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[Belgio] Potere al popolo e le mobilitazioni di Dicembre. Con chi lotta, anche fuori dall’Italia!

Le lotte a Bruxelles dal 14 al 16 dicembre: fra lotta sindacale, gilets jaunes e antifascismo

Condividiamo il resoconto del fine settimana di lotta dal 14 al 16 dicembre. Le compagne e i compagni di Potere al Popolo Bruxelles sono stati impegnati nelle mobilitazioni che si sono articolate per le strade di Bruxelles, proprio in quei giorni. Il 18 dicembre ci siamo salutati con un aperitivo popolare dandoci appuntamento all’8 gennaio alle  17h00  in rue Pletinckx 19, presso i locali del MOC, dove si valuteranno le condizioni per costruire un percorso antifascista in Belgio.

Venerdì 14 dicembre, ore 10h00, davanti al ministero del lavoro.

La mattina presto abbiamo partecipato all’azione – promossa dal MOC (costola del sindacato cristiano) di Bruxelles, les Equipes populaires, les Joc, la CSC Bruxelles e il Collettivo Resist –  contro il disegno di legge che vorrebbe imporre il lavoro gratuito per i disoccupati di lunga durata (da 6 mesi), il cosiddetto service communautaire. Un provvedimento simile rivolto ai titolari dell’assistenza sociale è stato in vigore fino al 24 aprile di quest’anno. Tuttavia, anche in seguito alle mobilitazioni che ci furono, la Corte costituzionale belga lo dichiarò incostituzionale: la motivazione addotta fu che il lavoro non può essere né obbligatorio né gratuito.

Il governo, non contento di aver perso questo margine di profitto, risparmiando ad esempio sulla pulizia delle strade, ha fatto uscire il disegno di legge dalla porta per farlo rientrare dalla finestra: è stato infatti proposto nuovamente all’interno del Job deal, prevedendo che siano i disoccupati di lunga durata a dover svolgere dei lavori di presunto “interesse generale” gratuitamente. Cambia la platea, dagli assistiti sociali ai disoccupati, ma l’obiettivo di non pagare il lavoro è perseguito dal governo con una certa coerenza. Infatti, a fine novembre, il governo è tornato alla carica rilanciando la proposta, unendola all’obiettivo di ridurre, ancora di più, l’assegno di disoccupazione (ricordiamo che la riduzione dell’assegno di disoccupazione col passare del tempo fu un’operazione promossa dal governo socialista di Di Rupo).

Questa mobilitazione ha portata generale ed è per noi centrale.

La sicurezza sociale nacque da un percorso di lotte e dal processo organizzativo portato avanti dai lavoratori. Le idee che davano linfa a queste lotte erano ben ancorate alla realtà che i lavoratori vivevano: se qualcuno si trovava senza reddito, non era colpevole: anzi! Era una condizione legata al sistema produttivo e ai suoi rischi strutturali: le malattie, gli incidenti sul lavoro, la perdita del lavoro, la vecchiaia ecc. non potevano essere colpe attribuibili ai lavoratori! Le lotte portarono allo strutturarsi delle organizzazioni di solidarietà, le cosiddette casse operaie che poi rappresenteranno le fondamenta della sicurezza sociale (per come tanti di noi non l’hanno conosciuta).

Oggi, nonostante una crisi economica e sociale sistemica, che dovrebbe mettere in discussione il sistema (in cui attualmente ci sono più domande che offerte di lavoro), la risposta offertaci dai padroni è questa: la colpa di chi si trova senza reddito è da ricercare nell’incapacità del singolo nel riadattarsi al mercato del lavoro. Quindi la logica padronale è che se un minimo di Stato sociale deve ancora esistere,  i lavoratori devono dimostrare di essere attivi. Questo regresso ideologico ha come effetto un mutamento radicale della funzione dello Stato sociale: oggi lo Stato sociale deve mettere in moto il lavoratore, non proteggerlo. Il workfare chiede al lavoratore di dimostrare il suo impegno nell’attivarsi e in cambio, forse, gli verrà erogata la prestazione; allo stesso tempo, la prestazione si riduce, fino ad annullarsi, nel caso in cui manchi questo impegno (che poi non è l’impegno a essere valutato, ma solo il risultato). Se l’attivazione non funziona, ovvero se non si è produttivi, allora l’ultima sanzione sarà l’esclusione.

Facciamo due esempi pratici di questa involuzione. Oggi l’organo che determina chi ha diritto ad accedere all’assistenza sociale o meno prende il nome di CPAS, dove la “A” sta per azione quando fino a 15 anni fa stava per Aiuto. Ad oggi, se un cittadino nello stato di bisogno non belga bussa alla porta del CPAS, si troverà davanti ai dipendenti della struttura che gli consiglieranno di non fare domanda di assistenza sociale. Questo perché il dossier passa direttamente per le mani dell’Ufficio centrale degli stranieri che in automatico giudica la persona richiedente assistenza come fosse una Charge deraisonnable, ovvero un costo spropositato per la comunità. Questa comunicazione può essere accompagnata dall’ ordine di lasciare il territorio belga: basti pensare che negli ultimi 10 anni è stato emesso ordine di espulsione a circa 800 italiani con questa motivazione. Per uno straniero, anche europeo, il permesso di soggiorno è vincolato alla sua produttività.

Il secondo esempio riguarda la prestazione di disoccupazione. Anche qui si sono registrati casi di disoccupati non belgi di lungo periodo che vedevano recapitarsi queste lettere di espulsione. In seguito alla riforma del 2016 (regionalizzazione) a  valutare le capacità del disoccupato nella ricerca del lavoro sono oggi gli stessi centri regionali dell’impiego che dovrebbero aiutare nella ricerca del lavoro. Prima della citata riiforma, la funzione di valutazione era espletata dall’Ufficio nazionale per l’impiego (ONem) nel cui consiglio di amministrazione siedono ancora le strutture rappresentative dei lavoratori. Non che l’ONem fosse una struttura più accogliente e vicina agli interessi popolari, ma la tendenza in atto è quella di escludere le organizzazioni dei lavoratori dall’esercizio di qualsiasi forma di controllo.

Questa tendenza a depotenziare la sicurezza sociale e a trasformarla in un centro per l’impiego, quando non in un nemico vero e proprio, rafforzerà il sistema assicurativo privato a vantaggio dei grandi capitali. Rendere le strutture pubbliche abbastanza deboli da non servirci più e abbastanza forti da servire l’interesse privato, è il punto più alto del neoliberismo e il più basso per noi.

Noi siamo qua, ancora più testardi del governo e dei suoi burattinai e artefici, per ribadire la nostra ferma opposizione all’idea malsana per cui chi non trova lavoro debba redimersi in qualche modo, magari lavorando gratuitamente per un presunto interesse generale: il lavoro, quando c’è, si deve pagare, sempre e anche di più!

L’unica nota dolente è la partecipazione non massiccia a questa mobilitazione: è lecito chiedersi se le organizzazioni dei lavoratori considerino strategico occuparsi anche di chi non ha un impiego.

Venerdì 14 dicembre, ore 11h00, davanti alla Federazione delle imprese belghe FEB

Visto che il governo federale e l’organizzazione delle imprese belghe, la FEB, condividono prospettive e interessi, alle 11h00 abbiamo raggiunto il fronte comune dei sindacati per partecipare al sit-in di protesta davanti alla sede centrale della FEB. I sindacati puntano il dito contro il governo e contro la FEB per la crisi sociale che vivono le classi popolari belghe. A breve un nuovo accordo interprofessionale sarà negoziato dalle parti sociali: con questa giornata  la posizione dei lavoratori è più solida rispetto a prima. Inoltre, quello che si richiede al nuovo governo è di riconoscere l’esistenza dei lavori usuranti e di combatterne quindi le cause; di permettere di accedere per tutti al prepensionamento a 55 anni e alla pensione a 65 anni massimo; di ridare potere d’acquisto alle lavoratrici e ai lavoratori alzando i salari, decidendo gli aumenti tramite concertazione collettiva; di creare lavori di qualità; di abbassare i costi delle bollette.

Il palazzo della FEB è stato sanzionato dai lavoratori con vernici varie.

Il sit-in di protesta, determinato e compatto, si è sciolto intorno alle tredici.

Sabato 15 dicembre, ore 12h00, cortei Gilets Jaunes per le strade cittadine

Sabato 15 dicembre c’è stata la manifestazione dei Gilets jaunes.  È il terzo appuntamento del movimento nella capitale europea, dopo quello del 30 novembre e dell’8 dicembre. Come in Francia anche qui, seppur non ancora con le stesse “dimensioni” di quello francese, si sta muovendo qualcosa che pone rivendicazioni forti contro il Governo (Michel démission!) e l’Europa dei padroni, che strozza la voce dei popoli; contro le riforme antipopolari, come quelle che sono andate a toccare i diritti dei lavoratori, degli studenti e quelle che continuano a ridurre il nostro potere d’acquisto condannandoci sempre di più alla povertà; contro le scelte scellerate da parte dei governi  in materia di ambiente e salute.

La risposta dello Stato è stata delle peggiori. Se il 30 novembre ha incassato, subendo la conflittualità e la rabbia dei manifestati, l’8 e il 15 dicembre è stato messo in atto un dispositivo repressivo. Già le operazioni repressive dell’8 dicembre avevano suscitato dubbi addirittura nel mondo accademico. Una costituzionalista, Anne-Emmanuelle Bourgaux, ha scritto: “l’8 dicembre a Bruxelles si sono riuniti i GJ e 450 cittadini sono stati fermati all’uscita dalle stazioni. Solo 10 arresti sono stati convalidati da un giudice. Circa un manifestante su 2 è stato arrestato senza aver commesso alcuna infrazione. In questo contesto, non è la caduta del Governo federale a dare le vertigini. Il problema è la caduta della nostra democrazia (…) In democrazia la regola resta la libertà e la restrizione l’eccezione. Secondo la legge, l’arresto deve rimanere uno strumento eccezionale che deve essere applicato a determinate condizioni tra cui l’assoluta necessità”.

 

Il 15 dicembre, le autorità non hanno cambiato approccio, impedendo tutti i cortei o sit in anche pacifici, arrestando o identificando persone che presumibilmente stavano per unirsi alle manifestazioni.  Un compagno del PTB, Loïc Fraiture, ha scritto “ al centro città ho visto della gente calma. Eravamo là per esprimere la nostra rabbia contro le tasse ingiuste, contro un fisco a favore dei ricchi, per una società democratica. Tutto si svolgeva tranquillamente quando gli sbirri sono intervenuti in massa accerchiandoci e caricandoci. Sono loro che hanno acceso le tensioni. Nonostante questo, tutti sono restati calmi anche dopo 3 ore dall’arresto. Prima ci hanno bloccato come degli animali e poi ci hanno tradotto nelle caserme. C’erano persone venute da tutto il Belgio, pure dei nonni! È una scelta politica ponderata da parte loro quella di umiliarci e maltrattarci, per quanto alcuni poliziotti a mezza bocca si sono interrogati sull’opportunità di utilizzare tali metodi dicendo “gli ordini vengono dal sindaco”. Per la maggioranza delle persone, era la prima volta a essere arrestati. Il governo ma anche il sindaco Philippe Close hanno una responsabilità enorme rispetto a quanto successo. Il movimento dei GJ va più lontano della semplice tassa sul carburante: il movimento rimette in causa le ingiustizie sociali ma anche il funzionamento della società e credetemi se vi dico che non è con la repressione che bloccheranno questo movimento”

 

Queste testimonianze, oltre a quelle registrate dai nostri occhi, ci rimandano a quanto hanno scritto i compagni di Potere al Popolo Parigi riguardo alla manifestazione dei GJ di sabato 15. Aprono con queste parole Sì, il governo ce l’ha fatta. Ciò nonostante, no, non è stata una sconfitta per i gilet gialli. È per la democrazia, per il diritto di manifestare e per la libertà di espressione che è stata una sconfitta molto violenta, un K.O.”

 

Insomma, da Bruxelles a Parigi, non può che aprirsi un ragionamento sullo stato d’emergenza che si sta facendo norma. Nonostante la repressione, tutte queste esperienze magmatiche stanno permettendo a tanti di fare pratica e continueranno a vederci partecipi,

 

Domenica 16 dicembre, ore 10h00, manifestazione antifascista

Il 10 dicembre rappresentanti di circa 160 Paesi dell’Onu, riuniti a Marrakech in Marocco, hanno adottato il Global Compact on migration, il patto delle Nazioni Unite sulla migrazione. Questo patto, che sarà votato dall’assemblea generale ONU (a New York) il 19 dicembre, contiene dieci principi, tra cui la validità illimitata dei diritti umani per tutti i migranti. Inoltre impegna i firmatari a lavorare per porre fine alla pratica della detenzione di bambini allo scopo di determinare il loro status migratorio; s’invitano i firmatari dell’accordo a limitare al massimo le detenzioni dei migranti per stabilire le loro condizioni, a migliorare l’erogazione dell’assistenza umanitaria e di sviluppo ai Paesi più colpiti. Questo patto con le sue belle parole non è vincolante per gli Stati, infatti si limita a riportare per iscritto nobili auspici. A chiudere il cerchio, lo stesso patto ribadisce che ogni Stato è sovrano nel definire la propria politica migratoria.

Anche il Belgio era presente fra i paesi firmatari ed era rappresentato dal suo Primo ministro, Charles Michel, la cui presenza ha determinato una crisi di governo, un tentativo di rimpasto che è ancora in corso con sviluppi imprevedibili. Facciamo due premesse: la prima è che le cariche del governo federale Michel I (mandato iniziato nel maggio 2014 e concluso il 9 dicembre 2018) erano divise fra quattro partiti. Uno francofono, quello liberale del Primo ministro (MR), e 3 neerlandofoni: i liberali fiamminghi (open VLD), i cristiano democratici fiamminghi (CD&V) e il partito di destra identitario fiammingo N-VA.  Quest’ultimo rappresentava la seconda forza di governo, occupando ministeri chiave come difesa, finanze e una vicepresidenza. Spicca la figura del giovane Théo Franken, che ricopriva la carica di Segretario di Stato all’asilo e alla migrazione. Franken, per capirci, è stato coinvolto in diversi scandali, fra cui la partecipazione al compleanno di novant’anni di un collaborazionista nazista. Il ministro belga, quando Salvini fece parlare di sé divenendo ministro degli interni, disse “io sono Salvini da 4 anni”.

Franken viene identificato come l’uomo che ha generato la crisi di governo. La mossa dell’N-VA di far cadere il governo è da leggere anche in chiave dei passati e dei prossimi appuntamenti elettorali. In ottobre 2018 ci sono state le elezioni amministrative che hanno visto una leggera perdita di consensi per l’N-VA a favore del partito di estrema destra fiammingo Vlaams belang (a cui Salvini rivolse un augurio in vista delle amministrative). Il Vlaams belang è rappresentato anche al Parlamento federale e non è al governo. L’analisi condivisa da più parti, anche da giornalisti vicini all’N-VA, è che il VB sia riuscito a sottrarre una parte dell’elettorato proprio giocandosi la carta della migrazione: il VB ha attaccato a più riprese l’N-VA, accusandolo di essersi ammorbidito in tema d’immigrazione una volta al governo.

Questo calo di consensi alle amministrative d’ottobre, ha rappresentato una spia d’allarme per l’N-VA che ha subito cercato di correre ai ripari prima che arrivi maggio 2019, quando in Belgio, oltre alle elezioni europee, ci saranno anche quelle regionali e federali. La ghiotta occasione per l’N-VA di allungare la campagna elettorale e di riproporsi alle elezioni primaverili come forza antisistema (e sinceramente xenophoba) è arrivata proprio quando Michel si è impuntato per recarsi a Marrakech per firmare questo patto.

È in questo quadro che s’iscrive la manifestazione promossa da diverse organizzazioni identitarie fiamminghe. Che poi noi scriviamo “identitarie” per non suscitare le classiche reazioni degli improvvisati politologi intorno alla nozione del fascismo, ma teniamo a sottolineare che la principale organizzazione promotrice dell’evento del 16 dicembre, Schild  & Vrienden, è stata oggetto di un’inchiesta giornalistica da parte della rete televisiva fiamminga VRT, che ha spazzato via i dubbi sulla natura politica della formazione studentesca. Il giornalista infiltrato ha dimostrato come dietro un’organizzazione dal volto giovane, pulito e dai modi diplomatici, si nasconda in realtà un’organizzazione razzista, antisemita, sessista i cui membri hanno come prima preoccupazione la supremazia bianca. Il loro leader, Dries Van Langenhove, eletto anche nel consiglio degli studenti dell’Università di Gand (mostrando quindi le proprie capacità d’infiltrarsi nei contesti istituzionali), invitava anche i membri della sua associazione a procurarsi un porto d’armi e a tenersi pronti, fisicamente e mentalmente, allo scontro fra le razze.

Insieme ad altre formazioni di estrema destra fiamminghe, fra cui la giovanile del Vlaams belang, è stata indetta una manifestazione a Bruxelles contraria al trattato di Marrakech. Questa manifestazione ha ricevuto anche il sostegno di Frenken, dimostrando come tra l’N-VA e il mondo eversivo ci siano dei contatti, se non una vera e propria divisione interna dei compiti venduta come “diversità” di prospettive. L’evento ha destato preoccupazione in seno al disgregato movimento antifascista belga. Le preoccupazioni erano motivate già dalla partecipazione virtuale di circa cinquantamila profili FB fra interessati e partecipanti, mostrando ancora una volta come l’estrema destra sia in grado di utilizzare in maniera industriale i social network.

In risposta, alcune delle organizzazioni antirazziste e antifasciste belghe hanno creato un evento per contrastare questa iniziativa reazionaria, chiamando una contro manifestazione. Circa 60 strutture hanno firmato o rilanciato l’appello, compresi noi di Potere al Popolo Bruxelles. C’è stata un po’ di confusione all’inizio, perché il sindaco di Bruxelles aveva deliberato di vietare tutte la manifestazioni sul territorio cittadino: se la delibera fosse stata mantenuta la polizia avrebbe semplicemente arrestato tutti, come era successo il giorno prima per il Gilets Jaunes. I fascisti hanno quindi fatto richiesta di annullamento della delibera comunale presso il Consiglio di Stato, vincendo il ricorso: le manifestazioni venivano quindi autorizzate e confermate.

Da parte nostra, un’assemblea era stata organizzata presso la CGSP, il sindacato dei servizi pubblici dell’FGTB. Le nostre prospettive erano due: se fossimo stati pochi, allora saremmo rimasti all’interno della sede sindacale per fare assemblea; se il numero di persone presenti fosse stato importante, allora saremmo partiti in corteo.

La mattina eravamo in 2000 e la sala non era sufficiente ad accogliere né i nostri corpi, né i nostri spiriti che non erano disposti a dedicarsi ad una discussione pacata sulle strategie del movimento mentre dall’altro lato la bestia immonda si prendeva le strade. Sull’altro fronte infatti i fascisti erano in 6000: dalle immagini e dalle testimonianze si trattava principalmente di uomini venuti dalle Fiandre e da paesi limitrofi.

Il nostro corteo, eterogeneo e compatto, si è mosso verso il Parc Maximilien. Al nostro interno c’erano giovani e meno giovani, migranti e autoctoni, membri dei partiti e dei sindacati, anarchici, autonomi e chi più ne ha più ne metta. Anche un blocco di Gilets Jaunes era ben rappresentato, portando uno striscione contro i fascisti. Un gruppo di compagne e compagni è riuscito a garantire un servizio d’ordine idoneo a respingere possibili attacchi da parte dell’estrema destra, a dimostrazione del fatto che delle preoccupazioni sussistevano. La strada percorsa era disseminata di poliziotti in tenuta antisommossa, che non erano per nulla rassicuranti per quanto la ragione fosse quella di evitare contatti fra le due piazze. Il parc Maximilien, dove i manifestanti si sono ritrovati è simbolico: lì dormono in tenda i richiedenti asilo e per la paura di essere target di gruppuscoli di fascisti sono stati alloggiati nelle case dei brussellesi e questa dinamica è la prova di come la solidarietà sia un’arma che possa vivere nel concreto e non solo nei comunicati.

Qualche riflessione è stata fatta da parte dei movimenti che hanno partecipato alla giornata antifascista del 16. Fino al giorno della manifestazione non sapevamo quanti saremmo stati, nonostante le 60 organizzazioni firmatarie dell’appello. Questo significa che le strutture non sono in grado di garantire una mobilizzazione sufficiente del rispettivo pubblico sulla questione antifascista. Questa autocritica va letta anche alla luce del contesto particolarissimo del Belgio, dove l’estrema destra ha da sempre coinciso con l’opzione politica di separatismo fiammingo (senza considerare i gruppuscoli fascisti francofoni che contano poche decine di persone). A Bruxelles, in particolare, l’estrema destra non ha mai avuto tanto spazio: anche sul piano elettorale, per quanto non sempre rappresentativo di tutte le tendenze in corso, nella Capitale non c’è stato nessun eletto nelle file dei partiti di estrema destra alle amministrative di ottobre 2018.

Quindi c’è o non c’è una questione fascista in Belgio e a Bruxelles? È necessaria una risposta antifascista? Se è vero quanto scritto sopra, ovvero che a Bruxelles i problemi sono altri, dobbiamo tuttavia tenere in considerazione che le organizzazioni di destra e di estrema destra fiamminghe, sono arrivate a prendere il potere a livello federale e lo hanno gestito per 4 anni insieme ai “liberali” dell’MR. Da quando sono al governo per l’N-VA il nemico principale non coincide più con i “parassiti della Vallonia” ma con i migranti. Il Vlaams belang, pur non stando al governo, ha fatto opposizione da destra, influenzando il dibattito.

In sostanza, per quanto questi partiti siano organizzati su base regionale (solo il PTB, partito del lavoro del Belgio, è strutturato su base nazionale), il loro rapporto di forza trova concretezza su scala nazionale. Ed è lì che si producono le politiche repressive, antisociali e xenophobe, veri pilastri dell’azione politica di questo governo, i cui effetti si sentono sulla pelle del popolo belga di cui facciamo parte.

Noi crediamo fermamente che tutte le organizzazioni che si riconoscono nei valori dell’antifascismo debbano iniziare a porsi la questione antifascista come una sfida strategica. Il fascismo è una delle armi dei padroni, che divide il popolo con categorie artificiali orizzontali: la colpa della crisi sociale che viviamo sarebbe talvolta da ricercare nella pigrizia del vallone,  del disoccupato e dell’assistito sociale tutti sostenuti dai sindacati (vero problema della crisi attuale!); talvolta  nei migranti (o in una parte) che cambierebbero i nostri costumi o peggio metterebbero le bombe nella metro. Insomma, queste narrazioni autoritarie e divisive rappresentano l’ideologia del potere e hanno effetti concreti su di noi: i tagli alla sicurezza sociale e ai servizi pubblici, la chiusura delle frontiere e le prigioni per i migranti, lo stato di emergenza che diventa norma e le violenze quotidiane da parte della polizia verso gli abitanti dei quartieri popolari e verso i militanti, sono solo alcuni esempi.

In questo senso, salutiamo con entusiasmo la proposta di rivederci tutti l’8 gennaio alle  17h00  in rue Pletinckx 19 presso i locali del MOC per vedere come continuare un lavoro politico coordinato al fine di contrastare la peste bruna che sta infestando anche il Belgio. L’antifascismo si pratica in mille modi, ma tutti questi mille modi dobbiamo essere in grado di tenerli insieme: oltre al mutualismo e alla battaglia delle idee, c’è anche bisogno di sottrarre luoghi fisici, quindi agibilità politica ai fascisti. Cosa che in questa occasione non siamo riusciti a garantire ma che speriamo possibile d’ora in poi.

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