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La battaglia del Venezuela

Potere al popolo a Caracas…

Da oggi Giuliano Granato, membro del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, è in Venezuela come delegato internazionale all’incontro della “Asamblea de los Pueblos”.
La sua presenza lì è per noi fondamentale, sia per dimostrare la nostra solidarietà alla Rivoluzione Bolivariana e a tutto il popolo venezuelano, sia per riuscire ad avere un racconto diretto, senza i filtri e le mistificazioni dei media occidentali, di tutto ciò che sta avvenendo, delle voci e delle riflessioni di un popolo che in queste ultime settimane sta vivendo un attacco durissimo.

In Venezuela in queste settimane si gioca una partita importante. Protagonista nell’immediato è, suo malgrado, il popolo venezuelano e il progetto storico che ha deciso di costruire: il socialismo bolivariano. Un popolo sottoposto agli attacchi degli USA e di un’opposizione che ormai ha abbandonato anche il solo proposito di spacciarsi come autonoma e, al contrario, segue sempre più sfacciatamente i piani preparati a Washington.

Una partita importante anche per tutti noi, perché in gioco ci sono il diritto alla autodeterminazione dei popoli da una parte e il diritto a prendersi ciò che si ritiene di propria proprietà dall’altra.

Una partita impari, perché da una parte c’è il gigante USA, dall’altra la patria di Chàvez, quel Venezuela che fa tanta gola per le sue risorse di materie prime, in primis il petrolio. Al fianco dello Zio Sam tutti i media internazionali, che mettono in campo una guerra mediatica nella quale utilizzano tutte le strategie comunicative e psicologiche che si insegnano nei manuali militari a stelle e strisce: occultamento dell’avversario, enfatizzazione delle mosse dei “propri”, criminalizzazione di quelle del nemico, ecc.. Silenzi e bugie, insomma.

Anche per questo abbiamo deciso di venire in Venezuela in prima persona, per vedere coi nostri occhi, ascoltare con le nostre orecchie, camminare sulle nostre gambe.

PRIMO GIORNO: IL VIAGGIO
Comincia presto il primo giorno, prima ancora della data della partenza. La notizia della cancellazione dei voli della Air France infatti rimbalza. Sentiamo altri italiani che avevano già i biglietti in tasca e confermano tutto: la compagnia aerea francese ha addotto motivi di sicurezza per eliminare o posticipare voli. Col risultato che in tanti non sono riusciti a partire, proprio quando i loro occhi sarebbero stati testimoni importanti per raccontare quanto accade nel paese.
La tensione è palpabile. Tv e giornali italiani parlano del Venezuela come se fosse un paese in guerra. La preoccupazione diventa legittima. Ma anche l’ansia di veder cancellato anche il nostro di volo, sebbene con altra compagnia aerea, vanificando i sacrifici fatti da tanti affinché potessimo giungere in Venezuela. Nel nostro caso, però, tutto sembra andare liscio. Il volo risulta confermato. Ma la tensione non sparisce. El Mundo, di cui fanno incetta molti dei passeggeri che si stanno imbarcando con noi – è distribuito gratuitamente, riporta in prima pagina la notizia dei concerti del 22 febbraio, entrambi alla frontiera tra Colombia e Venezuela. Quello dal lato venezuelano di fatto sparisce; l’altro, organizzato da Branson, spadroneggia e il quotidiano spagnolo trasforma in incredibile successo quello che, politicamente parlando, è stato un fallimento. Soffia sul fuoco, fa il tifo per Guaidò e per il colpo di stato made in USA. Altri quotidiani non sono da meno.
Non troviamo pace nemmeno arrivati al posto che ci è stato assegnato al momento del check-in. Una donna italo-venezuelana, seduta proprio accanto a noi sull’aereo, esordisce così: “Oggi è un giorno importante per il mio paese, oggi devono entrare gli aiuti umanitari”. Nemmeno finisce di proferir parola che le fa quasi eco il pilota con un messaggio con cui annuncia che aggiorneranno i passeggeri nel caso di novità dal Venezuela. Sì, è proprio il D-day dell’opposizione venezuelana. Anche il popolo chavista è preoccupato. Ci arrivano messaggi in cui si paventa il rischio provocazione al confine, così da poter poi giustificare un intervento armato. E arrivano le prime denunce di “falsos positivos”, specialità del governo colombiano. Si inventano notizie, si addossano le colpe a chi non c’entra nulla. Prima i cattivi erano i guerriglieri colombiani, accusati dei crimini più efferati, salvo poi puntualmente scoprire che quei crimini erano frutto dell’azione diretta o indiretta, per il tramite dei paramilitari, dello stesso governo colombiano. Si dice che le FANB, le Forze Armate venezuelane abbiano sparato contro degli indios alla frontiera con il Brasile. Falso, non sono state le FANB.

La tensione non ci lascia nemmeno quando ci si impone la “modalità aerea” e i cellulari cominciano a non sputare più notizie.

Tocchiamo terra e appena ci agganciamo alla rete Wi-Fi dell’aeroporto di Caracas ci arriva una raffica di aggiornamenti. Ci sono state provocazioni, ma la sconfitta dell’opposizione golpista è sotto gli occhi di tutti. Gli aiuti umanitari, cavallo di Troia per giustificare un’invasione, sono fermi alla frontiera; Maduro è ancora al suo posto; il chavismo ha manifestato per le vie del paese; Guaidò è in Colombia.
Un “fracaso total”, come qualcuno ci bisbiglia all’orecchio. I golpisti hanno perso questa battaglia, mentre arrivano i dettagli è sempre più evidente. Avevano presentato una costruzione mediatica che faceva del 23 febbraio una seconda indipendenza, stavolta dal chavismo, ma gli è andata male.

Tutto bene quel che finisce bene? Qui non sono abituati a rilassarsi, a godere delle vittorie. 20 anni di aggressioni del vicino statunitense hanno insegnato che non c’è da abbassare l’attenzione. La sconfitta di oggi potrebbe rendere ancor più aggressivi i golpisti. Non avendo raggiunto l’obiettivo di far sollevare il popolo contro Maduro, di aver spaccato le Forze Armate, potrebbero giocare la carta della guerra per procura. Il servo sciocco è già lì in attesa di ordini cui obbedire: la Colombia di Duque potrebbe giocare volentieri il ruolo di vassallo degli USA per scatenare una guerra contro il Venezuela. Già aver accettato la presenza dell’autoproclamato Guaidò è una provocazione evidente lanciata al governo di Caracas.

Il 23 febbraio doveva essere una giornata chiave per l’opposizione ed è stato invece una prova di forza del chavismo.

Bene così, ma nessuno abbassa la guardia. Il processo bolivariano sa bene cosa significa difendere palmo a palmo le proprie conquiste, giorno dopo giorno. E che vincere una battaglia non significa vincere la guerra.

L’ASSEDIO CONTRO IL VENEZUELA

Ce l’avete presente il Medioevo? Io l’ho sempre associato ai castelli. E, quindi, agli assedi. Gli eserciti alle porte, i fossati, la pece che viene versata sugli aggressori, il ponte levatoio, le catapulte, gli arieti. La storia, la letteratura, il cinema sono pienissimi di scene di assedi. Le troviamo in Omero e nei fantasy, dal “Signore degli anelli” alla serie “Game of Thrones”. L’assedio era ed è una tattica militare volta ad impadronirsi della roccaforte del nemico. Impadronirsene non significa necessariamente abbattere le mura, conquistarla armi in pugno. A volte l’obiettivo lo si può ottenere espugnando la fortezza; altre volte costringendola alla resa. In un assedio l’aggressore cerca di impedire che gli aggrediti abbiano linee di rifornimento funzionanti. Nel cuore della fortezza non deve arrivare nulla: né cibo, né merci, né armi, né rinforzi.

Passano i secoli, mutano gli strumenti e le armi, ma la tattica dell’assedio non passa di moda. Da anni gli USA – e il fido alleato della UE – stanno infatti assediando il Venezuela chavista. Quello che prima del 1999 era un tranquillo e affidabile satellite, dall’ascesa al governo di Chàvez si è trasformato in un nemico nel proprio cortile di casa. E dal 1999 gli USA hanno tutta l’intenzione di tornare ad impadronirsi del paese. Cambiano i presidenti, repubblicani o democratici non fa differenza: Bush, Obama e ora Trump hanno la “reconquista” del Venezuela tra gli obiettivi da portare a casa.

E così da anni Caracas è sottoposta ad un assedio feroce. Come si può costringere alla resa un paese? Non è più l’epoca degli arieti, ma la logica di fondo dell’assedio non cambia. Bisogna impedire che la fortezza assediata abbia rifornimenti dall’esterno; c’è bisogno di affamare la gente. Come al castello medioevale non si faceva giungere il cibo e si aspettava che si esaurissero le scorte dei magazzini, così oggi la guerra contro il Venezuela è in primis contro il suo popolo: non bisogna far arrivare cibo e, oggi, soprattutto medicinali. Non ci sono più cavalieri a bloccare l’accesso, ma Stati che si rifiutano di far transitare merci. È quanto successo qualche settimana fa, quando la Spagna del “socialista” Sanchez si è rifiutata di far arrivare in Venezuela dei medicinali che il governo di Maduro aveva legittimamente comprato dal Qatar. Anziché inviarli a Caracas, come avrebbe dovuto fare, la Spagna li ha rispediti al mittente. Bisogna “far gridare l’economia”: ed ecco che la Gran Bretagna si dimostra solerte a raccogliere l’invito statunitense e blocca l’oro venezuelano depositato presso la Bank of England. Oro che il governo di Maduro avrebbe voluto riportare in patria, così da poter finanziare programmi sociali e cercare di risolvere i problemi che il paese vive e che nessuno nega.

Ma c’è di più: un assedio ha una componente psicologica fondamentale. Oltre la materialità di una pancia piena e di un medicinale che potrebbe salvarti la vita, c’è il morale. Bisogna fiaccare quello degli aggrediti. La guerra psicologica è una nuova frontiera dell’assedio. I media internazionali giocano un ruolo fondamentale. Basta aprire un qualsiasi quotidiano, settimanale, mensile; accendere un televisore; navigare su un sito internet. L’informazione è unidirezionale: “il Venezuela è alla fame”, “Maduro è un dittatore”, “il popolo venezuelano vuole Guaidò”, ecc.. I media insistono nel dire che il chavismo è morto, che non esiste più. Per affermare questa bugia devono letteralmente negare la realtà. Le manifestazioni chaviste spariscono, sui media esiste solo il “popolo” dell’opposizione, che adora i nuovi leader autoproclamatisi tali dopo l’investitura dell’imperatore Trump, e il cattivo Maduro. Solo, circondato solo di qualche leale “complice” e da un esercito corrotto, ma senza alcun seguito tra le masse. La guerra psicologica deve gettare lo scompiglio tra le fila del nemico. Produrre rassegnazione e depressione. Il popolo chavista, visto che non riescono a trasformarlo in opposizione al governo, deve quanto meno fare un passo indietro, smettere di lottare. La guerra psicologica deve produrre divisione tra gli aggrediti e magari indurre qualcuno a tradire e ad aprire le porte della “cittadella”. È quanto USA e la marionetta Guaidò stanno cercando di fare con le Forze Armate Bolivariane di Caracas: promettono che non saranno mandate a processo, lasciano presagire un futuro di benessere per chi dovesse passare dall’altra parte. Cercano di spaccare le FANB affinché qualcuno possa abbassare il ponte levatoio e far entrare il nemico. Per ora questa sortita non è andata a buon fine, le FANB si mostrano unite e al fianco del legittimo governo di Maduro.

L’assedio si stringe in questi giorni. La frontiera con la Colombia e con il Brasile diventa terra di propaganda, con concerti che dovrebbero spingere affinché gli “aiuti umanitari” possano svolgere finalmente la funzione per cui sono stati pensati: essere il cavallo di Troia che permette al nemico del chavismo di mettere un piede nella fortezza. E come nel Medioevo l’assedio doveva impedire il sopraggiungere di truppe di rinforzo all’aggredito, così in queste ultime ore si sta materializzando un altro tassello dell’assedio: la cancellazione dei voli da parte delle compagnie aeree. Decine di attivisti internazionali sono stati invitati in questi giorni a partecipare a giornate di confronto tra movimenti, associazioni, partiti e sindacati di tutto il mondo. La sede scelta era Caracas, ben prima dell’attuazione di quest’ultima fase del golpe made in USA. Ebbene, in questi giorni la Air France ha cancellato diversi voli, adducendo “motivi geo-politici”. Evidentemente l’assedio non tollera una possibile narrazione diversa. Non tollera che “osservatori internazionali” possano riportare un’altra realtà. L’assedio si incrinerebbe, si rafforzerebbe la posizione dell’aggredito.

Rompere l’assedio dovrebbe essere la parola d’ordine da agitare per chiunque abbia a cuore la pace, la democrazia, il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Sappiamo bene come terminava la maggior parte degli assedi: distruzioni, miseria, vendetta. Ascoltate le parole dei leader dell’opposizione venezuelana e poi dite se questa prospettiva di “vendetta storica” non sia assolutamente centrale nelle loro rivendicazioni. Vogliono riprendersi quello che il popolo gli ha tolto e che ritengono di loro proprietà, quasi per diritto divino.

Rompere l’assedio è la battaglia di cui dovremmo esser tutti protagonisti. Ne va non solo del futuro del Venezuela, ma di quello dei popoli del mondo. Perché l’ultima dimensione di questo assedio è quella di chi vuole dimostrare agli oppressi del mondo che non c’è futuro fuori dal capitalismo. Che chi osa sfidare le regole esistenti riceverà in cambio guerra, fame, povertà. Rompere l’assedio, difendere il processo bolivariano, significa difendere una prospettiva di futuro aperta, sconfiggere la “fine della storia”, aprire il nostro domani alla possibilità di un mondo migliore e più giusto.

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