Ventimila persone che hanno scelto di passare il sabato in piazza per costruire un’opposizione che questo paese non ha ancora — dal basso, con la chiarezza di chi sa cosa sta difendendo e cosa sta rifiutando. Siamo scesi in piazza con tre NO, per tre temi che non sono separati ma rappresentano tre facce della stessa offensiva.

Il primo è il NO alle controriforme istituzionali con cui il governo Meloni sta portando avanti un silenzioso irrigidimento autoritario della vita democratica. Il referendum sulla giustizia è solo l’ultimo atto di un disegno più lungo: smantella l’autogoverno della magistratura, crea due CSM svuotati di funzione disciplinare, delega la nomina dei membri laici a un Parlamento che lo stesso governo vuole rendere sempre più controllabile con la nuova legge elettorale. Il risultato è una giustizia più esposta alla politica, non meno. Una giustizia che funzionasse davvero per il popolo avrebbe bisogno di più giudici, più organico effettivo e meno precarietà. Di questo nella riforma non c’è traccia, perché non era questo l’obiettivo. E questo mentre cresce uno stato di polizia che vuole spazzare via la libertà di manifestare e di dissentire costruendo un regime autoritario che avanza con le forme della legalità.

Il secondo NO è quello alla guerra sociale che il governo conduce ogni giorno contro chi lavora, contro chi non ha casa, contro chi non arriva a fine mese. Mentre i salari reali si erodono e le disuguaglianze crescono fino a diventare insopportabili, Meloni offre in cambio una falsa idea di sicurezza — che nella sua versione significa più manganelli, daspo urbani e taser.

Il terzo NO è quello all’economia di guerra e al militarismo, alla complicità con gli Stati Uniti e Israele, che il governo porta avanti mentre sempre più fronti di guerra si aprono. Non è un caso che si spinga sul riarmo proprio mentre si tagliano i servizi: la guerra è anche uno strumento per distogliere lo sguardo, per coprire le disuguaglianze con la retorica del nemico esterno. Lo stesso blocco sociale che oggi era in piazza a Roma si era già ritrovato insieme in autunno contro questa complicità, e il filo non si è mai spezzato.

Questi tre NO sono legati da un filo unico: un governo che concentra potere e scarica i costi sulla maggioranza della popolazione, quella che non trae profitto dalla guerra.

In tutto questo il centrosinistra dice di opporsi, ma non merita la nostra fiducia perché quando governa lo fa con le stesse logiche.
L’opposizione vera si costruisce come abbiamo fatto oggi.

Il 22 e 23 marzo votiamo NO.