DISCLAIMER: per questo articolo siamo debitori dell’ottima ricostruzione di Orsetta Innocenti pubblicata su “laletteraturaenoi”, che vi invitiamo a leggere per approfondire aspetti che qui non toccheremo.
In Italia, per il prossimo anno scolastico, 1 studente su 3 ha scelto un istituto tecnico. La scuola che frequenterà, però, non sarà uguale a quella che gli è stata presentata durante gli Open Day, perché a iscrizioni concluse è stato pubblicato un Decreto Ministeriale che la cambia completamente.
Come documentato nell’articolo citato in testa e in molti altri siti, la cifra caratteristica dell’ennesima riforma scolastica è il taglio delle ore: universale, relativo sia alle materie di base che a quelle d’indirizzo, esercitato con particolare gravità e ferocia contro le discipline scientifiche (non c’è bisogno di sottolineare quanto sia paradossale, per dei tecnici) e la geografia (sulla cui riduzione molto ci sarebbe da riflettere).
La riforma dei tecnici arriva poco dopo la trasformazione dei percorsi quadriennali da sperimentali a ordinamentali, con l’ovvio raddoppio degli iscritti conseguente all’aumento dell’offerta (frutto di enormi pressioni politiche sui dirigenti scolastici, che spesso hanno ignorato deliberazioni collegiali di segno opposto).
Entrambe le riforme hanno un minimo comune denominatore: tagliare, brutalmente, cancellare ogni residua possibilità di istruzione e formazione non immediatamente legata al lavoro, “fondere” istruzione tecnica e professionale in un unico canale, alternativo ai licei. Questo non è altro che un enorme avviamento professionale, funzionale a non trascurabili esigenze di disciplinamento sociale nonché ai bisogni del tessuto imprenditoriale nazionale che, essendo tradizionalmente allergico a ricerca e sviluppo, non ha interesse ad avere lavoratrici e lavoratori con una solida formazione di base ma con un bagaglio minimo di “competenze” immediatamente spendibili, soprattutto facilmente sostituibili all’occorrenza.
I toni trionfalistici del Ministro, specialmente sul 4+2, impediscono, però, di vedere che, in questo, il Governo non ha fatto altro che eseguire quanto previsto e stabilito da maggioranze di diverso segno politico, partendo dal governo Renzi, almeno, arrivando a Draghi, ma passando per i “politici” Letta e Conte. L’articolo di Innocenti fornisce tutti i riferimenti normativi e di cronaca a riprova di questa continuità nascosta, si va dai decreti attuativi de “La buona scuola” fino al PNRR di Conte e Draghi. Insomma: maggioranza e opposizione condividono nella sostanza le trasformazioni di fondo della scuola italiana (al netto di orientamenti ideologici che non sottovalutiamo – basti pensare alle nuove Indicazioni Nazionali – ma che non riducono la consonanza su altri piani).
Il tema, infatti, non è la volontà politica, o un’idea di scuola differente tra i due schieramenti (la sinistra parlamentare non elabora una riflessione compiuta sulla scuola da Berlinguer, il che è tutto dire); il nodo è la trasformazione compiuta della scuola in quella che l’opportuno testo curato da Mimmo Cangiano definisce “neoliberale”. La scuola, da sempre apparato di riproduzione ideologica e di rapporto sociale ad uso della classe dominante, è stata realmente sussunta all’interno dei meccanismi di progettazione, governance, competizione, valutazione che regolano l’universo mondo neoliberale. E questo non è accaduto solo in Italia: basta confrontarsi, ad esempio, con le imprescindibili letture di Laval (https://universitypress.unisob.na.it/index.php/la-nuova-scuola-capitalista.html) o di Hirtt (https://www.skolo.org/2026/01/13/lire-a-lecole-du-capitalisme/) per realizzare come, in tutta Europa, la direzione intrapresa dai sistemi scolastici, le linee di tendenza e le realizzazioni concrete dell’istruzione professionale, le condizioni materiali di lavoro delle e dei docenti, l’affanno complessivo in cui vive quotidianamente la scuola sono comuni.
Sarebbe un errore, quindi, innanzitutto leggere le riforme in corso separatamente; in secondo luogo attribuirle in esclusiva a questo governo, e quindi sperare che un cambio di maggioranza cancelli le brutture che stiamo vivendo e ci riporti verso un futuro radioso di magnifiche sorti e progressive per la scuola. Non è mai successo: volendo attestarci alla falsa contrapposizione tra schieramenti, nemmeno dopo la mannaia che fu la riforma Gelmini la cd. sinistra parlamentare ha posto rimedio. Mai sono state recuperate le ore tagliate; mai è stato affrontato seriamente il problema del precariato; mai è stato deciso un percorso chiaro e stabile di accesso alla professione docente; mai ci sono stati interventi reali per aumentare gli stipendi, che, con l’ultimo contratto, hanno certificato la perdita di circa il 10% del potere d’acquisto.
Quello che serve davvero è una rottura radicale, innanzitutto col modello ideologico della scuola neoliberale, che ha sfondato anche a sinistra. Basti pensare a come ormai sia sdoganato il falso mito dell’oggettività delle prove INVALSI; all’idea, che ancora culla i sonni di molte e molti, che ci sia stata un’autonomia “buona” delle origini e dei desideri contro un’autonomia “cattiva” della realtà presente; all’assorbimento della convinzione che possa esistere un’alternanza scuola lavoro “giusta”, e che in generale sia giusto che la scuola “produca” diplomati maggiormente connessi al mercato del lavoro. Sono tutti esempi di idee che ormai fanno senso comune e che sono proprio il prodotto della trasformazione neoliberale che abbiamo visto arrivare, abbiamo vissuto, accompagnato, anche contrastato in questo o quell’aspetto, ma che ormai, a quasi quarant’anni dall’introduzione della famigerata autonomia scolastica – che può essere considerata una sorta di terminus post quem – si mostra in tutta la sua completezza, pervasività e pericolosità.
Una volta assunta questa consapevolezza, occorre resistere. Innanzitutto assumendo che è possibile e necessario: la scuola non è (ancora) un’azienda sul piano organizzativo, e gli spazi di libertà, di critica e di disobbedienza che le ed i docenti hanno ancora sono qualcosa di inimmaginabile altrove. Esistono solo sulla carta? Dipende da noi far prendere loro vita, e dipende dalle lotte che si sviluppano nella società e che investono anche la scuola. Ne è stato un esempio la mobilitazione sulla Palestina, che ha “liberato” energie e desideri sopiti tra le mura degli edifici scolastici. Possiamo dire NO e lo abbiamo fatto con milioni di italiane e italiani, specialmente giovani, a difesa della Costituzione di cui la scuola pubblica è uno dei pilastri. Possiamo farlo insieme a chi lo fa fuori dalla scuola, ma possiamo (ancora) farlo dentro, anche da soli, anche semplicemente rifiutando una visione della scuola e dell’insegnamento basata sulla performance, sulla competizione, sul risultato, sul matching con le esigenze del mercato. Possiamo e dobbiamo resistere a chi vuole trasformare l’istruzione, specialmente quella tecnica e professionale, in un “servizio” alle imprese. Possiamo e dobbiamo resistere a chi vuole, e sta, militarizzando le aule scolastiche. Abbiamo gli strumenti normativi, culturali, professionali, politici per farlo. Non lo farà qualcun altro al posto nostro. Nessuno verrà a salvarci se non lo facciamo noi.
