Nel suo romanzo distopico “1984”, George Orwell immaginava l’esistenza di un tipo particolare di polizia, la “polizia del pensiero”. La Thinkpol, nella neolingua orwelliana, era un’organizzazione paramilitare repressiva che aveva il compito di sorvegliare e punire. Non le azioni, ma gli “psicoreati”: i pensieri e le opinioni contrarie all’ideologia del Grande Fratello.
Più andiamo avanti e più gli “psicoreati” non sono solo il parto della mente di Orwell, ma realtà che si materializza nella realtà quotidiana del nostro presente. Non solo in quei Paesi descritti spesso come autocrazie o dittature, ma sempre più anche nel cuore delle cosiddette democrazie liberali.
Il 21 aprile 2026, la magistratura ha condotto un’operazione repressiva tra Napoli e Firenze ai danni di attivisti del partito dei CARC. Perquisizioni, sequestro di dispositivi informatici e un’accusa pesantissima: associazione sovversiva, secondo l’articolo 270 del codice penale.
Di fronte a un’accusa tanto pesante, leggendo la documentazione della magistratura ci si aspetta di trovarsi di fronte a un elenco di fatti a suo sostegno. Invece niente. In cosa si sostanzierebbe questa presunta “associazione sovversiva”? Zero fatti. Solo riferimenti a post social, qualche parola, qualche frase.
Sul banco degli imputati non fatti ma pensieri e opinioni. Proprio come in “1984”!
Facciamo un salto indietro di una settimana. Torniamo al 14 aprile 2026. Cambia la Regione, stavolta siamo in Molise. Il tribunale di Campobasso emette una condanna a 4 anni contro Ahmad Salem, giovane palestinese di 24 anni.
Di cosa è colpevole Ahmad? Di avere sul proprio cellulare video che mostrano combattimenti in corso a Gaza tra miliziani palestinesi e forze armate israeliane. E di un video, pubblicato sul suo profilo Tiktok, in cui condannava l’immobilismo dei Paesi arabi, che secondo la sua opinione nulla stavano facendo contro il genocidio in Palestina, e invitava alla mobilitazione.
Per chi l’ha condannato c’è la fattispecie di reato prevista dall’art. 270-quinquies, quello introdotto da uno dei tanti Decreti Sicurezza di questo governo. Una norma che punisce il mero possesso “consapevole” di video, foto, file inerenti tecniche di combattimento o resistenza.
All’epoca dell’introduzione di questo reato, numerosi giuristi avevano parlato di “terrorismo della parola”, perché si sanzionano condotte che non hanno una reale pericolosità.
Ancora: a marzo 2026 il Parlamento italiano, con tanto di voto positivo di alcuni rappresentanti del PD, ha approvato il cosiddetto ddl antisemitismo. Definisci “genocidio” ciò che Israele sta facendo in Palestina? Rischi di essere punibile. Definisci Israele quale “stato di apartheid”? Rischi di essere punibile.
Non siamo ancora al livello raggiunto dalla democratica Germania in cui pronunciare “from the river to the sea, Palestine will be free” è reato, ma poco ci manca.
La classe dominante sta cioè sempre più introducendo reati di opinione, che limitano non solo la libertà di manifestazione, ma la stessa libertà di parola.
Per questo, oggi come mai, la solidarietà diventa uno strumento fondamentale per difendere, insieme alla libertà di chi oggi se la vede conculcata, quella di noi tutte e tutti. Perché la restrizione degli spazi di dissenso e di libertà non sempre avviene da un giorno all’altro. Molto più spesso si tratta di processi più lenti. Fermarli quanto prima è un compito collettivo.