Domenica 18 gennaio abbiamo tenuto il primo Coordinamento Nazionale del 2026.

La fase internazionale nella quale ci muoviamo è caratterizzata da una sempre maggiore competizione internazionale e tendenza alla guerra con cui il capitalismo prova a reagire e ad uscire dalla crisi in cui è avviluppato da anni.

L’elemento con cui ci troviamo a fare i conti è una rinnovata aggressività dell’imperialismo statunitense, alla faccia della favoletta del Trump “pacifista” spacciata anche da settori del centrosinistra italiano: se già nella seconda metà del 2025 gli USA avevamo attaccato imbarcazioni al largo delle coste venezuelane, uccidendo più di cento persone, il 3 gennaio 2026 hanno bombardato direttamente il territorio del Venezuela, uccidendo almeno 80 persone e sequestrando il presidente Maduro e la moglie Cilia Flores.

Se i democratici USA (e nostrani) ci avevano abituati alla retorica delle guerre per la democrazia, per i diritti umani, fino ad arrivare all’ossimoro delle “guerre umanitarie”, l’amministrazione Trump ha fatto cadere il velo di ipocrisie che abbiamo denunciato per anni di fronte alle menzogne del potere politico di destra-sinistra. Oggi, da Davos, lo stesso Primo Ministro del Canada, Carney, non certo un rivoluzionario, ammette che quella retorica era pura finzione: “Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che i più forti si sarebbero esonerati quando conveniente […] E sapevamo che il diritto internazionale si applicava con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima”.

Trump non cita una ipocrita volontà di esportare democrazia quando deve sganciare bombe, ma motiva apertamente l’aggressione al Venezuela sulla base degli interessi: vuole il controllo totale del petrolio e delle risorse venezuelane. Il tutto nel solco di una rinnovata Dottrina Monroe – che il presidente USA ha umilmente rinominato “Donroe” – e che prevede il controllo ferreo statunitense su tutto l’emisfero occidentale. Non a caso, dopo le minacce a Colombia, Messico e Cuba, la preda oggi individuata è la Groenlandia, la più grande isola del pianeta, territorio coloniale di un’Unione Europea che, di fronte alle minacce a stelle e strisce, risponde in ordine sparso – quando risponde – e con timidi balbettii e preghiere di ripensamenti.

La tendenza alla guerra non caratterizza solo Washington: i Paesi europei, tanto a livello di singoli Stati, quanto di Unione Europea, prosegue sulla via di un riarmo i cui effetti sociali sono appena in fase di dispiegamento, ma già parlano tanto la lingua di una rinnovata austerità quanto quella di una militarizzazione dell’intero corpo sociale. Questo contesto è in fase di sviluppo, con “fronti mobili” e tempistiche non lineari, e ci indica la necessità per una forza come la nostra di farsi trovare pronta a costruire mobilitazioni contro la guerra e a difesa delle esperienze socialiste, che siano in grado di combattere l’imperialismo occidentale in Italia, e che riaffermino l’autodeterminazione dei popoli e il contrasto alle ingerenze occidentali. Con l’idea di fondo che costruire solidarietà internazionalista significa rafforzare il nostro stesso progetto di emancipazione qui, nel cuore

In questo inizio di anno, ci siamo fatti trovare pronti, forti di un anno di mobilitazioni con al centro la solidarietà col popolo palestinese e la lotta contro il genocidio israeliano, reso possibile dalle complicità di USA  e Paesi europei, in cui abbiamo avuto un ruolo politico e organizzativo che ci ha consentito di essere al centro delle piazze e del dibattito. Subito dopo l’attacco al Venezuela, insieme a tanti, siamo stati in grado di porre in campo una mobilitazione con date coordinate a livello nazionale, che non ci sarebbero state senza la nostra azione, con posizioni che non cedevano alla narrazione statunitense – a differenza di altre forze politiche, che hanno assunto nella migliore delle ipotesi posizioni timide e confuse; nella peggiore completamente spiaggiate su quelle prodotte da Washingotn, che tenevano fermo il rifiuto di ogni possibile intervento statunitense, rivendicando allo stesso tempo i successi del chavismo. In questa direzione continuiamo a lavorare per costruire una nuova mobilitazione nazionale per il 3 febbraio e un’assemblea nazionale il 8 febbraio, in difesa della repubblica bolivariana, e in preparazione della mobilitazione nazionale di metà marzo contro il processo farsa a Nicolas Maduro e Cilia Flores.

Il nostro orientamento in questa fase è quello di forza che rappresenta un’alternativa sia alle destre trumpiane, sia alle forze liberali che hanno loro aperto la strada e che, sul piano internazionale, rimangono funzionali all’imperialismo. In questa ottica si inquadra anche la posizione che assumiamo sull’Iran, su cui rimandiamo al nostro comunicato: sosteniamo la giusta lotta del popolo iraniano, rifiutiamo l’ideologia dei diritti umani che si fa scudo del tema dell’autodeterminazione per chiamare ad un ennesimo intervento imperialista in Medioriente, non a caso sostenuto da Israele e da Reza Pahlavi, figlio dell’ex dittatore deposto nel 1979, negando il contesto di sanzioni e le mire occidentali in cui si inserisce la protesta dei cittadini iraniani. Similmente, le piazze chiamate in questi giorni sotto questa ideologia, non ci appartengono.

Dalla “guerra esterna” alla “guerra interna”: le vicende internazionali fanno infatti il paio con un clima di crescente repressione, accelerato in particolare tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, che ha rappresentato la risposta del governo ad un anno di mobilitazioni: gli arresti dei 9 palestinesi, giovani studenti e minorenni raggiunti da provvedimenti, lo sgombero e la chiusura di Askatasuna dopo una lunga campagna di criminalizzazione, l’annuncio di nuovi decreti sicurezza, si iscrivono tutti in questa manovra che punta a colpire il movimento che ha animato piazze e posti di lavoro durante l’ultimo autunno, dopo la “normalizzazione” della situazione a Gaza e la nomina del trumpiano “Board of Peace” (Consiglio di Pace), un altro tassello di cui si compone la rottura dell’ordine internazionale vigente fino a oggi. Sull’aumento dei livelli repressivi, come Potere al Popolo partecipiamo attivamente alle mobilitazioni antirepressive, a partire dalla manifestazione del 31 gennaio a Torino contro il Governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali.

Tuttavia, sbaglieremmo a leggere la rinnovata repressione solo sulla base degli interventi di polizia e magistratura o se la ritenessimo tratto peculiare della sola ultradestra oggi al Governo.

La riconfigurazione istituzionale, di cui il referendum giustizia rappresenta un tassello rilevante, il progetto di premeriato, le proposte di legge che renderebbero il sistema elettorale per le Comunali ancor meno democratico, sono tessere di un puzzle più ampio. Lo spostamento del potere legislativo sempre più nelle mani dell’esecutivo e sempre meno nell’organo costituzionalmente titolato a esercitarlo in via primaria – il Parlamento; la personalizzazione e la verticalizzazione del potere, la marginalizzazione di settori sociali sempre più ampi (per via di una minore partecipazione politica ed elettorale, ma anche per leggi elettorali “escludenti”) non nascono certo con Giorgio Meloni. Anzi, hanno visto tra gli attori protagonisti molti di coloro che oggi, nelle file del centrosinistra, si strappano le vesti e gridano al rischio fascismo. Lo Stato autoritario moderno, infatti, è più frutto delle trasformazioni dell’imperialismo, del sempre maggior livello di centralizzazione dei capitali, insofferenti alle regole democratiche. Queste trasformazioni vengono assecondate, a ritmi differenti, da una classe politica che mira alla configurazione di un potere “ab solutus” da qualunque forma di controllo democratico.

Potere al Popolo dà indicazioni per il NO al referendum del 22-23 marzo. Allo stesso tempo non riconosce né nella conservazione dell’esistente né nella risposta del campo largo una soluzione. Lavoreremo nelle prossime settimane per articolare la nostra posizione e per una campagna indipendente per il NO, con una iniziativa nazionale per dare visibilità alla nostra posizione.

Per continuare nel solco della costruzione di un’opzione politica indipendente tanto dall’ultradestra quanto dal centrosinistra, abbiamo discusso dei prossimi passi che ci dovranno condurre verso le elezioni politiche del 2027. Siamo stati chiari, già a partire dall’iniziativa al teatro l’Aquila del 25 Ottobre: Potere al Popolo vuole essere presente alle prossime elezioni politiche per costruire una rappresentanza politica indipendente, capace di sfidare il bipolarismo liberista tanto sul terreno sociale, sostenendo in primis un sindacalismo indipendente e conflittuale, quanto su quello dell’orizzonte per il quale lavoriamo: la lotta delle idee che ognuna e ognuno di noi conduce quotidianamente, sui posti di lavoro, in scuole e università, sui territori e anche sui media, è uno dei motori necessari a inventare e a creare la strada che ci faccia uscire dal vassallaggio sotto NATO e imperialismo e sperimenti elementi di un nuovo socialismo, adatto ad affrontare le sfide del XXI secolo.

Sappiamo che questo impegno comporta una sfida organizzativa importante, che dobbiamo apprestarci ad affrontare da subito per essere pronti per il 2027. Perché senza organizzazione anche le migliori idee e le lotte più importanti rischiano di trovarsi di fronte a un vicolo cieco.

Infine, il primo CN del 2026 è anche l’ultimo di questo ciclo: nelle prossime settimane ci apprestiamo a rinnovare gli organismi dirigenti, con una votazione che coinvolgerà tutto il corpo di PAP a metà febbraio e porterà il nuovo il CN ad essere operativo già prima che arrivi la primavera. Sarà l’occasione anche per una revisione dello statuto, già discusse nella riunione del Coordinamento, che migliori il funzionamento della nostra organizzazione e la adegui alla fase che ci apprestiamo affrontare.