Domenica 22 Marzo, mentre l’attenzione di tutti i media nostrani era, giustamente, concentrata sull’affluenza alle urne, si è svolto il secondo turno delle elezioni municipali in Francia. L’appuntamento aveva particolare rilevanza: innanzitutto, votando contemporaneamente in tutti i Comuni, tutte e tutti coloro che ne hanno diritto vengono chiamati a votare insieme, quindi, nonostante si tratti di amministrative, sono elezioni di indubbio valore politico generale. In secondo luogo, la Francia attraversa una crisi politica e istituzionale che dura all’incirca dall’inizio del secondo mandato di Macron e che vede, per farla molto breve, due forze politiche che affilano le rispettive armi per lo scontro delle presidenziali el prossimo anno: il Rassemblement National (RN) e La France Insoumise (LFI).

Come si è arrivati al voto?

Indubbiamente, l’evento che più ha segnato gli ultimi giorni di campagna elettorale è stato la morte del neofascista Quentin Deranque, a Lione. L’accaduto è stato universalmente utilizzato per attaccare LFI, “rea” di avere e rivendicare rapporti col disciolto movimento antifascista de La Jeune Garde, che ha visto alcuni suoi militanti di spicco, tra cui un ormai ex assistente parlamentare del fondatore, ora deputato LFI, coinvolti nelle indagini sulla morte. L’occasione è stata colta dal RN che ha agevolmente vestito i panni della forza responsabile e ha tentato, quasi riuscendoci, di capovolgere il tradizionale isolamento nel quale, prima come FN, poi col nuovo nome il partito fondato dal nazista Jean Marie Le Pen è tradizionalmente confinato. L’operazione, potenzialmente pericolosissima, si è rivelata un buco nell’acqua.

I dati, chi vince e chi perde

Dei circa 39000 comuni al voto, la maggior parte riconferma i sindaci uscenti. In particolare, senza avere il dato completo, parliamo del 68% dei comuni sopra i 14000 abitanti (fonte: Le Monde). Se andiamo a vedere chi guadagna e chi perde, sicuramente è significativo il risultato del RN e dei suoi alleati di estrema destra, che passano da 13 a circa 60 comuni, tra i quali la quinta città della Francia per dimensioni, Nizza, che però non cambia colore politico rispetto al 2020 e non avrà un sindaco RN ma un ex de Les Republicains spostatosi a destra, Erick Ciotti.

Cresce anche LFI, che però partiva da zero. Ora si trova a governare 7 comuni, tra cui Saint Denis nella cintura parigina, Venissieux e Vaulx-en-Velin in quella lionese, altre città importanti come Roubaix, e inoltre aumenta considerevolmente il numero degli eletti nei consigli municipali.

Riduce clamorosamente il suo radicamento territoriale il PS che passa da diverse centinaia a poco più di un centinaio di grossi comuni governati. La destra repubblicana resta stabile. I verdi perdono sui comuni medio grandi e avanzano in quelli più piccoli, così come il PCF in calo, costretto spesso ad allearsi per non perdere i suoi bastioni locali. Cresce, infine, benché di poco, Renaissance, il partito di Macron, ma resta confinato nei piccoli comuni.

Complessivamente, benché i territori restino nelle mani delle forze più tradizionali, RN cresce in termini di eletti, comuni governati e voti, e LFI in termini di eletti e voti. Tra le due forze resta una grossa distanza dovuta anche al più solido e datato radicamento territoriale della forza di estrema destra, presente alle amministrative da oltre 30 anni contro sostanzialmente l’anno zero della forza fondata da Jean Luc Mélenchon.

Secondo la maggior parte degli analisti, entrambi hanno di che gioire, al netto delle differenze: RN mangia molti voti della destra tradizionale – alla quale si è letteralmente sostituita nel caso emblematico di Marsiglia; LFI vince la battaglia contro l’isolamento in cui volevano confinarla e costringe le altre forze di sinistra ad aprire gli occhi e capire, più o meno a malincuore, che le possibilità di successo alle presidenziali passano per un accordo con la formazione insoumise. Ombre ed amarezze per entrambi i partiti vengono dalle grandi città (Parigi, Marsiglia, Lione) dove falliscono il tentativo di installazione. LFI, in particolare, aveva investito del compito esponenti di primo piano, ma non riesce a mobilitare più di tanto, in questo caso, i quartieri popolari (che pure hanno registrato una maggiore attivazione).

Il tramonto del macronismo e il 2027 vicino

Mentre Macron continua a fingere di avere ancora peso e potere politico, spingendo sempre più pericolosamente su toni bellicisti e manie di grandezza, sullo sfondo si prepara, dunque, lo scontro tra Bardella (o la Le Pen? Si saprà a luglio, all’esito del processo per appropriazione indebita di fondi europei) e Mélenchon, che nonostante (non) sia il leader di una formazione al momento apparentemente non maggioritaria a sinistra (nel paese; in Parlamento lo è), è certamente il candidato naturale a sfidare l’estrema destra, data l’insignificanza dei rivali interni allo schieramento, da Faure a Roussel. Come è stato ottenuto questo risultato da parte di LFI e che cosa ci insegna? Elenchiamo alcuni fattori soggettivi e oggettivi. Una leadership carismatica, una chiara visione della politica e del futuro della Francia, una coerenza e radicalità assenti presso le altre forze di sinistra, PS in testa, un gruppo dirigente relativamente piccolo, giovane, estremamente compatto, un nucleo ideologico nitido e contemporaneamente un’estrema apertura per quanto riguarda le adesioni (gratuite e con ben poco impegno teorico e pratico), infine la scelta coraggiosa di presentarsi ovunque da soli al primo turno, mobilitando energie ferme e arrivando in diversi casi al successo.

Per quanto riguarda gli elementi oggettivi, contribuisce la crisi serpeggiante nella società francese: una sorta di anomalia europea per i residui di welfare ancora in piedi, ma posta ormai di fronte a problemi che in parte noi italiani conosciamo e forse abbiamo anticipato: alto debito pubblico, crescita nulla, primi segni di rallentamento demografico (altra anomalia che viene meno), crescenti tensioni sociali, in particolare nei confronti di ciò che i laicisti, a destra e a sinistra, chiamano comunitarismo, e che non è altro che un’inversione sempre più consistente, nella scala di valori, tra l’appartenenza comunitaria, etnica, religiosa, quale che sia, e il riconoscimento di sé nello Stato, nell’essere, e nell’essere solo, citoyen.ne.s. Non è un caso che, mentre Mélenchon a Saint Denis salutava, orgoglioso e commosso, la nouvelle France, fatta di prime, seconde, terze generazioni di origine straniera, dall’altra parte del Parlamento queste stesse persone vengono additate come il nemico, la racaille, la feccia da spazzare via.

Queste due visioni, radicalmente opposte, si scontreranno nel 2027 in un appuntamento elettorale fondamentale per tutta l’Europa. O la Francia diventa un bastione per le sorti della democrazia, dell’
uguaglianza, della pace e dell’accoglienza in Europa, o sarà, tragicamente, il punto di sfondamento della destra nella parte occidentale del continente, per la terza volta in poco più di cent’anni (anche se stavolta non in armi, o almeno si spera).

Sta a noi, dunque, non solo prendere quanto di buono e di nuovo la sinistra insoumise d’oltralpe ha fatto e sta facendo – in dieci anni di vita LFI ha segnato una crescita e un radicamento senza pari – ma anche collocarci fin da ora al loro fianco, contro l’estrema destra ma anche contro la sinistra neoliberale, per la difesa, la salvezza, la ribellione dei popoli d’Europa.