ll 6 gennaio l’esercito dell’autoproclamato governo di al Sharaa, insieme alle milizie turche – al-Amshat, al-Hamzat e Nour al-Din al-Zenki – ha attaccato i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, nel nord di Aleppo.
L’assalto, praticato con mezzi e armi pesanti, ha causato decine di morti e migliaia di feriti tra i civili, la distruzione di infrastrutture ospedaliere e vitali per la popolazione, la fuga di oltre 140mila persone sfollate, molte delle quali si erano rifugiate lì dopo essere state costrette a scappare dall’invasione turca di Afrin nel 2018.
Non è la prima volta, dalla caduta di Assad, che esercito siriano e milizie turche prendono di mira questi quartieri: altri attacchi, sparatorie, uccisioni, si erano registrati nei mesi scorsi, alzando di volta in volta l’asticella dello scontro, nei fatti sabotando il negoziato attualmente in corso tra Amministrazione del nord est e governo siriano.
Ma cosa rende Sheikh Maqsoud e Ashrafieh un target del governo siriano?
Sebbene il nuovo presidente al Sharaa abbia ampiamente avuto modo di dimostrare come il suo governo intende “gestire” l’integrazione delle minoranze etniche nella vita pubblica del paese – basti pensare ai massacri e alle violenze che hanno riguardato le comunità di drusi e alawiti lo scorso anno – sarebbe un errore derubricare quello che sta accadendo in questi giorni a un “semplice” conflitto confessionale.
Nei fatti, i due quartieri di Aleppo – controllati militarmente dalle forze di sicurezza interne (Asaysh) e governati dai Consigli popolari collegati all’Amministrazione democratica autonoma – hanno rappresentato una enclave dell’amministrazione democratica della Siria del nord e dell’est (il cosiddetto Rojava) dove convivono una pluralità di identità nazionali, religioni, culture.
A scontrarsi sono due modelli politici e sociali differenti, due differenti idee di paese che riguardano il futuro della Siria.
E’ il confederalismo democratico – con le sue strutture sociali, politiche e militari (le forze democratiche siriane) e la gestione delle risorse naturali che insistono su quel territorio – l’obiettivo finale del governo di al Shara che, in questo, gode del sostegno di alleati importanti.
In primis, la Turchia, che ha avuto un ruolo di primo piano nell’instaurazione del governo di al Sharaa e dove si sono avute enormi manifestazioni in sostegno della popolazione del nord di Aleppo e del progetto confederalista.
Non a caso il ministro degli Esteri turco Fidan, ha dichiarato che le SDF rappresenterebbero “ il più grande ostacolo alla pace e alla stabilità in Siria”, mentre quotidianamente agenzie di stampa e media governativi turchi definiscono “terroriste” le forze filocurde. Non solo: dagli Usa ai governi dell’Ue, passando per Israele, tutti si sbracciano per completare la riabilitazione di al Sharaa (ex qaedista del ramo di al nusra, dalla cui testa è stata velocemente tolta la taglia posta dagli USA di milioni di dollari) e la consacrazione internazionale della “nuova” Siria come attore credibile, partner commerciale e militare del blocco Nato.
Nei giorni dell’assedio ad Aleppo, Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo, in visita insieme a Ursula von der Leyen, portava in dote ad al Shara un pacchetto di sostegno europeo da 620 milioni di euro.
Qualche settimana prima, benedetti da Trump, Siria e Israele – nonostante le frizioni ancora aperte, anche militarmente nel sud siriano – firmavano il primo accordo per l’istituzione di un “meccanismo congiunto di comunicazione», che integra lo scambio di informazioni di intelligence militare. Un passo ulteriore verso la normalizzazione dei rapporti tra i due stati.
Gli stessi Usa non hanno battuto ciglio mentre i civili del nord di Aleppo venivano colpiti.
In questo quadro dobbiamo leggere l’annuncio del governo siriano di costituire una “zona militare” ammassando mezzi a Deir Hafer, nel nord est.
La lettura della guerra tra bande, dello scontro confessionale, propinata dai media (quando non scelgono il silenzio) è distorta e dannosa. La vicenda è politica e ci riguarda: non semplicemente perché esula dalla portata regionale, coinvolgendo gli interessi materiali di milioni di persone, ma perché è l’ennesimo tassello di una guerra globale tra interessi economici – compresi quelli nostrani, per cui il governo italiano è stato tra i primi a riabilitare ipocritamente la figura del premier siriano e a offrirsi come partner nella ricostruzione del paese – combattuta a bassa intensità e sulla pelle di chi è considerato “sacrificabile” e che non vede l’ora di farla finita con l’unica esperienza politica progressista e laica emersa negli ultimi decenni in Medioriente.
Mentre giustificano interventi armati in Venezuela e Iran, né Trump né Meloni si fanno problemi a sostenere un governo siriano realmente antidemocratico e realmente intollerante verso minoranze etniche, religiose e verso una reale sovranità popolare dei popoli della Siria. L’importante è che sappia riconoscere i padroni giusti… Solidarietà con il confederalismo democratico. Basta armi alla Turchia, stop sostegno e aiuti al governo di Al-Sharaa.