Per più di tre anni ci hanno descritto il Governo Meloni come emblema di un esecutivo forte, stabile, capace di durare per anni. Se non per un “ventennio”. Un racconto spinto non solo dall’ultradestra politica e mediatica – in fondo cos’altro avrebbe dovuto fare se non magnificare sé stessa? – ma anche da opposizioni parlamentari e media “progressisti”.
Dopo i 15 milioni di “NO” al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, però, lo scenario è mutato repentinamente. Nella rappresentazione e percezione pubblica un governo “granitico” ha lasciato il passo a uno assai friabile. Di smottamenti in effetti ne abbiamo già visti, dimissione dopo dimissione. Dalle parti del Governo (DelMastro, Santanché, Bartolozzi, i dirigenti del Ministero della Cultura), ma anche dei gruppi parlamentari e perfino delle giunte regionali e dei teatri lirici.
Oggi sembra che nemmeno Meloni sia così sicura di poter sfuggire alle montagne russe del consenso. Dopo Renzi, il M5S e Salvini, il boom di consensi che lascia il passo a una rapida caduta potrebbe toccare a lei.
Considerato che questa dinamica interessa “leader” diversi, appartenenti tanto alle destre quanto al centrosinistra, sarebbe sbagliato pensare si tratti solo dell’esito di errori soggettivi, di singoli o di specifiche organizzazioni politiche.
Questi attori si muovono in un contesto di crisi profonda del capitalismo. Provano ad accreditarsi come amministratori di condominio migliori dei competitor, ma il problema di fondo è che quel condominio sta venendo giù.
Fuor di metafora, gli attori politici che si sono succeduti negli ultimi anni non hanno alcuna soluzione di fronte alla crisi e quando questa realtà supera la coltre della comunicazione, inizia il crollo.
Soluzioni non ne ha Meloni e non ne ha, però, nemmeno il “campo largo”. Che, con le elezioni politiche del 2027 alle porte, sente vicina la possibilità di tornare al Governo, dopo che per anni nemmeno loro ci avevano creduto.
Ansiosi di presentarsi come credibili per una alternanza al governo, non certo come un’alternativa.
Un’idea di cosa sarà il “campo largo” alla prova di un eventuale governo nazionale, ce la dà non solo il recente passato, ma le politiche messe in campo nelle grandi città che amministrano. Si va dalla capitale della speculazione immobiliare e delle diseguaglianze – la Milano di Sala – alla Roma che mette la “rigenerazione urbana” (nuova espressione orwelliana che nasconde il cemento dei soliti palazzinari) nelle mani degli stessi fondi di investimento cui il Governo Meloni consegna il tanto strombazzato Piano Casa; dalla Napoli che fa rientrare dalla porta del “sacco di Bagnoli” coloro che avevano inquinato la nostra terra (Caltagirone) alla Genova dell’astro nascente Salis che approva una delibera sul salario minimo a 9€ per poi “dimenticarsi” di applicarla in alcune gare bandite successivamente.
Il blocco di potere su cui poggia il centrosinistra, insomma, non è poi troppo diverso da quello cui risponde l’ultradestra oggi a Palazzo Chigi.
E tra i vincoli che accomunano i due schieramenti, ci sono anche quelli “esterni”: il Governo Meloni, in continuità con gli esecutivi precedenti, ha scelto la strada della subalternità e USA e NATO. Ma, intanto, è cresciuta nel corpo della società la percezione della necessità di una strada diversa. In questo rifiuto del dogma “atlantista” c’è tanto un aspetto etico-morale, a partire dal rifiuto di essere complici del genocidio israeliano in Palestina, quanto la consapevolezza che il regime di guerra in cui già viviamo sta impoverendo chiunque non si chiami ENI, Leonardo, WeBuild o Intesa Sanpaolo.
Il boom dei prezzi tra marzo e aprile è solo l’ultimo capitolo di una guerra che all’interno si presenta sotto forma di guerra ai salari, sempre più poveri per milioni di lavoratori e lavoratrici.
Di fronte ai pochi che si sono arricchiti, si è allargato l’esercito di chi si è impoverito, a cominciare da chi lavora, con un crollo degli stipendi superiore al 7% dal 2021 a oggi, con l’Italia unico Paese OCSE in cui i salari medi negli ultimi 30 anni sono diminuiti anziché é aumentare.
Pertanto, da una parte l’Italia del 2026 si presenta come Paese incattivito, in cui le destre hanno agitato e condotto guerre culturali per impedire la saldatura di settori popolari, provando a mettere i penultimi contro gli ultimi per evitare il rischio di alleanze ribelli sul terreno della lotta per il salario, per la casa, per i diritti civili e perfino umani, per una vera transizione ecologica; dall’altra, però, gli ultimi mesi, a partire sopratutto dalle mobilitazioni autunnali contro il genocidio in Palestina, arrivando alla mobilitazione referendaria (a difesa di quella Costituzione già manomessa dal centrosinistra nel 2001 – “federalismo” – e poi nel 2020 – “taglio dei parlamentari”), ci restituiscono un Paese il cui destino non è necessariamente quello dei “sonnambuli” di cui ha parlato il CENSIS solo un paio d’anni fa.
Se c’è un elemento almeno parzialmente in comune tra chi rifiuta le forme della partecipazione – basti pensare all’elevato tasso di astensionismo alle tornate elettorali in cui bisogna scegliere tra un’offerta partitica che offre alternanza di campo, ma non vere alternative – e chi partecipa alle manifestazioni (e al voto referendario) è una crescente insofferenza verso le forme politiche del presente, una frustrazione di fronte all’assenza, nella crisi, di risposte a favore delle classi popolari.
Tramutare questa rabbia, questo rifiuto in un progetto trasformativo è un’operazione eminentemente politica. Che non è sinonimo di elettorale. Anzi: il presupposto è la costruzione di un campo popolare che sappia agire sul terreno politico, su quello economico, su quello culturale, mediatico e ideologico.
Con il coraggio di rompere sì con gli attori politici economici culturali, ma che esca anche dai rifugi “sicuri” di chi crede che compito del presente sia semplicemente tenere viva e accesa la fiaccola della testimonianza.
Per questo vogliamo costruire un campo popolare indipendente.
Crediamo infatti che le classi subalterne, i settori popolari, il cosiddetto ceto medio sempre più impoverito dall’incrudirsi dei fattori di crisi economica e le giovani generazioni che affrontano il futuro prossimo con crescenti fattori di incertezza ideale, di ansia, angoscia e di emancipazione negata, scontino un’assenza di rappresentanza.
Per questo intendiamo contribuire alla costruzione organizzata di un soggetto politico che si rivolga ai settori di classe in tutti gli ambiti della società.
Un soggetto, per l’appunto, indipendente.
Ma che significa “indipendente”?
Certo, un soggetto che sia indipendente sul terreno elettorale: fuori dai due schieramenti del bipolarismo. Ma l’indipendenza elettorale è “solo” l’indispensabile conseguenza di un’esigenza di fondo.
Per indipendenza intendiamo una capacità autonoma della classe di organizzarsi su tutti i fronti del conflitto; un impegno che si snodi dal versante sociale e sindacale a quello politico fino a quello culturale, mediatico e ideologico, con l’obiettivo di ricostruire quella sedimentazione articolata delle forze che puntano a essere sì un efficace argine di resistenza, ma soprattutto di prospettiva di offensiva politica.
Una condizione distrutta in decenni di svendita da parte della “sinistra” politica e anche sindacale (leggi CGIL-CISL-UIL); l’indipendenza dal bipolarismo è dunque parte di un processo più generale di modifica dei rapporti di forza in tutta la società. L’obiettivo è riconquistare la coscienza della necessità della funzione storica e del protagonismo collettivo della classe lavoratrice tutta.
• ROTTURA DEL DOGMA ATLANTISTA: PER UNA COLLOCAZIONE AUTONOMA DEL NOSTRO PAESE, LIBERO DALL’IMPERIALISMO USA-NATO
Indipendenza è prima di tutto rifiuto del dogma atlantista, condiviso dal bipolarismo in salsa italiana.
Oggi più che mai USA e Israele sono il principale pericolo per i popoli del mondo. Il nostro compreso. La NATO, proiezione di potenza degli USA (e in subordine occidentale) nelle parole dello stesso segretario dell’Organizzazione atlantica, è strument o militare da smantellare. Altro che i desideri di Gentiloni e soci che dalle colonne del principale quotidiano progressista, Repubblica, invita: “l’Europa si prenda la NATO”!
È dallo smantellamento delle basi USA e NATO sul suolo italiano (ed europeo) che parte una vera lotta per la Pace. Mentre gli USA e gli stessi Paesi dell’UE, seppur con modalità differenti, intensificano interventismo militare, economico e diplomatico a scala internazionale, occorre rilanciare la mobilitazione internazionalista, la lotta contro le diverse forme di aggressione.
Opporsi all’Unione Europea e alla sua architettura politica, finanziaria, giuridica, economica e militare è un compito politico fondante per aprire a tutti i popoli del nostro continente, dal Portogallo agli Urali, una prospettiva di Pace, di difesa del progresso sociale e lo sviluppo di nuove forme di cooperazione paritaria e di interscambio internazionale.
Se su questo terreno ultradestra e centrosinistra condividono il dogma dell’atlantismo, della subalternità alla NATO, delle regole di fondo dell’UE (vedi la sterile polemica sulle regole di bilancio, dopo che tutti gli si sono genuflessi), le straordinarie mobilitazioni contro guerre, genocidio e riarmo indicano una strada diversa. Dai milioni in piazza e in sciopero contro il genocidio israeliano e a sostegno del popolo palestinese, dalle manifestazioni per i popoli del Medio e Vicino Oriente, la difesa di Cuba Socialista, contro l’intervento USA in Venezuela, c’è un pezzo di Paese che rifiuta la logica della guerra e dell’imperialismo.
• NON UN SOLDO PER GUERRA E RIARMO; I SOLDI DEI LAVORATORI PER SCUOLE, OSPEDALI, CULTURA E SPORT\
Ma la guerra non è solo fuori dai nostri confini. All’interventismo militare si accompagnano un marcato militarismo – inculcato culturalmente fin dalla scuola – e piani di riarmo.
In accordo con i diktat di Trump e NATO, Italia e Paesi UE pare abbiano scelto forme di keynesismo militare: miliardi spostati dalla spesa sociale e dalla transizione ecologica verso l’acquisto e la produzione di armamenti; riconversione industriale da produzioni civili a produzioni militari; una sempre più marcata repressione del dissenso, con media e politici che additano coloro che si battono per pace e giustizia sociale come nemici interni e/o quinta colonna del nemico.
Su questo terreno destre e centrosinistra condividono i presupposti di fondo: tutti sostengono la necessità del riarmo. Ciò su cui divergono sono tempi e modi. C’è chi vorrebbe spalmare la maggior spesa militare su più anni e chi vorrebbe una repentina accelerazione. C’è chi vuole un riarmo su base nazionale e chi un esercito comune europeo.
Partono entrambi dall’accettazione della necessità di un regime di guerra.
Indipendenza significa rifiutare i presupposti stessi della maggior spesa militare. Che, nei fatti, signifca per di più tagli alla spesa sociale, ancora una volta a danno di lavoratori e lavoratrici di tutto il continente. La sostanziale continuazione delle politiche liberiste e di contrazione dei diritti sociali si confermano nella torsione guerrafondaia e autoritaria di questa Unione Europea.
• PER IL SINDACATO INDIPENDENTE E CONFLITTUALE
Nella prospettiva descritta la questione sindacale riveste un ruolo centrale; certamente non siamo più nella fase della produzione fordista e nel conflitto che abbiamo conosciuto negli anni ’70 ma la retorica sulla scomparsa della classe operaia, dell’impresa come motore della società e del privato come elemento dinamico e di progresso sta disvelando tutto il suo carattere regressivo ed antisociale.
La crescita del ruolo economico della circolazione, ovvero lo sviluppo della logistica, l’incremento dei Working Poor, con l’Italia all’ultimo posto sui salari e i diritti, la proletarizzazione di ampie fasce di ceti medi dimostra che il lavoro dipendente (nonché sempre più forme più o meno reali di lavoro autonomo), subalterno e sfruttato, non solo operaio, è ancora la condizione fondamentale per incrementare i profitti.
Parallelamente finisce pure la mistificazione sulle imprese e sul ul privato quando si evidenzia che queste per sopravvivere si poggiano, in modo parassitario, sugli aiuti dello Stato che rastrella sempre più risorse con le tasse sul lavoro dipendente, con il taglio della spesa sociale, e comprimendo salari, stipendi e pensioni in accordo con i sindacati complici.
Esistono, dunque, le condizioni per rilanciare un progetto sindacale generale, confederale e di classe contando sulle nostre forze. Come ci hanno lasciato intravedere le mobilitazioni di fine 2025, ciò è possibile solo se si rompe definitivamente con le centrali sindacali che da decenni predicano moderatismo e praticano consociativismo e con chi continua, sterilmente, a praticare entrismo nella CGIL.
Si impone altresì la necessità di proiettare il conflitto e l’organizzazione anche fuori dei posti di lavoro e nel sociale. In questo senso la lotta per il salario minimo, per il diritto alla casa, per tutti i diritti sociali e per la difesa dell’ambiente sono i terreni su cui far crescere l’organizzazione stabile nel sociale di chi è penalizzato dall’attuale assetto capitalista.
• PER UNA NUOVA EGEMONIA
Le società a capitalismo maturo sono dimensioni complesse, articolate e vantano apparati di dominio e controllo sofisticati e feroci. Ma la Storia non è finita ed iniziano a manifestarsi i sintomi di crisi dell’egemonia del capitale con conseguenze riscontrabili in ogni ambito della struttura e della sovrastruttura delle nostre società.
Verso questo rovinoso corso delle cose una ipotesi di trasformazione e di rottura rivoluzionaria deve alimentare una lotta ideale e culturale. L’ultradestra, con la conquista e l’occupazione di postazioni culturali apicali, mira alla costruzione di un’egemonia che già oggi si manifesta in larghi settori di società, comprese ampie fasce di classe lavoratrice.
La battaglia delle idee è un terreno chiave per conquistare una vita degna. Ci muoviamo in una situazione sfavorevole per rapporti di forza, in cui l’apparente scomparsa dall’orizzonte di prospettive di trasformazione radicale ha fatto venir meno la stessa capacità di immaginazione che la classe lavoratrice organizzata ha saputo invece dispiegare nel passato.
La forte critica sociale del presente e dei valori presuntamnete universali dell’Occidente non può non contenere elementi di prefigurazione dei rapporti sociali per i quali ci battiamo, fondati su valori di fondo, quali, in primo luogo, cooperazione e solidarietà.
• VERSO IL SOCIALISMO.
L’intera dinamica del divenire sociale, a scala globale, mostra costantemente i caratteri regressivi ed antisociali del modello capitalistico e dei suoi apparati di dominio. La guerra, lo spettro dell’olocausto nucleare, l’infarto ecologico del pianeta, il ritorno del colonialismo e dei dispositivi di rapina contro popoli, paesi ed interi continenti, l’intensificazione delle infinite forme di sfruttamento, di alienazione e di negazione della dignità, la vera e propria crisi di civiltà del capitalismo indicano che c’è bisogno di una alternativa di sistema e di un nuovo modello sociale.
Del resto il potente sviluppo delle forze produttive e le possibili nuove soglie della cooperazione umana e sociale permetterebbero di vivere meglio e consentirebbero uno sviluppo finalizzato non al profitto ma orientato alla qualità delle relazioni economiche e sociali di tutta la specie umana e di questa con la natura.
Mai come oggi si è allargata la distanza tra la società che potremmo costruire grazie alle forze produttive in campo e quella in cui siamo costretti a vivere a causa degli attuali rapporti di potere.
Per affermare tale complesso itinerario di emancipazione e di liberazione occorre mettere in discussione il capitalismo, i suoi dogmi e l’insieme delle ricette liberiste, liberali e reazionarie. Ci percepiamo ed agiamo come parte di un movimento verso e per il Socialismo che, con caratteristiche e percorsi diversificati, in ogni parte del mondo segnala la urgente necessità di superare in avanti gli odiosi rapporti sociali vigenti;
Anche su questo piano va sviluppata una indipendenza radicale. Concepiamo la categoria dell’indipendenza non limitata allo specifico politico immediato e contingente; la collocazione fuori dal bipolarismo, ora rappresentato dalle destre e dal campo largo, è un elemento fondante e costitutivo della nostra proposta politica, programmatica ed organizzativa. Indipendenza dalle compatibilità capitalistiche, dai dogmi del Mercato, dell’Azienda/Italia e dall’insieme di vincoli che limitano le nostre ragioni politiche e il conseguente campo di azione,
I NECESSARI TERRENI DI LOTTA
1) Non vogliamo la guerra e il riarmo!
Serve un taglio delle spese militari, l’uscita dalla NATO (ormai inutile e dannosa) e rottura di ogni relazione con Israele. Con la Palestina e con la resistenza del popolo palestinese in tutte le sue forme. Con Cuba e con la sua rivoluzione.
2) Vogliamo un salario minimo di 12 euro l’ora!
Serve un aumento dei salari e delle pensioni e una nuova scala mobile.
Serve il ripristino dell’articolo 18, una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario e una lotta seria alla precarietà.
3) Vogliamo una pianificazione economica pubblica!
Serve la nazionalizzazione dei settori strategici e dei beni comuni, investimenti per la riconversione ambientale e per l’eguaglianza sociale. Per fare questo serve eliminare le politiche di austerità imposte dai vincoli dei trattati europei e dai patti di stabilità. Vogliamo una patrimoniale e un sistema fiscale progressivo che elimini i privilegi fiscali dei pochi a danno dei molti.
4) Vogliamo sanità e scuola integralmente pubbliche e gratuite, nessun finanziamento al privato.
Vogliamo un piano di case popolari di proprietà pubblica e trasporti pubblici gratuiti.
5) Vogliamo politiche transfermministe che difendano i diritti delle donne e delle persone Lgbtqia+. Politiche concrete su salario e welfare che non si limitino a proclami, ma che garantiscano l’autodeterminazione e l’uscita dalla discriminazione e dalla violenza.
6) Vogliamo una sicurezza vera e una vita dignitosa, per tutte e tutti!
Serve l’abolizione di tutti i decreti sicurezza, partendo da quelli di Minniti, l’abolizione della legge Bossi Fini dei CPR e del regime discriminatorio e poliziesco verso i migranti.
7) Vogliamo poter decidere!
Serve un sistema elettorale proporzionale puro, per il Parlamento, le Regioni e i Comuni fino a 15000 abitanti. Serve un accesso democratico al sistema informativo e mediatico e un controllo democratico sulla rete.