Il 3 gennaio ci siamo svegliati con le immagini dei bombardamenti con i quali gli Stati Uniti d’America hanno attaccato la Repubblica Bolivariana del Venezuela provocando oltre cento morti. Poco dopo ha iniziato a circolare la notizia, subito confermata da Trump, che il presidente del Paese, Nicolas Maduro, e la Prima Combattente, Celia Flores, erano stati rapiti e deportati a New York.
Fin da subito come Potere al Popolo ci siamo mobilitati per denunciare questa aggressione in totale violazione del diritto internazionale e ci siamo schierati dalla parte del popolo venezuelano e del suo legittimo governo. In poche ore, le nostre pagine social sono state vittima di una violenta shitstorm ad opera della destra per mezzo di troll e bot. Sotto ai nostri post abbiamo però letto anche alcuni commenti di persone in buona fede che, pur essendo d’accordo nel denunciare l’azione militare di Trump, non riescono a schierarsi pienamente con un Paese il cui governo viene descritto dai media come brutale, tirannico e legato al narcotraffico.
Per questo, pensiamo possa essere utile socializzare queste brevi riflessioni. Ci sarebbe molto da dire, ma crediamo sia importante prima di tutto chiarire alcuni punti fondamentali su quello che è accaduto e, più in generale, sul processo bolivariano che ha attraversato il Venezuela negli ultimi 30 anni.
Una premessa: come sempre la propaganda lavora in due sensi. Da un lato per giustificare l’aggressione (non vi sarà sfuggito che la “sovranista” Giorgia Meloni abbia immediatamente legittimato l’aggressione USA), dall’altro per confondere le notizie per disattivare l’attivazione popolare in soccorso dell’aggredito.
Trump ha giustificato l’attacco, almeno da un punto di vista formale, inserendolo nelle azioni di lotta al traffico di stupefacenti. Così ha potuto agire rapidamente, senza la necessità di ottenere la preventiva autorizzazione da parte del Congresso degli Stati Uniti. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo: qualsiasi analista serio sa che le rotte del narcotraffico dirette verso gli USA passano solo in misura secondaria per il Venezuela. Colombia, Bolivia e Perù sono i paesi maggiormente interessati dalla produzione, mentre Ecuador, Guatemala, Honduras, El Salvador, e soprattutto il Messico, sono i principali paesi di transito. Più che a limitare il narcotraffico, l’aggressione USA è un’arma di pressione per garantirsi una gestione delle riserve petrolifere venezuelane e delle importanti ricchezze minerali del Paese. D’altronde, nemmeno Trump e Rubio ormai fanno finta di negarlo.
Il Venezuela siede sul più grande bacino petrolifero del mondo. Più dell’Arabia Saudita, dell’Iran, della Russia o degli USA. Quando nel 1998 Hugo Chávez vinse le elezioni, circa metà della popolazione viveva sotto la soglia di povertà. La “colpa” di Chávez prima, e di Nicolas Maduro poi, è stata quella di aver preteso che i proventi dell’oro nero fossero utilizzati per migliorare le condizioni di vita della popolazione piuttosto che per arricchire una élite di rentiers e le multinazionali occidentali. La ricontrattazione delle royalties nel 2001 e poi la costituzione di imprese miste a capitale maggioritariamente pubblico nel 2007 hanno garantito allo Stato venezuelano abbastanza introiti da poter avviare le 13 misiones, che hanno migliorato le condizioni di vita delle classi popolari (con programmi di costruzione di case popolari, espansione della medicina territoriale in tutti i quartieri popolari e nei villaggi, riforma e diffusione dell’istruzione pubblica, redistribuzione della terra ai contadini poveri) e alimentato la cooperazione economica latinoamericana, garantendo a molti paesi la possibilità di svincolarsi dalla dipendenza dagli USA.
Certo, il prezzo da pagare per tutto questo è stato alto: la maggiore indipendenza si è affiancata a tentativi sempre più sofisticati di delegittimazione dei Governi del PSUV (il partito fondato da Hugo Chávez). Facendo leva su problemi concreti (la dipendenza dal petrolio e la insufficiente diversificazione dell’economia, la crisi del settore petrolifero, l’isolamento commerciale indotto dall’embargo petrolifero USA, la corruzione atavica del paese, che coinvolge anche parte del PSUV e che le stesse sanzioni hanno alimentato) l’opposizione venezuelana, con l’appoggio esterno degli USA, nell’ultimo quarto di secolo le ha provate tutte, utilizzando qualsiasi carta a propria disposizione, dal golpe dall’alto a quello “dal basso”, dai tentativi di invasione mercenaria al terrorismo.
Guardando alle ricostruzioni che gli opinionisti di casa nostra fanno della storia del Venezuela, si omette sempre l’elemento del conflitto. Un conflitto antiimperialista che da Bolivar a Chávez ha opposto la lotta per l’autodeterminazione a un colonialismo predatorio, e la lotta per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari all’oligarchia che ha gestito per decenni il paese. Senza considerare questo elemento, la lotta del popolo venezuelano per la propria indipendenza e la reazione imperialista, non si può realmente comprendere la storia recente del paese. Non si può comprendere la controffensiva trumpiana senza considerare la maggiore autonomia del subcontinente latino-americano, di cui il Venezuela è stato un protagonista negli anni 2000 grazie alla diplomazia chavista. In quel decennio, un intero continente, sotto la spinta di governi socialisti e progressisti, ha visto uscire dalla miseria materiale e educativa milioni di latinoamericani, e si è svincolato dalla dipendenza USA, oggi sfidata da un crescente interscambio con altri attori commerciali come la Cina, che ha raggiunto la considerevole cifra di 500 miliardi di dollari.
È questa indipendenza che le amministrazioni USA vogliono cancellare, con ogni mezzo necessario. La stessa consegna del premio Nobel per la pace 2025 a Maria Corina Machado rientra in questi tentativi. Machado non è una figura nuova della politica nazionale venezuelana. È l’erede diretta delle vecchie élite economiche, la voce della borghesia di Caracas che negli anni ‘90 governava per pochi e lasciava il popolo nella miseria. Da sempre vicina a Washington, ha co-fondato l’ONG Súmate, finanziata dal National Endowment for Democracy, uno degli strumenti con cui gli Stati Uniti finanziano opposizioni “amiche” nei paesi che non si piegano. È la stessa che nel 2002 appoggiò il colpo di Stato contro Chávez, quando settori dell’esercito e oligarchia tentarono di cancellare con la forza il voto popolare, utilizzando franchi tiratori per sparare sulla folla (19 morti) e seminare il panico. Machado è stata coinvolta in tutti i tentativi di rovesciamento terroristico dei governi venezuelani democraticamente eletti: dalle guarimbas del 2014 (43 morti) a quelle del 2017 (120 morti), al tentativo di colpo di stato guidato dall’autoproclamatosi presidente Juan Guaidò, accompagnato da cyberattacchi alla rete energetica ed elettrica nazionale e da un tentativo di sbarco di contractors privati nel 2020. Quando sui giornali il chavismo viene rappresentato come un brutale regime repressivo, quando vediamo venezuelani ben vestiti che, rigorosamente all’estero, festeggiano il rapimento di Maduro, ricordiamoci cos’è “l’opposizione democratica” venezuelana. Al cui consenso interno nemmeno Trump crede.
Detto ciò, è del tutto evidente che il regime sanzionatorio e l’embargo promosso dagli USA e UE a cui è sottoposto il Paese hanno peggiorato sensibilmente le condizioni di vita e di lavoro del popolo venezuelano e minato in parte il consenso al governo Maduro. A lasciare il Paese in questi anni non sono stati solo i reazionari, ma anche migliaia di venezuelane e venezuelani in cerca di condizioni di vita migliori.
Nonostante questo, il progetto bolivariano ha retto, tanto da richiedere un intervento militare degli USA. Non si può comprendere la resilienza del popolo venezuelano, senza parlare del potere popolare, forse l’elemento cardine del processo rivoluzionario bolivariano che fa sì che, come Potere al popolo, continuiamo a sostenere questo processo, tra le sue mille contraddizioni e difficoltà. La salita al potere di Chávez ha infatti coinciso con uno sviluppo senza precedenti della partecipazione popolare, tanto in termini elettorali quanto in termini di autogoverno e partecipazione politica militante.
Partiamo dai dati grezzi della partecipazione elettorale che ci mostrano che prima di Chávez in Venezuela solo una ristretta élite economica e politica partecipava alle elezioni. I tre partiti principali, tutti e tre sostanzialmente borghesi, si erano garantiti fin dal 1958 l’alternanza di governo e una gestione consociativa dello Stato, escludendo sostanzialmente le classi popolari dalla rappresentanza. Non votava nessuno: solo i ricchi. Al contrario il chavismo ha inserito le masse all’interno della politica, e ha fatto sì che storto o morto, anche i partiti dell’opposizione, per affermarsi, ora debbano rivolgersi al “basso”. Basti pensare che nel 1993, le ultime elezioni prima della vittoria di Chávez votavano solo 5.829.216 votanti su un totale di 9.688.795 registrati al voto. 19 anni dopo, nel 2012, ultimo anno della presidenza Chávez, gli iscritti al voto erano diventati 18.903.143 e i votanti effettivi 15.146.096, cioè quasi tre volte quelli del 1993! Ancora nel 2024, in piena crisi economica e dopo vari tentativi di destabilizzazione politica, la partecipazione elettorale si è attestata intorno al 60%, 10 punti sopra quella delle ultime regionali ed europee nel nostro paese.
Ciò che però conta davvero è la partecipazione concreta al potere da parte delle classi popolari. Già la riforma costituzionale del 1999 introduceva meccanismi istituzionali come il Referendum revocatorio, che consentiva di revocare il mandato di qualsiasi funzionario eletto, incluso il Presidente, a metà del suo incarico, tanto che la stessa opposizione nel 2004 si avvalse, perdendo, di questo strumento contro lo stesso Chávez; il referendum approvativo su leggi importanti; l’iniziativa legislativa Popolare, il principio di controllo operaio delle imprese statali. Anche la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario a 7 ore massime di lavoro al giorno e a 35 ore di lavoro massimo settimanale ha consentito di liberare tempo di vita e, di conseguenza, anche di partecipazione alla vita sociale e politica.
La novità principale risiede però nelle Comunas, cioè nel tentativo, spinto dall’ultimo Chávez, di lavorare all’edificazione di un autogoverno popolare parallelo e autonomo dallo Stato, con l’idea di sostituirsi, in futuro, allo Stato stesso. Per esperienza diretta, le Comunas esistenti, tanto quelle agricole, quanto quelle urbane, costituiscono oggi l’attore principale della rivoluzione bolivariana e lo strumento primario per la costruzione del socialismo. Esse si occupano di autogovernare gruppi di villaggi e quartieri, tanto sul piano politico, quanto sul piano economico. Il Ministero del Potere Popolare per le Comunas e i Movimenti Sociali. presidiato oggi da Angel Prado, ha censito oltre 3.600 Comunas iscritte regolarmente nel registro ufficiale. Quattro anni fa, il 4 e il 5 marzo 2022, circa 60 Comunas delle cinque regioni del Venezuela hanno fondato l’Union Comunera in un primo congresso tenutosi proprio nella comuna El Maizal (a cui abbiamo partecipato con una nostra delegazione). L’Union Comunera è il risultato di un processo organizzativo avviato anni prima e oggi occupa un ruolo determinante nella vita quotidiana delle Comunas: è una rete che, oltre a coordinare il piano politico ed economico e dare centralità e protagonismo decisionale agli abitanti e ai lavoratori delle Comunas, funge da moltiplicatore del modello diffondendo –all’interno e all’esterno del Paese– programmi di formazione politica, ideologica e tecnica secondo le necessità dei diversi territori. Certo, le Comunas non possono risolvere, allo stadio di sviluppo attuale, i problemi di ammodernamento del settore petrolifero, di diversificazione economica e di riequilibrio della bilancia commerciale venezuelana. Ma senza dubbio costituiscono un elemento di tenuta democratica e di sussistenza economica importante, in una fase di crisi dello Stato venezuelano e di aggressione imperialista esterna.
Per questi motivi, pur con tutte le contraddizioni e le difficoltà che non vanno negate ma affrontate, dobbiamo continuare a proteggere, oggi più che mai, il delicato fiore delle Comunas e, più in generale, il progetto della rivoluzione bolivariana che, non a caso, Trump e molti governi occidentali considerano uno dei principali obiettivi da attaccare e distruggere.
Giù le mani dal Venezuela.