La nuova proposta di legge elettorale avanzata dal governo guidato da Giorgia Meloni non è che l’ultimo tassello, in ordine cronologico, di un disegno politico più ampio che punta alla verticalizzazione del potere, al rafforzamento dell’Esecutivo e alla conseguente compressione degli spazi di rappresentanza e di opposizione sociale all’interno delle istituzioni. Un disegno politico che ha come fine immediato la sopravvivenza del Governo Meloni, e che condivide con i governi precedenti la riduzione degli spazi di democrazia.

Il cuore del progetto di riforma è infatti rappresentato da un premio di maggioranza tale da garantire alla coalizione vincente una solida – per non dire schiacciante – maggioranza parlamentare anche con una percentuale di voti del 40% dei votanti. Percentuale che, se consideriamo l’astensionismo record (alle ultime europee non ha votato 1 avente diritto su 2), è ben lontana dal rappresentare la maggioranza reale del Paese.

Come si vede dalle proiezioni realizzate da Youtrend sulla base degli ultimi sondaggi, la nuova legge garantirebbe, se si votasse oggi, una vittoria al centrodestra, cosa che con l’attuale Rosatellum (che non difendiamo), non sarebbe scontata.  Siamo dinanzi alla logica del “chi vince prende tutto” spinta all’estremo.

Una riforma che – se dovesse passare – altererebbe irrimediabilmente il rapporto tra consenso e potere. Con un premio così ampio (70 seggi alla Camera e 35 al Senato), una minoranza relativa nel Paese può trasformarsi in una maggioranza assoluta in Parlamento. La rappresentatività del Paese reale verrebbe così sacrificata in nome dell’accentramento di potere nelle mani del Governo, che avrebbe così maggioranze schiaccianti a disposizione per nominare e influenzare fortemente gli organi di Garanzia, tra i quali anche i membri laici del CSM.

Al Premio di maggioranza si aggiunge, poi, l’assenza assordante delle preferenze: ve la ricordate Giorgia Meloni, che, quando era all’opposizione, si faceva portavoce di questa battaglia? Ebbene, una volta arrivati al Governo, i chiacchieroni “sovranisti” ci ripropongono la solita solfa: listini bloccati, candidati scelti dalle segreterie, parlamentari nominati e non scelti dal popolo. L’unica novità sarebbe l’obbligo di indicare il nome del candidato premier sul programma, e non sulla scheda, il che prelude a un’altra riforma volta al rafforzamento del Governo: quella del premierato.

Questa nuova legge elettorale va infatti analizzata anche alla luce delle controriforme istituzionali volute dal Governo Meloni, a partire da quella della giustizia, perché se da un lato si rafforza l’Esecutivo attraverso un premio di maggioranza spropositato e si riduce il peso dell’opposizione in Parlamento, dall’altro si interviene sugli equilibri tra i poteri dello Stato, indebolendo l’autogoverno della Magistratura e sbilanciando così complessivamente l’architettura costituzionale in favore dell’Esecutivo.

Un governo più forte, un Parlamento più debole e una magistratura ridefinita nei suoi rapporti con la politica. Il combinato disposto produrrebbe un accentramento senza precedenti nella storia repubblicana recente. Qualcosa di veramente preoccupante per lavoratori e lavoratrici che non arrivano a fine mese, per chi vive in territori sempre più fragili e devastati, per chi come noi lotta ogni giorno per trasformare in meglio questo paese.

E l’opposizione? Se da un lato Schlein, Conte e co. urlano al pericolo fascismo e alla “legge truffa”, dall’altro proprio il centrosinistra è co-responsabile di questa situazione. È anche con i voti e il protagonismo del centrosinistra che nel 1993 è stato introdotto il Mattarellum, infausta legge elettorale scritta dall’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha tradito il mandato dell’Assemblea Costituente, introducendo il cosiddetto “maggioritario”, ossia una distorsione della rappresentanza proporzionale che ha garantito a centrodestra e centrosinistra il monopolio del potere, riducendo la rappresentatività parlamentare a un orpello e portando così ai tassi di astensione record di oggi.

E ancora: il modello a cui si ispira la nuova legge elettorale di Meloni è proprio l’Italicum voluto da Matteo Renzi, bocciato dalla Corte Costituzionale. Anche allora si parlava di governabilità, si introduceva un premio di maggioranza molto forte e si marginalizzava il Parlamento. È con il contributo del centrosinistra che si è aperta la strada alla logica maggioritaria spinta, alla personalizzazione della politica, all’idea berlusconiana del capo indiscusso. E anche ora, l’opposizione del PD di Schlein è fiacca e di facciata, perché un premio di maggioranza così marcato costringerebbe anche gli alleati del cosiddetto “campo largo” a stare uniti ad ogni costo. O dentro un’unica coalizione o destinati a non contare nulla.

D’altronde la tendenza all’autoritarismo è connaturata alla centralizzazione di capitali in atto nel mondo. Se gli attori economici che hanno un peso decisivo sono sempre meno e sempre più potenti, e se si accetta, come fanno tanto la destra quanto il campo largo, che il potere politico debba sempre e comunque scendere a patti con le richieste delle imprese e con la natura dell’imperialismo, a cosa servono la mediazione e la rappresentatività?

È dunque evidente che non serve a nulla accodarsi a chi oggi urla al “pericolo fascismo”, ma poi per convenienza si erge a difesa del Rosatellum, l’attuale legge elettorale, che è altrettanto antidemocratica di quella proposta dal Governo Meloni.

Bisogna invece riattivare il conflitto sociale e politico affermando un’idea opposta di democrazia. Che prima di tutto ripristini un principio reale di rappresentatività, ossia una legge elettorale totalmente proporzionale, senza premi di maggioranza, e soprattutto che reintroduca le preferenze. E passare al contrattacco, portando la democrazia dove non esiste: nel campo economico, perché sia la collettività a decidere cosa produrre, come e in che modo distribuirlo; nelle relazioni sindacali, spezzando il monopolio del sindacalismo confederale, co-responsabile del declino dei salari italiani, e lasciando che siano i lavoratori a eleggere (e a revocare) i delegati che li debbono rappresentare; nella gestione del pubblico, introducendo in Costituzione il principio della revocabilità dei rappresentati e del controllo popolare (che già esiste in maniera insufficiente in alcuni enti, pensiamo agli organi collegiali a scuola o ad alcune municipalizzate come Acqua Bene Comune a Napoli, non a caso sotto attacco da parte dell’amministrazione Manfredi di centrosinistra); nell’ordinamento civile e penale, eliminando le norme autoritarie, fasciste e razziste che permangono nel nostro ordinamento e addirittura vengono rafforzate dagli ultimi decreti sicurezza; nell’ordine internazionale, con una vera democratizzazione dell’ONU e di tutti gli organismi internazionali.

Se viste in questa prospettiva la partita sulla legge elettorale e quella sulla giustizia non sono battaglie separate. Sono pezzi di un unico disegno di ristrutturazione autoritaria in senso neoliberale dello Stato.

C’è solo un attore che può fermare questa deriva: il popolo, attraverso il conflitto sociale e politico. Per questo non solo è necessario entrare tutte e tutti nella battaglia referendaria, votando NO al referendum giustizia del 22-23 marzo, ma è necessario mobilitarsi e scendere in piazza, a partire dalla manifestazione che si terrà a Roma il 14 marzo e che partirà alle ore 14:00 da piazza Repubblica, promossa da quel blocco sociale fatto di lavoratori e lavoratrici italiane e migranti, da giovani, studenti e studentesse, da chi si è mobilitato contro il genocidio in autunno. Solo unite e uniti, organizzati, potremo invertire la rotta e cambiare tutto.