I. La guerra è già qui
L’aggressione militare all’Iran (e al Libano) da parte dell’asse statunitense-israeliano, lungi dal risolversi in uno scenario venezuelano – ossia con una capitolazione dei pasdaran e un rapido accordo a favore delle corporation del Big Oil statunitense – sta diventando una guerra di logoramento. Al centro di questo scontro ci sono ora i “choke points”, i colli di bottiglia del commercio mondiale: lo stretto di Hormuz che è la porta d’ingresso del Golfo Persico, e potenzialmente anche quello di Bab el-Mandeb, alle porte del Mar Rosso, nonché il controllo dell’infrastruttura di estrazione, raffinazione, stoccaggio e distribuzione di petrolio e gas del Golfo persico.
Abbiamo condannato senza esitazione questa guerra, nonché la complicità del Governo italiano, che consente agli USA l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, si rifiuta di condannare l’ennesima aggressione imperialista e il proseguio dell’occupazione di Gaza, della Cisgiordania e ora anche del Libano da parte di Israele. Condanniamo non solo per senso di umanità (mentre scriviamo, sono oltre 1800 i morti in Libano e oltre 3600 i morti in Iran) né solo perché l’imperialismo Usa e quello israeliano sono attualmente uno dei principali ostacoli alla pace in Medio Oriente e nel mondo, ma anche perché tra le vittime indirette di questa guerra ci siamo anche noi, le lavoratrici e i lavoratori italiani.
II. La dipendenza italiana
Considerata l’economia italiana nel suo complesso, l’Italia è un paese fortemente dipendente dalle importazioni di energia e in particolare dagli idrocarburi. Se guardiamo al mix energetico nazionale, nel 2023 il 41% del consumo energetico nazionale proveniva da petrolio e il 35% dal gas, da cui siamo sempre più dipendenti. Se consideriamo la produzione di elettricità, quasi il 50% dell’energia elettrica è stata prodotta bruciando gas. La guerra in Ucraina ha poi reso l’economia italiana, in seguito alle sanzioni e alla rinuncia al gas russo, molto più dipendente dal più costoso Gnl proveniente principalmente dagli Usa e dal Qatar. Per questo la guerra in Iran, con i danni agli impianti di distribuzione e liquefazione in Qatar e il blocco dello stretto di Hormuz, potrebbe impattare in maniera consistente sull’approvvigionamento di gas e, soprattutto, sta già avendo conseguenze importanti sui prezzi. Sebbene, infatti, considerando sia le riserve private, sia quelle pubbliche, l’Italia possegga scorte di gas pari a 44 giorni di consumo medio, il prezzo di vendita è già in rapido aumento. Il prezzo finale di vendita del petrolio e del gas non dipende infatti solo dai costi di estrazione, ma è il frutto delle fluttuazioni di borsa (degli indici petroliferi e del famigerato TTF di Amsterdam per il gas), cosicché ogni minima tensione nel Golfo Persico si traduce in un rincaro immediato in bolletta e alla pompa di benzina.
L’Italia dunque, con la sua dipendenza dal gas importato sia per i consumi diretti di famiglie e imprese, sia per la produzione di energia elettrica, è particolarmente esposta ai rincari dell’energia e si trova in una situazione di svantaggio. Tuttavia questo svantaggio non vale per tutti: negli stessi giorni in cui si annunciavano rincari dei prezzi in bolletta, benzina e diesel crescevano vertiginosamente, l’amministratore delegato di ENI Descalzi dichiarava: “per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati, prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario”. Ciò vuol dire che prezzi più alti si traducono immediatamente in più guadagni per alcune grandi imprese del settore energetico, non solo italiane, come ENI. D’altronde anche la guerra, se è un salasso per alcuni, è un’occasione di profitto gli azionisti di Leonardo e delle altre aziende produttrici di armi, nonché per la loro catena di subforniture. E d’altronde, se la BCE dovesse rialzare i tassi di interesse, a fronte di maggiori difficoltà di finanziamento di prestiti e mutui, a fare enormi profitti sarebbero gli azionisti dei gruppi bancari italiani. È una dinamica che abbiamo già visto in atto dopo la guerra in Ucraina: si stima che nel solo 2022, gli extraprofitti delle multinazionali dell’energia abbiano oltrepassato i 200 miliardi di euro, con le corporation USA a fare la parte del leone, seguite da quelle europee. Tra queste ultime, l’italiana ENI ha fatto 20,4 miliardi di extraprofitti. D’altra parte, i prezzi dell’energia in bolletta degli ultimi anni sono letteralmente raddoppiati, spalmandosi anche sui costi di produzione dei beni di consumo, cosicché secondo l’OCSE nel 2025 la media dei salari reali italiani era più bassa dell’8% rispetto al 2021. Un trasferimento netto di ricchezza dai salari di molti ai profitti di pochi.
IV. Chi sta tutelando il Governo italiano
Di fronte a questa situazione, il Governo Meloni ha reagito con il famigerato taglio delle accise introdotto il 18 marzo e prorogato fino al 1 maggio, per una spesa complessiva di poco meno di 1 miliardo di euro, ottenendo per ora scarsi risultati, essendo il prezzo del gasolio costantemente al di sopra dei 2 euro al litro. Le risorse per finanziare questa misura sono state ricavate attraverso tagli ai ministeri, tra cui 82 milioni di euro di tagli alla sanità pubblica. Ulteriori fondi provengono dai proventi della vendita degli Ets, che avrebbero dovuto essere reinvestiti nella tutela ambientale e in fondi rinnovabili. Il taglio delle accise però non interviene sulla quota del prezzo di vendita del diesel o della benzina che finisce in tasca alle aziende dell’energia, ma solo sulle tasse che vengono aggiunte a quel prezzo di vendita, e che contribuiscono a formare il prezzo finale alla pompa di benzina. Ciò vuol dire che intervenendo – temporaneamente e in maniera insufficiente – sulle accise, il Governo sta permettendo ai giganti dell’energia di mantenere i prezzi alti, determinando un trasferimento di ricchezza dal welfare dei lavoratori e delle lavoratrici alle loro tasche.
Un’altra misura annunciata è la riapertura delle centrali a carbone, che sarebbe un disastro per gli obiettivi di decarbonizzazione. E rimangono per ora inascoltate le richieste che il Ministro dell’economia Giorgetti – rappresentante della voce degli industriali nel Governo – intende portare al prossimo Consiglio Europeo: la possibilità di derogare al Patto di stabilità sottoscritto dal suo stesso Governo, sforando così il 3% del rapporto deficit/PIL, e una tassa europea sugli extraprofitti delle compagnie energetiche, proposte sulle quali la Commissione Europea ha già detto che darà parere negativo.
D’altronde che la classe dirigente italiana e in particolare questo governo siano particolarmente timidi e accondiscendenti con le richieste delle grandi multinazionali degli idrocarburi non è una novità: nella vicina Spagna l’energia prodotta da rinnovabili sfiora ormai il 60% dell’energia complessivamente prodotta in patria. Ciò vuol dire che sempre meno il prezzo finale pagato dagli utenti spagnoli dipende dal prezzo del gas, che è molto più alto rispetto al prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Il Governo Meloni, come e più dei Governi precedenti, si rivela sovranista solo a parole, ma è schiavo delle multinazionali degli idrocarburi nei fatti.
V. Quattro mosse per non pagare questa crisi
Di fronte all’aumento dei prezzi e delle bollette, l’opposizione del Campo Largo riesce solo a balbettare “fare come in Spagna”, ossia favorire investimenti del settore dell’energia rinnovabile. Si tratta ovviamente di misure condivisibili e necessarie, su cui però che il centrosinistra liberale ha già dimostrato, nei suoi 11 anni di Governo diretto del paese e nei quasi 6 anni di sostegno a governi tecnici, timidezza se non proprio mancanza di volontà politica. Noi di Potere al Popolo siamo coerentemente per la nazionalizzazione delle imprese dell’energia e dell’automotive, per investimenti pubblici nella transizione ecologica e nel trasporto pubblico e sostenibile finanziati da una billionaire tax sui grandi patrimoni. Si tratta di interventi necessari per costruire l’avvenire senza gravare sulle tasche di lavoratori e delle lavoratrici, ma che non forniscono le risposte di cui lavoratori e lavoratrici hanno bisogno ora, e non domani.
Di fronte alla morsa inflattiva e alla “patrimoniale al contrario” – ossia all’odioso trasferimento di risorse dalle tasche di chi sta in basso alle tasche di chi sta in alto – occorrono infatti interventi coraggiosi e immediati.
Prima mossa. Approvazione rapida della legge sul salario minimo. Non quello delle opposizioni, ma quello da noi proposto nel 2022, ossia un salario minimo agganciato all’inflazione, che permetta a milioni di lavoratori e lavoratrici povere di avere un ritorno immediato in busta paga e di reggere di fronte a misure inflattive.
Seconda mossa. Tetto al prezzo del carburante e dell’energia. Prezzo su cui stanno già speculando – dalle raffinerie e dagli hub di rigassificazione fino ai centri di distribuzione – le grandi multinazionali. Come nel 2020 – durante l’emergenza Covid – il Governo impose un calmiere al prezzo delle mascherine, così oggi dobbiamo lottare per imporre un tetto al prezzo del carburante.
Terza mossa. Per fermare la guerra, serve un segnale immediato: rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato genocida e di apartheid di Israele. Sanzioni commerciali, a partire dallo stop all’import-export di armi. Esclusione totale della possibilità per gli USA di utilizzare il suolo italiano, per qualsiasi tipo di operazione connessa con la guerra in Iran e in Libano. Senza mettere in discussione la Nato e la sottomissione all’imperialismo USA di cui è strumento, non potremo mai realmente opporci alla guerra e alle sue conseguenze.
Quarta mossa. Una tassa sugli extraprofitti, che garantisca allo Stato un extragettito in grado di finanziare misure contro il carovita – come la riduzione delle accise, ma anche la gratuità del trasporto pubblico urbano e il finanziamento di supermercati pubblici che distribuiscano beni di prima necessità a prezzo di costo –, senza gravare sulla sanità e sul welfare di lavoratrici e lavoratori.
Si tratta di misure che il Governo e il Parlamento potrebbero introdurre domani e che darebbero respiro a milioni di persone nel nostro paese, evitando un enorme trasferimento di ricchezza ai danni della maggioranza e il calo drastico dei salari reali a cui abbiamo già assistito con la Guerra in Ucraina nel 2022.
È evidente però che il Governo Meloni sta tutelando gli interessi di una minoranza, esattamente come il Governo Draghi durante la guerra in Ucraina. Non ci faremo prendere in giro una seconda volta: siamo pronte e pronti a mobilitarci per evitare che questa guerra criminale ci travolga tutte e tutti.