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NORMALI PER CHI? GIU’ LE MANI DALLA SCUOLA, DALLE STUDENTESSE E DAGLI STUDENTI

Leggendo l’editoriale di Galli della Loggia, dalle pagine del Corriere della sera, la sensazione che emerge è quella di una chiara visione classista della scuola, che ci riporta indietro di molti anni, al tempo delle classi differenziali e delle scuole speciali. L’editorialista contesta, infatti, la scuola inclusiva adoperando una frase che ignora anni e anni di studi e avanzamenti culturali del concetto stesso di disabilità non più come mancanza di salute ma come condizione in un ambiente sfavorevole: “accanto ai “normali” ci sono i Bes, i disabili e gli stranieri”.

Le studentesse e gli studenti nell’articolo vengono trattati alla stregua di un problema da gestire o meglio da eliminare perché da intralcio all’apprendimento dei cosiddetti “normali”. Qui si aprirebbe una importante riflessione sul concetto di normalità e anormalità che sarebbe troppo lunga da proporre in questo testo. Forse a Galli della Loggia la docente torinese Mirella Casale risponderebbe che la scuola non deve creare ghetti, ma piuttosto offrire a chiunque le stesse possibilità nel rispetto delle differenze di apprendimento di ciascun*.

Una spiegazione, non certo una giustificazione però, a una visione così retrograda e classista dell’istruzione crediamo sia da rintracciare in una altrettanto distorta idea di scuola come azienda, in cui i saperi scompaiono per dare rilievo a competenze dettate dal mercato e in cui si valutano performance con scale numeriche standardizzate come impone l’Europa. Un grande sistema dove viene insegnata la competizione a tutti i costi con ritmi incalzanti che devono spazzare via ogni intralcio o rallentamento e non importa se siano esseri umani, cioè che importa è che ci sia selezione. I più meritevoli devono andare avanti per poter essere meglio sfruttati in futuro.

L’osservazione  di Galli, oltre che razzista, è anche poco attinente alla realtà visto che il declino degli apprendimenti riguarda in generale tutta l’area OCSE, dove il modello inclusivo italiano è minoritario. Le cause quindi vanno ricercate altrove, in qualcosa che invece accomuna le riforme dei vari paesi e cioè la mistificazione delle competenze , la standardizzazione dei processi valutativi, la logica dei test e la spersonalizzazione dei percorsi educativi.

Nonostante il sistema scolastico italiano abbia dei limiti, anche per via di nefaste riforme scolastiche che si sono succedute, a partire dalla riforma Gelmini, e per un investimento di finanziamenti pubblici sempre più esiguo, non si può non constatare che il modello di scuola inclusiva sia valido e che molti paesi europei lo guardano come buona pratica da esportare. La Francia da anni invia personale ministeriale per osservare e studiare il sistema di istruzione italiano.

Perché mai allora dovremmo conformarci ai modelli europei che impoveriscono i saperi e fanno del diritto all’istruzione un privilegio per pochi? La scuola italiana è bella perchè è multiculturale ed è una scuola per tutte e tutti e piuttosto il nostro impegno deve essere quello di migliorare maggiormente il suo carattere inclusivo.

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