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[Manifesto] La catastrofe è dietro. A patto che…

Fonte: Il Manifesto
di Salvatore Prinzi

Non è male il film di Raoul Peck su Il giovane Marx. Ma proprio bella è la scena in cui, con un colpo di mano, Marx ed Engels si impongono al Congresso della Lega dei Giusti, cambiandone il nome in Lega dei Comunisti, e cambiandone il motto, che passa da un generico “Tutti gli uomini sono fratelli” al celebre “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Peck individua in quella mossa l’atto di nascita del marxismo e della sinistra: da giusti a comunisti, da un dato morale, individuale, a un dato materiale, collettivo, attinente ai rapporti di produzione. Da un’affermazione di principio basata su qualcosa di nient’affatto evidente – “sei forse uguale al tuo padrone?”, chiede Engels a un operaio –, a un’indicazione di carattere operativo, che innanzitutto divide il campo sociale – perché i “proletari” non sono i “tutti”…

Peck enfatizza la scena per contrapporre quel gesto alla sinistra di oggi. Che in effetti, da trent’anni a questa parte, in diverse parti d’Europa ma in Italia di più, ha abbandonato una visione e una pratica di classe, non ha voluto o saputo tracciare una linea di distinzione fra amici e nemici, ed è regredita a prima del 1848, alle astrazioni umanitarie, al radicalismo pronto a mutarsi in “responsabilità”, all’intellettualismo à la Bauer, alle utopie proudhoniane, agli estremismi bakuniani. Così da un lato la sinistra è stata – giustamente, viste le oggettive commistioni – identificata con il potere, da un altro lato si è condannata all’irrilevanza – sociale, prima che elettorale. La sinistra di governo e il più radicale dei centri sociali sono agli occhi di molti proletari due facce della stessa medaglia: qualcosa di distante, di incomprensibile, di inutile. È in questo abbandono, in questa perdita di un legame organico con la vita delle classi subalterne, da cui derivano opportunismo e settarismo, perfettamente speculari, che sta la catastrofe. Non nelle elezioni del 4 marzo, che la catastrofe l’hanno solo certificata.

Ne segue però anche una buona notizia: anche se i suoi effetti possono ancora manifestarsi, la catastrofe è dietro. Forse è questo quello che intendeva Rossanda nella sua intervista al Manifesto del 6 aprile, quando diceva che “non giova adesso insistere sul tema ‘non rimane che un mucchio di macerie’”. Perché anche il lamento diventa un alibi, mentre chi vuole cambiare le cose deve analizzare “seriamente”, ovvero senza facili entusiasmi e delusioni, la realtà, e identificare in essa gli elementi che possono realizzare quella volontà, avendo coscienza che la composizione di questi elementi, il progetto, avrà comunque bisogno di un certo tempo per dispiegare la sua potenzialità (altra cosa che la sinistra ha perso e va ripreso: il senso del tempo, della costruzione).

Così, se abbandoniamo la posizione del ceto politico di una sinistra sconfitta e ragioniamo invece come membri di classi oppresse che vogliono trovare una via per l’emancipazione, vediamo come la fase che stiamo vivendo sia interessante per diversi motivi. Il primo: la situazione di generale instabilità e la difficoltà di formare un governo. Spia dell’incapacità della borghesia italiana di condividere non diciamo un’idea di sviluppo del paese, ma una quadra sull’immediato. Per dirla alla Gramsci, vediamo classi dominanti, non dirigenti. Questo non è un bene di per sé – le situazioni instabili possono portare ad esiti autoritari – ma nel breve evita che si varino nuove “riforme”, e ci fa guadagnare un po’ di tempo. Secondo: i nodi del capitalismo italiano sono ancora irrisolti, e le promesse che tutte le forze politiche hanno fatto non potranno essere mantenute. Non sono pochi i problemi che si presenteranno al nuovo governo: sta finendo la ripresa internazionale a cui l’Italia si è agganciata, c’è un Fiscal Compact da osservare, dei limiti posti dall’UE e dalla NATO… Ci sono, soprattutto, problemi strutturali che riemergeranno con forza: dimensione produttiva italiana basata su piccole e medie imprese, pochi investimenti in ricerca e sviluppo, infrastrutture ridicole, permanere di anacronistici elementi corporativi, intreccio fra imprenditoria criminale e politica clientelare. Ciò che potrebbe (in parte) tamponare la crisi sarebbe una seria redistribuzione della ricchezza verso il basso, con patrimoniale, recupero dell’evasione fiscale, aumento dei salari. Difficile però che i 5 Stelle o la Lega possano intervenire su questi punti perché la loro base sociale coincide in buona parte con i soggetti che dovrebbero attaccare.

Si apre così uno spazio sociale e politico che non può essere coperto da nessuna forza in Parlamento e che può anche mettere in crisi – dipende da se e come sarà formato il governo – la fiducia accumulata dai 5 Stelle, quella delega in bianco che da anni blocca la possibilità di mobilitazione. Per occupare questo spazio, però, c’è bisogno di essere credibili, radicati e organizzati. Nessuna di queste tre condizioni si può improvvisare, e non ci sono scorciatoie per recuperare di colpo decenni di disastri – non bastano né una strategia comunicativa “nuova”, né un leader mediatico, che possono semmai far guadagnare qualche percentuale in più, non sciogliere i nodi di fondo. Ma qualcosa di interessante dal punto di vista della riconnessione fra sinistra e classe c’è. C’è un mondo del sindacalismo conflittuale che, per quanto ancora diviso, riesce a essere incisivo in molte lotte, intercetta la nuova composizione della forza-lavoro e inizia a organizzarsi nel sociale. C’è un movimento antirazzista che negli ultimi mesi si è organizzato ponendo istanze politiche e non solo vertenziali. C’è un rinnovato interesse verso le pratiche mutualistiche che fa sì che molti collettivi, comitati ed associazioni territoriali intercettino segmenti popolari a cui nessuno sa dare risposte. E c’è Potere al Popolo!, che nasce proprio dentro la catastrofe, come presa di parola dei non rappresentati, configurandosi come il primo tentativo di mettere insieme nuove forme di attivismo con il patrimonio della sinistra storica, provando a uscire dalla vecchia e ormai paralizzante alternativa partito/movimento, istituzioni/conflitto, provando a dare precipitazione mediatica, programma e orizzonte, alle rivendicazioni sociali.

Certo, nessuno di questi mondi in sé è sufficiente per produrre un reale cambiamento o anche solo una grande mobilitazione di piazza. Ma una reciproca frequentazione, un dibattito nel merito, una tessitura a partire dalle pratiche, dal mettersi al servizio delle masse e non degli interessi personali o delle singole organizzazioni, possono da subito invertire il segno della catastrofe. Dividere secondo la giusta linea il campo sociale, ricomporre la nostra parte sempre più frammentata, non lasciare solo nessuno su lavoro, pensioni, reddito e diritti, dare peso anche alle piccole vittorie, saperle raccontare in modo comprensibile, inserire tutto questo in un orizzonte complessivo, di una vita che valga la pena vivere: non è poco, non è facile, magari non è gentile, ma è quello che dobbiamo fare. Perché ne siamo in grado. E perché essere giusti non serve a nulla.       

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