Dal 19 al 23 gennaio 2026 a Salvador de Bahia, in Brasile, si è tenuto il 14° incontro nazionale del Movimento dos trabalhadores rurais sem terra del Brasile. L’MST, un movimento che da ormai 42 anni organizza circa 500.000 famiglie di lavoratrici e lavoratori agricole/i contro il dominio dei grandi proprietari terrieri e l’industria agricola, è diventato un punto di riferimento politico non solo per la sinistra brasiliana, ma per i movimenti emancipatori a livello globale.
All’incontro nazionale hanno partecipato 3000 delegate/i dell’MST provenienti da tutto il territorio brasiliano e un centinaio di rappresentanti politici e sociali dal resto del mondo. La conferenza non è solo stata l’occasione per rinnovare gli organi interni dell’organizzazione, ma – vista la situazione politica generale in cui versa l’intero continente latinoamericano – un momento per affermare il carattere internazionalista e antimperialista del movimento.
Abbiamo partecipato alla delegazione internazionale che ha seguito attivamente i lavori della conferenza dell’MST e vogliamo riportare le tematiche e i punti politici più rilevanti dell’incontro nazionale mettendole a disposizione delle compagne e dei compagni.
La centralità della questione agricola
Malgrado la lotta per la terra e la riforma agraria costituisca il nucleo dell’MST e le occupazioni (presa di controllo di terreni privati improduttivi), gli accampamenti (avvio di progetti produttivi e di alloggio nelle terre occupate) e gli insediamenti (progetti produttivi e sociali regolarizzati) del movimento abbiamo migliorato la vita di milioni di lavoratrici e lavoratori agricoli, in Brasile le disuguaglianze legate alla terra rimangono tra le più alte a livello mondiale. Come ha spiegato Sérgio Leite, professore all’Università federale rurale di Rio de Janeiro, ancora oggi l’1% dei proprietari controlla circa il 50% delle terre rurali brasiliane; questa percentuale sale al 70% se si considera il 10% più ricco dei proprietari terrieri. Dall’altro lato invece, i piccoli agricoltori che possiedono meno di 10 ettari controllano solo il 2% del territorio agricolo brasiliano. Siamo di fronte a un’estrema disuguaglianza per quel che riguarda l’accesso alla terra e il latifondo – cioè la grande estensione di terreno lasciata incolta o sulla quale si esercita un’agricoltura estensiva – rimane uno dei problemi fondamentali del Paese. “La riforma agraria è un progetto strategico per la sovranità popolare”, ha infatti affermato Leite.
Oggi, circa 10 milioni di lavoratrici e lavoratori rurali sono attivi nel settore agricolo, numero che corrisponde a circa l’8% dell’intera forza lavoro brasiliana (se si considera tutta la filiera agricola – produzione, trasporto, stoccaggio, servizi – questo numero aumenta a 28,5 milioni di lavoratori, cioè circa un quarto di tutta la forza lavoro del Paese). Se il latifondismo, l’iper-sfruttamento della forza lavoro e la presenza di piccoli produttori senza terra costituiscono una costante della questione rurale brasiliana, negli ultimi due decenni sono emersi anche importanti cambiamenti legati alla finanziarizzazione (crescita esponenziale di strumenti finanziari che fungono da collegamento tra i mercati dei capitali e l’industria agricola) e all’inserimento di capitale straniero (investimenti in mercati finanziari, strumenti di debito e partecipazioni) nel settore agricolo brasiliano. Questo ha avviato un processo di concentrazione produttiva e di inasprimento delle monocolture, che, a sua volta, ha aumentato i conflitti sociali e ambientali per la terra e i “beni comuni della natura” come per esempio l’acqua (termine utilizzato dalla Presidente dell’Associazione brasiliana per la riforma agraria Yamila Goldfarb).
In Brasile l’industria agricola legata all’export mondiale dei principali prodotti come soia, carne, zucchero e caffè rimane uno dei settori centrali d’investimento di capitale privato il cui contributo economico totale ammonta a circa 25% del PIL nazionale. Le lotte dell’MST sono una risposta a questa centralizzazione e concentrazione di capitale e confermano la teoria politica secondo cui i principali luoghi di agitazione delle lavoratrici e dei lavoratori “seguono” i settori trainanti dello sviluppo capitalistico e rispecchiano le dinamiche politiche ed economiche globali.
Analisi della congiuntura globale e l’internazionalismo dell’MST
Un altro elemento centrale che ha caratterizzato l’intera conferenza nazionale dell’MST è l’analisi della congiuntura globale in cui si inserisce la lotta per la riforma agraria e per il socialismo in Brasile. Ed è da questa analisi che risulta quello che viene considerato la spina dorsale attorno a cui la “carne viva” del movimento si sviluppa: l’internazionalismo.
La conferenza si è tenuta a due settimane dal sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, quindi durante uno dei momenti culminanti dell’ultima offensiva imperialista in America Latina. Il legame politico con il processo bolivariano è particolarmente articolato: da ormai 20 anni una brigata permanente dell’MST è presente in Venezuela lavorando nei settori dell’agroecologia, della sovranità alimentare e della formazione politica. Altre brigate dell’MST sono presenti in Haiti, in Zambia e in Palestina. Le brigate sono l’espressione vivente, oltre le sole dichiarazioni verbali, della solidarietà internazionale e del mutualismo dell’MST.
L’invasione USA in Venezuela ha quindi costituito il punto di partenza dell’analisi congiunturale volta a comprendere lo scenario internazionale, con una particolare attenzione allo stato dell’arte dell’imperialismo statunitense e alla necessità della costruzione di un fronte antimperialista popolare e su scala mondiale. L’economista e ricercatrice di Tricontinental Brasile, Juliane Furno, ha invitato a applicare una lettura materialista della congiuntura attuale: se guardiamo solo alla fotografia attuale, si può pensare che gli USA costituiscono l’unica forza politica, economica e militare al mondo; uno sguardo più dinamico e storico invece ci rivela una potenza in crisi egemonica, che sta perdendo influenza economica e legittimità politica a livello globale. L’imperialismo è quindi meno forte di come appaia a prima vista.
Nella stessa direzione ha argomentato l’autore Breno Altman che ha descritto la congiuntura politica internazionale come un “chiaroscuro tra il mondo unipolare che non vuole morire e il mondo multipolare che non riesce ad emergere”. Per rispondere alla sempre maggiore caduta del saggio del profitto, il capitale a guida statunitense ha agito espandendo il sistema di credito, aumentando lo sfruttamento della forza lavoro a livello globale e accaparrandosi le materie prime a basso costo nel Sud globale. Ma l’imperialismo si è anche trovato di fronte a forze che si sono opposte al suo modello di sviluppo (Cina in primis) o ha addirittura costruito un campo contro-egemonico agli Stati Uniti, come durante la fase più densa del chavismo e dell’integrazione regionale negli anni 2005-2012. Ed è proprio da queste esperienze che un nuovo progetto con caratteristiche fortemente antimperialiste e popolari deve emergere per combattere l’ascesa dell’ultradestra continentale.
Infine, la compagna dell’Assemblea internazionale dei popoli (AIP) Stephanie Weatherbee ha affermato che se gli strumenti imperialisti applicati in America Latina sono potenti, sarebbe un errore pensare che per questa ragione l’imperialismo è invincibile. Piuttosto, vale la pena rivolgere lo sguardo verso le debolezze dei progetti progressisti e rivoluzionari del continente, perché è esattamente in quegli spazi lasciati vuoti dalle forze politiche di sinistra che l’imperialismo si inserisce per rafforzarsi. Sono perlopiù quattro gli elementi che ha messo in evidenza: un’integrazione regionale debole anche tra i governi progressisti; una dipendenza economica dagli Stati Uniti anche laddove la sinistra va al governo; una debole unità ideologica delle forze progressiste del continente; un orientamento rivolto ancora troppo alle elezioni e alle istituzioni dello Stato e ancora in maniera insufficiente alla classe lavoratrice, l’unica vera forza sociale trasformatrice. E così, anche il multipolarismo non può essere semplicemente considerato, tout court, un antidoto contro l’imperialismo: “Il carattere progressista del multipolarismo dipende dal carattere progressista delle lotte di liberazione nazionale”, che, aggiungiamo, a sua volta dipende dal livello della lotta di classe nei rispettivi Paesi.
L’MST come soggetto politico
Infine, vale la pena riportare il dibattito sul ruolo politico dell’MST in questa congiuntura politica nazionale e internazionale. Tanti sarebbero gli argomenti da affrontare, ma ci soffermiamo su quelli centrali e utili anche al nostro dibattito.
Il primo elemento è quello che il movimento chiama organicità, cioè la costante e reale partecipazione da parte della base militante alla vita dell’organizzazione. Può sembrare una discussione astratta, ma l’incontro nazionale stesso a cui hanno partecipato 3000 delegate/i ha mostrato la sua importanza pratica. Per garantire la partecipazione dal basso, non è sufficiente dare strutture all’organizzazione. Servono strumenti politici che permettono che queste strutture vengano vissute attivamente e non semplicemente subite passivamente. Per garantire l’organicità quindi, l’organizzazione deve radicarsi nel tempo e nella vita quotidiana delle e dei militanti: servono quadri politici capaci di integrare la linea politica dell’organizzazione, di trasmetterla alla propria base, di assorbire il dibattito sviluppatosi alla base e riportarlo negli organi superiori dell’organizzazione. La formazione politica popolare è uno degli strumenti fondamentali per aumentare la capacità del popolo organizzato di trasformarsi in soggetto politico permanente, non solo massa mobilitata a intermittenza. Per sistematizzare la formazione politica, nel 2005 l’MST ha aperto una scuola nazionale di formazione politica (Escola Nacional Florestan Fernandes) che ormai ha assunto un ruolo internazionale. Durante la conferenza a Salvador, un militante di base dell’MST ha preso la parola e ha detto: “Ci auguriamo che l’ENFF possa ispirare tutte le organizzazioni amiche qui presenti. Costruite tante piccole ENFF in giro per il mondo! Perché a partire da quando i lavoratori iniziano a far parte di un’organizzazione, l’organizzazione ha la responsabilità di elevare la loro coscienza, e lo può fare solo con la forza collettiva dell’organizzazione stessa”.
Un secondo elemento riguarda l’obiettivo strategico dell’organizzazione. A tal proposito, il dirigente nazionale Neuri Rossetto ha spiegato: “Se vuole sopravvivere nel tempo, una forza politica ha bisogno di un orizzonte strategico, un progetto di società, una collocazione nella lotta di classe”. L’obiettivo strategico dell’MST si riassume nello slogan “terra, riforma agraria, socialismo”. In questa prospettiva socialista si tratta quindi di uscire – per recuperare categorie gramsciane come lo ha fatto la professoressa dell’università di Minas Gerais Cristina Bezerra – dalla “piccola politica”, quella quotidiana, da corridoio, in cui ci vuole costringere la classe dominante, per assumersi la responsabilità della “grande politica”, cioè quella progettuale, egemonica, capace di risolvere i problemi sociali che la base economica produce. Questo implica inoltre la necessità di affrontare le difficoltà interne all’organizzazione (e non paralizzarsi di fronte ad esse), perché solo andando oltre le difficoltà si correggono errori, si avanza sul piano generale e si migliora la capacità di incidere sulla “grande politica”. Infine, una forza politica che affronta la sfida della “grande politica” ha bisogno di mobilitare costantemente le masse, perché senza di essa smette di essere una reale forza politica.
Un terzo e ultimo elemento invece riguarda il futuro prossimo dell’azione politica dell’MST. Se l’MST insiste molto sulla fermezza degli obiettivi strategici e sulla disciplina della militanza, l’organizzazione ha anche un approccio flessibile per quel che riguarda gli obiettivi tattici e, di conseguenza, le necessità organizzative a tal proposito. A ottobre 2026 si terranno le elezioni politiche e legislative nazionali. Le esperienze del “colpo di Stato” contro l’allora presidente Dilma Rousseff nel 2016 e del governo ultradestra di Bolsonaro dal 2019 al 2022 sono ben presenti nella memoria del movimento. Oggi, l’MST è consapevole che l’ingerenza imperialista potrebbe mettere a rischio l’elezione di Lula (che a sorpresa si è presentato a Salvador alla chiusura dell’incontro!). Per difendere le proprie forme di azione, l’MST si sta preparando alla campagna elettorale dell’autunno prossimo. Ma l’MST non si perde nella tattica: questa campagna elettorale è solo un ulteriore tassello nell’obiettivo strategico generale volto a costruire un campo politico popolare capace sia di indicare i cambiamenti strutturali di cui il Paese ha bisogno che di lottare per raggiungere i propri obiettivi: terra, riforma agraria, socialismo.