redditività derivante dalla gestione dei servizi su tratti di costa altamente strategici.

La situazione è mutata quando l’Autorità Portuale è stata costretta a varare una procedura d’emergenza per la gestione di una parte consistente del litorale posillipino. I bandi di gara non rispecchiano i principi imposti dalle istituzioni comunitarie ma rappresentano una soluzione transitoria imposta dalla giustizia amministrativa: l’annullamento delle proroghe, privando i gestori di ogni titolo legittimo, ha esposto l’ente a contenziosi milionari, rendendo la gara una scelta obbligata.

L’esito delle procedure [1] ha rivelato una criticità profonda: l’aumento dei canoni — passati da 30mila a circa 250mila euro annui — ha finalmente scoperchiato l’enorme privilegio goduto dai lidi storici per decenni. Le ingenti rendite di posizione accumulate grazie a canoni irrisori hanno garantito al Bagno Elena e al Bagno Ideal un vantaggio competitivo tale da permettere loro di confermare le concessioni, trasformando quella che doveva essere una gara aperta in una conferma della propria egemonia consolidata.

Con l’aggiudicazione del terzo lotto (Spiaggia delle Monache) alla Romeo Alberghi Srl, Alfredo Romeo [2] torna protagonista sulla scena cittadina nonostante le vicende giudiziarie che hanno segnato il suo profilo imprenditoriale. L’immobiliarista, pienamente inserito nel sistema affaristico locale, ha gestito per anni il patrimonio comunale, fino alla risoluzione del rapporto voluta dalla giunta De Magistris nel quadro del processo di “ripubblicizzazione” dei servizi.

Al di là dell’esito del recente bando, può risultare utile riportare alcuni dati sui lidi privati di Posillipo che rendono evidente l’estrema redditività garantita dalle concessioni pluridecennali sui tratti più ambiti della costa napoletana.

 

elena BAGNO ELENA
Titolare concessione: Bagno Elena Srl
Fondazione[3]: 1840
Tariffa giornaliera[4]: 40 €
Canone demaniale annuo (2025): 16.173,25 €

Esito bando 2026 [1]: confermata

Canone demaniale (post gara): 53.000 €

 

sirena BAGNO SIRENA POSILLIPO
Titolare concessione: Bagno Sirena Srl
Fondazione [3]: 1880 (primo atto 1921)
Tariffa giornaliera [4] : 32 €
Canone demaniale annuo: 4.942,72 €

 

marechiaro LIDO MARECHIARO
Titolare: Lido Marechiaro (Vincenzo Colucci)
Fondazione [3] : 1955 (atto concessione)
Tariffa giornaliera [4] : 42 €
Canone demaniale annuo: 3.225,50 €

 

ideal BAGNO IDEAL
Titolare concessione: Lido Ideal Srl
Fondazione [3] : 1948
Tariffa giornaliera [4]: 34 €
Canone demaniale annuo (2025): 5.502,11 €

Esito bando 2026 [1] : confermata

Canone demaniale (post gara): 67.000 €

GESTORI SENZA LIMITI

Come se non bastasse l’occupazione di ampie e redditizie aree delle coste partenopee, in diversi casi i gestori degli stabilimenti balneari hanno finito per estendere le proprie prerogative ben oltre quanto previsto dalla concessione demaniale, comportandosi di fatto come proprietari delle aree loro affidate.

L’arroganza dimostrata dai gestori dei lidi privati, accompagnata dall’inerzia (se non dalla tolleranza) delle istituzioni pubbliche, ha finito per creare una sorta di diritto consuetudinario parallelo che ha di fatto assimilato i concessionari a padroni della spiaggia. Un lido privato può offrire una serie di servizi facoltativi ai bagnanti: fornire ombrelloni e lettini, gestire bar e punti ristoro, mettere a disposizione docce e spogliatoi, garantire servizi igienici, noleggiare attrezzature per sport acquatici (canoe, pedalò, ecc.) e organizzare attività ricreative o sportive. STOP!

La gestione di un tratto di spiaggia, invece, si traduce spesso in un controllo di fatto dello spazio: ai bagnanti che non usufruiscono dei servizi del lido viene impedita la possibilità di accedere al mare o di passeggiare lungo la battigia. In molti casi, inoltre, la disposizione di lettini, ombrelloni e altre attrezzature riduce gli spazi liberi, limitando l’uso della spiaggia per tutti i bagnanti.

GARANTIRE LA PIENA ACCESSIBILITÀ ALLE SPIAGGE

Nel costante allargamento dei propri privilegi, i lidi privati hanno trasformato un bene pubblico in un territorio da presidiare. Emblematica, in questo senso, è la vicenda — più volte al centro delle cronache locali e nazionali — degli ostacoli all’accesso alle spiagge libere raggiungibili attraverso i tratti in concessione di stabilimenti balneari.

Su questo terreno, le proteste davanti al Bagno Elena sono diventate il simbolo della battaglia contro la “privatizzazione surrettizia” del litorale. Dal 2022 la mobilitazione è cresciuta e si è intensificata, passando dai primi presìdi ai cancelli ad azioni sempre più visibili: attraversamenti simbolici delle spiagge, blitz via mare, flash mob e iniziative pubbliche cittadine, in una pressione crescente per riaffermare il principio di accesso libero al mare.

La mobilitazione non si è limitata alle proteste pubbliche, ma si è tradotta anche in una serie di ricorsi amministrativi contro le restrizioni all’accesso alle spiagge di Posillipo, spesso legate ai passaggi attraverso Bagno Elena, Lido Ideal e Bagno Sirena Posillipo. In più occasioni il TAR ha dato ragione ai ricorrenti, segnando vittorie importanti del movimento: ha sospeso o annullato sistemi di contingentamento troppo rigidi, ha ridimensionato l’uso di prenotazioni e ha bloccato alcune limitazioni agli ingressi considerate eccessive. In pratica, il giudice amministrativo ha riaffermato il principio del libero accesso al mare, ponendo un argine alle restrizioni più pesanti e riconoscendo che la regolazione degli ingressi non può trasformarsi in un meccanismo selettivo che ostacola concretamente la fruizione collettiva di un bene pubblico.

Invece di rimuoverlo, la giunta Manfredi si è limitata a ‘rimodulare’ il sistema di contingentamento già bocciato dal TAR, trincerandosi dietro presunte esigenze di sicurezza. Questo atteggiamento evidenzia chiaramente che la giunta Manfredi è schiacciata sugli interessi dei gestori privati, anche quando questi impongono pratiche aggressive che comprimono il diritto di accesso alle poche spiagge pubbliche di Posillipo.

Le vittorie giudiziarie rappresentano un risultato importante, perché pongono un freno concreto all’arroganza dei gestori privati e hanno rafforzato la mobilitazione collettiva, ma sono intervenute caso per caso, su singoli provvedimenti stagionali. Si tratta quindi di conquiste parziali che rendono ancora più evidente la necessità di un intervento politico strutturale che estenda questi principi all’intero litorale napoletano, imponendo un cambio radicale del modello complessivo di accesso alle spiagge, che superi l’attuale discrezionalità amministrativa per affermare concretamente il diritto di accesso al mare.

NON SOLO LIDI: LA SPIAGGIA NEGATA

Il sistema delle concessioni demaniali marittime a Napoli è fortemente frammentato e segnato da una lunga stratificazione storica, spesso poco chiara. Il demanio costiero non comprende però solo gli stabilimenti balneari, ma anche attività commerciali come bar, ristoranti e chioschi, oltre a pontili, approdi e, in alcuni casi, occupazioni private o residenziali.

In questo quadro disomogeneo, e spesso scarsamente regolamentato, assume un ruolo centrale la presenza di numerosi circoli nautici e sportivi privati che caratterizzano la costa napoletana. Si tratta spesso di realtà legate a circuiti elitari cittadini, titolari di concessioni storiche risalenti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, poi sostanzialmente cristallizzate attraverso continui rinnovi automatici. Il canone demaniale richiesto per queste concessioni risulta irrisorio anche se confrontato con il semplice valore immobiliare delle strutture, collocate in aree di estremo pregio.

A differenza dei lidi privati, considerati attività economiche a tutti gli effetti, i circoli privati si distinguono per un regime giuridico ibrido. Pur svolgendo attività economiche spesso molto remunerative, vengono generalmente equiparati a enti non commerciali, configurandosi come associazioni sportive dilettantistiche o circoli ricreativi senza scopo di lucro, formalmente destinati alla promozione dello sport e delle attività associative riservate ai soci.

Questa natura ibrida, al di là degli aspetti tributari, può rappresentare per molti circoli una sorta di “ancora di salvataggio” rispetto al processo di adeguamento ai principi comunitari basati su procedure aperte e concorrenziali, che rischierebbe di mettere in discussione privilegi consolidati nel tempo.

Di seguito vengono riportate, a puro titolo esemplificativo, alcune informazioni relative a famosi circoli privati titolari di concessioni demaniali marittime lungo la costa napoletana.

canottieri CIRCOLO CANOTTIERI NAPOLI
Titolare concessione: Circolo Canottieri Napoli
Fondazione[5]: 1914
Canone demaniale: 11.558,23 €

 

savoia REALE YACHT CLUB CANOTTIERI SAVOIA
Titolare concessione: Yacht Club Canottieri Savoia
Fondazione [5]: 1893
Canone demaniale: 17.230,30 €

 

vela CIRCOLO NAUTICO DELLA VELA
Titolare concessione: Circolo Club Nautico della Vela
Fondazione [5]: 1901
Canone demaniale: 6.451,03

 

SPIAGGE (QUASI) LIBERE

Come già anticipato, gli stabilimenti balneari dominano i punti strategici del litorale posillipino, mentre le spiagge libere occupano zone residuali e l’accesso alle stesse è fortemente condizionato dai limiti imposti dall’amministrazione comunale.

Per quanto riguarda le spiagge delle Monache e di Donn’ Anna, il Comune di Napoli aveva introdotto un sistema di accesso molto rigido, con prenotazione online obbligatoria, ingressi contingentati (circa 400 alle Monache e 60 a Donn’Anna) e orari limitati (8:30–17:30). Il TAR Campania ha ritenuto queste misure sproporzionate, ampliando gli orari fino alle 20 e ribadendo che eventuali restrizioni temporanee sono ammissibili solo se giustificate da concrete esigenze di sicurezza.

È stato inoltre chiarito che i concessionari privati possono gestire concretamente gli accessi alle proprie strutture, ma non possono limitare l’accesso alle aree di spiaggia libera. Il rischio è che il diritto al mare continui a essere subordinato agli interessi dei concessionari privati, che possono influenzare di fatto gli orari di accesso e perfino i tempi concessi ad ASIA per la pulizia della spiaggia pubblica.

Diversa è la situazione della spiaggia libera della Gajola, inserita nell’Area Marina Protetta e gestita dall’associazione che cura la tutela ambientale e archeologica del Parco Sommerso. Durante la pandemia è stato introdotto un rigido sistema di prenotazione per contingentare gli accessi, poi mantenuto anche negli anni successivi. Ancora oggi l’accesso è consentito solo tramite prenotazione online con forti limitazioni orarie: i bagnanti devono necessariamente scegliere tra due fasce da quattro ore, quella mattutina dalle 9 alle 13 oppure quella pomeridiana dalle 14 alle 18.

Andando oltre il litorale di Posillipo, le spiagge libere di Napoli restano poche, frammentate e spesso ridotte a spazi residuali tra concessioni private e tessuto urbano, inevitabilmente affollate nel periodo estivo. La pulizia è spesso insufficiente rispetto ai flussi di persone mentre i servizi di base sono quasi sempre carenti o assenti — bagni, docce, spogliatoi e aree d’ombra rappresentano l’eccezione, non la regola.

Sul fronte ambientale, la qualità delle acque resta fragile: bastano piogge intense o criticità della rete fognaria per far scattare divieti di balneazione in diverse zone. Anche l’accessibilità resta un problema strutturale: la carenza di passerelle e l’insufficiente attenzione alle persone con disabilità rendono ancora complesso, in molti casi, un accesso pienamente inclusivo al mare.

Il risultato è un sistema debole, dove la scarsa cura delle aree pubbliche denota l’assenza di un presidio adeguato da parte delle istituzioni; le spiagge libere esistono più per inerzia che per pianificazione: pochi spazi, assenza di servizi e una gestione che interviene solo in emergenza, mai in modo strutturale. Tutto ciò costringe chi vorrebbe trascorrere una giornata al mare a scegliere tra spiagge libere trascurate e stabilimenti privati con tariffe proibitive.

DIVERSI FRONTI, UN SOLO OBIETTIVO: DA BAGNOLI A SAN GIOVANNI, MARE LIBERO PER TUTT*

Posillipo è diventato un simbolo della battaglia per spiagge libere e accessibili, ma la stessa sfida attraversa tutto il litorale napoletano: non riguarda solo i lidi privati, ma il modello stesso di gestione della costa urbana, nella prospettiva di ripristinare la balneabilità del mare ovunque le condizioni ambientali lo consentano

Questo processo non è immediato e richiede azioni coordinate tra più istituzioni per rendere davvero balneabile la costa. In primo luogo, è necessario intervenire sul sistema dei depuratori e sulla rete fognaria, infrastrutture spesso obsolete e insufficienti che, soprattutto dopo forti piogge, vanno in sovraccarico e scaricano direttamente in mare acque reflue cariche di inquinanti attraverso canali, collettori e foci urbane. Serve inoltre un sistema indipendente di monitoraggio della qualità delle acque, capillare e diffuso su tutto il litorale, capace di superare l’attuale frammentazione e garantire un controllo costante e realmente trasparente dello stato del mare.

La rigenerazione della fascia costiera urbana passa, in primo luogo, dalla valorizzazione del lungomare di Chiaia, attraverso interventi sulle aree pubbliche (come il verde e il microclima urbano), il potenziamento dei punti di accesso esistenti (es. Mappatella Beach) e l’estensione graduale della fruizione del mare nel cuore della città, anche attraverso l’installazione di pedane leggere, che non alterano il paesaggio.

Sul versante occidentale del litorale partenopeo, invece, la questione dell’accesso al mare si intreccia con il futuro dell’area Bagnoli-Coroglio.

Non è qui il caso di ripercorrere nel dettaglio una vicenda, lunga e complessa, che rappresenta il più grande affare economico nella storia recente di Napoli ma è importante sottolineare come, ancora una volta, la volontà collettiva di accedere liberamente al mare si scontri con dinamiche di valorizzazione economica dell’area, assecondati da una classe politica indifferente al benessere collettivo.

Le richieste dei residenti sono chiare: bonifica completa, accesso libero al mare e un grande parco pubblico. Queste istanze si scontrano con il modello di gestione sostenuto dal sindaco Manfredi e dal governo Meloni, che non prevede la rimozione integrale della colmata a mare, ma una sua “messa in sicurezza” attraverso isolamento e copertura dei materiali inquinati. Tale scelta finirebbe per compromettere la balneabilità delle spiagge, mentre le opportunità offerte dall’America’s Cup spingono verso una progressiva trasformazione dell’area secondo logiche speculative, in contrasto con la possibilità di restituire il mare alla città.

Sul versante opposto del litorale partenopeo, l’accesso al mare si lega alla storia della periferia orientale di Napoli: un’area che per decenni ha sostenuto lo sviluppo industriale della città, pagando costi ambientali e sociali enormi senza servizi e qualità della vita adeguati. La de-industrializzazione non ha portato riscatto, ma solo degrado e nuove fragilità. A questo si aggiunge l’allargamento del porto a levante, che ipoteca il futuro del quartiere mentre la bonifica del SIN Napoli Orientale resta, colpevolmente, un miraggio.

L’impatto ambientale del porto di Napoli riguarda tutta la città: traffico intenso di camion legato alle merci, crescita delle navi da crociera spinta dai flussi turistici, inquinamento dei fondali da scarichi e versamenti, oltre alla mancata elettrificazione delle banchine per ridurre le emissioni delle navi ferme in porto. Il peso maggiore ricade però sulla fascia orientale, dove la vicinanza tra banchine e quartieri residenziali e l’eredità industriale amplificano traffico, emissioni e pressione ambientale.

Le spiagge di Napoli Est risentono inoltre in modo particolare delle criticità del sistema dei depuratori e della rete fognaria, per la presenza diffusa di canali e collettori che scaricano in mare le acque reflue grezze. Un quadro aggravato dalla presenza di numerose fonti inquinanti, che rende urgente un sistema puntuale di monitoraggio della qualità delle acque e una completa caratterizzazione degli inquinanti nei fondali

In questo contesto, segnato da una situazione ambientale ancora drammatica e da problemi strutturali mai affrontati fino in fondo, gli annunci del Comune sulle “spiagge restituite” a San Giovanni a Teduccio si rivelano pura propaganda, del tutto scollegata dalla realtà.

IL PIANO REGIONALE E L’ANOMALIA NAPOLETANA

La pianificazione comunale delle coste è subordinata al Piano Urbanistico Attuativo del Demanio marittimo (PUAD), adottato dalla Regione Campania nel 2024. Il documento mette in evidenza i limiti della proposta della giunta De Luca, che destina il 30% delle coste alle spiagge libere, senza prevedere meccanismi di alternanza tra tratti pubblici e concessioni private, con il rischio che le aree più pregiate restino stabilmente agli stabilimenti balneari.

La soglia del 30% cristallizza una realtà già consolidata e, al di là delle differenze geografiche, resta nettamente inferiore rispetto a regioni come Sardegna (60–70%) e Puglia (55–60%) e a Paesi come Francia (75–80%) e Spagna (80–90%), dove il demanio marittimo è più esteso e meglio tutelato. Inoltre, stante la situazione attuale, è particolarmente grave che nel documento manchino regole efficaci contro le barriere fisiche dei lidi che ostacolano l’accesso al mare e che non sia garantita la massima trasparenza sui provvedimenti di concessione già in essere.

Il PUAD deve essere recepito dai Comuni costieri attraverso i Piani di Utilizzazione delle Aree Demaniali (PAD), ma l’inerzia di molti enti locali ha imposto l’avvio di procedure di commissariamento per i Comuni inadempienti.

L’adozione dei PAD riguarda tutti i 60 comuni costieri della Campania, ad eccezione del Comune di Napoli, che presenta un regime peculiare legato all’ampiezza del demanio affidato all’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale. Dal 1994, infatti, l’ente gestisce non solo il porto commerciale, ma anche tratti di costa, moli, arenili e waterfront, fino ai porti di Castellammare di Stabia e Salerno.

Nonostante l’approvazione del Piano Regolatore Portuale (PRP) e gli strumenti parziali del Comune, il risultato è uno squilibrio strutturale: la costa urbana viene sempre più assorbita da logiche portuali, trasformando il mare da bene pubblico a infrastruttura strategica. L’amministrazione cittadina non è stata in grado di garantire un reale coordinamento con l’Autorità Portuale, necessario a una pianificazione integrata porto-città, in vista del necessario passaggio alla gestione comunale dei tratti demaniali non essenziali alle funzioni portuali.

MARE BENE COMUNE

Questa analisi non pretende di esaurire la questione, ma mette in luce una linea politica chiara dell’amministrazione cittadina. A partire dal sistema delle concessioni storiche sul lungomare di Posillipo fino ai progetti di “rigenerazione delle periferie”, emerge la stessa logica: trasformare un bene pubblico limitato in uno strumento funzionale al capitale. Cambiano le forme — rendite ai concessionari balneari, ampliamento dell’hub logistico a Napoli Est, speculazione sulle ceneri dell’ex Italsider — ma il risultato resta lo stesso: privatizzazione degli spazi, consumo del territorio ed esclusione sociale.

Potere al Popolo propone una visione diametralmente opposta: il mare come bene comune, accessibile e tutelato attraverso una vera pianificazione pubblica e partecipata. Ripartire dai bisogni reali dei cittadini è l’unico modo per invertire una tendenza che, da anni, sacrifica ambiente e diritti sull’altare della rendita e della speculazione.

  • PIANIFICAZIONE CITTADINA

Qualsiasi pianificazione comunale del litorale deve fare i conti con il rapporto squilibrato tra città e Autorità Portuale. Il primo passo è costruire una reale integrazione tra porto e città, attraverso un piano integrato porto-città.

Ma serve soprattutto una scelta politica chiara e coraggiosa: le aree demaniali non essenziali alle funzioni portuali devono passare alla gestione comunale, come avviene nella maggior parte delle città portuali. Senza questo passaggio, Napoli non potrà governare davvero la propria costa. Solo così, con un piano pubblico del demanio marittimo condiviso con cittadini, comitati e realtà sociali, si potrà restituire il mare alla città.

Questo implica superare l’impostazione del PUAD approvato dalla giunta De Luca, che limita al 30% la quota di spiagge libere. L’obiettivo dovrebbe essere opposto: garantire la prevalenza della fruizione libera e gratuita del litorale, evitando che gli stabilimenti privati occupino i tratti più pregiati della costa.

  • RIPRENDERSI LA COSTA

Il litorale napoletano non è un territorio uniforme: convivono realtà molto diverse, che richiedono interventi differenti costruiti insieme a chi quei territori li vive ogni giorno — associazioni ambientaliste, comitati, realtà sociali e cittadini. Per questo non servono operazioni calate dall’alto ma una pianificazione pubblica e democratica, capace di partire dai bisogni reali dei quartieri.

La priorità è aumentare i tratti di costa realmente balneabili attraverso bonifiche, depurazione efficiente, riduzione degli scarichi in mare, controlli pubblici sulla qualità delle acque e una mappatura delle occupazioni abusive e delle privatizzazioni del litorale. È un percorso lungo, ma l’obiettivo è chiaro: restituire alla città ogni tratto di costa recuperabile, garantendo un accesso al mare libero, gratuito e capillare lungo tutto il litorale.

  • SPIAGGE LIBERE

Le spiagge libere non possono restare abbandonate a sé stesse, ma devono essere spazi pubblici organizzati e resi parte viva del litorale. Vanno garantiti orari ampi, piena accessibilità per tutte e tutti e un presidio pubblico costante che assicuri sicurezza, pulizia e servizi essenziali (bagni, docce, spogliatoi). La vivibilità può essere rafforzata anche attraverso aree sportive, spazi gioco per bambini e zone dedicate a eventi pubblici, così da integrare la spiaggia nel tessuto sociale urbano.

Questi interventi richiedono investimenti pubblici ma, senza ricorrere all’esternalizzazione dei servizi, possono generare occupazione stabile e di qualità, in un settore normalmente contraddistinto da bassi salari, estrema precarietà e lavoro nero.

  • CONCESSIONI PRIVATE

Va superato l’attuale regime concessorio, interrompendo rinnovi e proroghe automatiche delle concessioni vigenti. Le aree demaniali destinate a usi privati devono essere assegnate tramite gare aperte e trasparenti, senza alcuna forma di privilegio per gli attuali concessionari.

I canoni demaniali devono essere adeguati al reale valore economico dell’area concessa e al tipo di utilizzo, mentre i bandi devono introdurre criteri sociali e ambientali stringenti: sostenibilità, accessibilità degli spazi e tutela del lavoro, a partire dall’obbligo di garantire un salario minimo orario di 12 €.

UNA SFIDA STORICA

Restituire il mare alla città può sembrare un’impresa difficile, perché si scontra con logiche politiche consolidate e interessi economici forti e radicati. Ma è proprio qui che si misura la portata della sfida.

Per Napoli non si tratta di una questione paesaggistica: il mare non è uno sfondo, ma parte essenziale della sua identità, della sua storia e della vita quotidiana di chi la vive. Il rapporto tra città e costa ha segnato lo sviluppo urbanistico di Napoli, e i momenti di separazione tra i due elementi hanno contraddistinto le pagine più oscure della storia cittadina, come emerge dal lungo dibattito politico e culturale sviluppato nel secondo dopoguerra dalle componenti più vive della società napoletana.

Per questo la questione del litorale non è tecnica o amministrativa, ma profondamente politica: è la scelta tra una città che subisce le trasformazioni imposte dalla classe dominante e una città che le governa, tra privatizzazione degli spazi e ritorno alla fruizione pubblica. È un’impresa complessa ma anche una sfida storica per Napoli, che può tornare a riconoscersi pienamente nel proprio mare solo rimettendolo al centro della propria idea di futuro.

Restituire il mare alla collettività come bene comune non è uno slogan: è una scelta che segna una linea di confine netta tra due modelli di società inconciliabili, tra appropriazione esclusiva e libera fruizione, tra speculazione privata e benessere collettivo.

[1]Spiagge di Posillipo, asta record da 247mila euro per i lidi”, in «Stylo24», 9 giugno 2026: https://www.stylo24.it/spiagge-posillipo-gara-concessioni-balneari/

[2] Il caso Romeo, Post Facebook di Potere al Popolo – Napoli, 2 luglio 2025. Disponibile su: https://www.facebook.com/share/p/19PEAX282T/

[3] Anno di fondazione originaria. La disciplina moderna delle concessioni demaniali marittime trova il proprio fondamento organico nel Codice della Navigazione del 1942 (R.D. 30 marzo 1942, n. 327)

[4] Tariffa giornaliera nel periodo estivo 2025 (un ombrellone + due lettini)

[5] Anno di fondazione originaria. La disciplina moderna delle concessioni demaniali marittime trova il proprio fondamento organico nel Codice della Navigazione del 1942 (R.D. 30 marzo 1942, n. 327)