Abbiamo visto un corteo enorme di 50mila persone, di cui molte del quartiere Vanchiglia, famiglie con bambini, lavoratori e lavoratrici, tantissimi e tantissime giovani (sì, giovani, proprio quelli di cui ci si lamenta che non partecipano mai e che ieri sono scesi in tantissimi in piazza).
Un corteo di 50mila persone in una qualsiasi normale democrazia sarebbero un fatto politico di cui discutere. Ma evidentemente non è così: il Governo, con il beneplacito di una opposizione mediatica e politica INCONSISTENTE, vuole che ci concentriamo su un frammento della giornata di ieri – ossia un momento specifico di uno scontro di piazza – pur di stravolgerne completamente la lettura e il senso.
In una normale democrazia, il giorno dopo dovremmo chiederci tutte e tutti: perché quelle 50mila persone sono scese in piazza?
Sicuramente per difendere una storia, perché Askatasuna è tante cose diverse: una comunità di compagni e compagne, radicata nel territorio torinese, che si organizza per rivendicare diritti; una grande varietà di attività sociali (il doposcuola, la palestra, la possibilità di vivere uno spazio dove non paghi 7 euro seduto a un tavolino per un caffè). Insomma, per difendere la bellezza di un vero centro sociale.
Erano in piazza per difendere la nostra dignità. Perché il genocidio a Gaza continua con la nostra complicità, senza che si interrompano le collaborazioni con Israele; perché si continua a morire sul lavoro e ad essere pagati con salari da fame; perché continuano i femminicidi; perché continua ad essere insostenibile l’affitto e la speculazione su beni essenziali ed aumentano le difficoltà di tanti che non sono “figli di” in questo paese.
Di tutte queste ragioni, nei tweet dei politici, nei titoli e negli editoriali apparsi nelle pagine della stampa italiana, tranne rarissime eccezioni, non c’è traccia.
Certo, abbiamo visto la violenza: abbiamo visto persone schedate all’arrivo durante il tragitto, impedite nel loro diritto a manifestare coi fogli di via. Persone costrette a scappare per i lacrimogeni sparati ad altezza uomo, malmenate con numerose manganellate alla schiena. Abbiamo visto, dal giorno dello sgombero di Askatasuna, il 18 dicembre, un quartiere militarizzato, con scuole chiuse e posti di blocco. Abbiamo visto la ricerca spasmodica, da parte del Ministero dell’Interno, dello scontro. E verrebbe da chiedersi: c’era davvero bisogno di spendere tutti quei soldi pubblici per mettere mille agenti a difendere un immobile vuoto? Non ci sarebbero altre priorità per Torino?
Purtroppo la domanda è retorica, perché è chiaro lo scopo del governo Meloni a cui anche l’opposizione di centrosinistra si sta prestando: deviare l’attenzione dai veri problemi del paese e dalle vere ragioni della piazza per alimentare la propria agenda politica, la riforma della magistratura, il nuovo decreto sicurezza, una finanziaria che non mette soldi su nulla, mentre il paese cade letteralmente a pezzi come abbiamo visto a Niscemi.
Non facciamoci ipnotizzare: non fissiamoci su un frammento perdendo di vista la grande partecipazione di piazza di ieri. C’è un pezzo di paese che non accetta la chiusura di spazi di democrazia e di partecipazione popolare che vorrebbero imporci. Sta a noi far sì che non si disperda. Sta a noi dargli voce, organizzazione, programma.