In Iran si protesta.

La protesta – che appare la più intensa e larga dal 2022 – coinvolge le grandi città e i luoghi periferici, le università e i luoghi della cultura, i luoghi di lavoro, raccogliendo anime e istanze politiche, settori sociali, differenti.

Il sistema teocratico degli ayatollah è odioso, reazionario e profondamente antipopolare. Ma fermarsi a questa constatazione non fa comprendere le ragioni profonde di questa situazione.

Da anni il popolo iraniano vive una crisi durissima. Inflazione fuori controllo, salari dimezzati (–54% di potere d’acquisto dei salari reali), beni essenziali sempre più inaccessibili. Non è un “fallimento naturale”. È una crisi prodotta politicamente.

L’economia iraniana è sottoposta dal 2018 da sanzioni economiche, imposte da Stati Uniti e dagli stati dell’Unione Europea, rafforzate progressivamente fino ad arrivare all’ultimo pacchetto nel settembre 2025.

Sanzioni su:
– energia
– sistema finanziario
– importazioni di beni essenziali

Checchè ne dica la propaganda statunitense, le sanzioni colpiscono prevalentemente le classi sociali più povere, i lavoratori, sui quali impattano nell’importazione e nel potere d’acquisto su beni essenziali, come cibo o medicinali.
Nei fatti, le sanzioni non hanno indebolito o impoverito le elité dello stato iraniano, ma hanno ampliato le disuguaglianze sociali nel paese.

Su questo sfondo si impianta una profondissima crisi sociale provocata dalle politiche reazionarie e antipopolari, dalla corruzione e dai meccanismi di repressione interna del governo iraniano, particolarmente feroci rispetto alle organizzazioni sindacali ed a quelle progressiste, le minoranze etniche e culturali, le donne.

Quello che vediamo in queste settimane è la commistione, indivisibile, di due piani: da un lato, il piano materiale, frutto della tenaglia delle sanzioni occidentali e delle misure governative antipopolari portate avanti dalle elites locali, dall’altro, il piano della rivendicazione di una maggiore democratizzazione della società, della fine di autoritarismo e della violenza governativa.

Trump, Giorgia Meloni, i capi dei governi europei, gli stessi che hanno armato, sostenuto, coperto – e continuano a farlo senza indugi – il genocidio del popolo palestinese, strumentalizzano la sofferenza popolare che loro stessi hanno contribuito a costruire.

L’imperialismo occidentale non è un alleato dei popoli.

Affamare un paese per “liberarlo”, è solo un altro modo di dominarlo.

Di tutto questo nel dibattito pubblico italiano non c’è traccia, non c’è traccia della complessità e non c’è traccia delle istanze popolari che affollano le piazze.

O stai con il regime degli ayatollah o stai con le sanzioni (e la minaccia di intervento militare) del blocco NATO: ecco la finta alternativa che ci propinano la propaganda e i media occidentali

I popoli si liberano da soli.

Non con sanzioni, ricatti e cambi di regime decisi a Washington o Bruxelles.

Ogni volta che questo accade, la democrazia viene sacrificata agli interessi geopolitici. Lo abbiamo visto decine di volte, e non è mai andata bene.

L’unico risultato è il passaggio da un dominio a un altro: una diversa forma di subordinazione, mascherata da “liberazione”.

Per questo noi ci poniamo contro:

👉le sanzioni occidentali
👉 l’imperialismo americano e la minaccia di intervento militare
👉la repressione portata avanti dal regime degli ayatollah.

Mai come in questo momento è dunque necessario tenere insieme le due verità. Le proteste in Iran non nascono solo dalla repressione politica, ma da una crisi materiale prodotta anche dall’esterno.

Tenere insieme la critica al regime e la critica all’imperialismo è l’unico modo per non cadere nella propaganda (quale che sia la fonte di questa propaganda) e per restituire centralità alle condizioni di vita concrete delle classi popolari.

I popoli dell’Iran hanno diritto a decidere del proprio destino e a ribellarsi senza ingerenze esterne.