Ci sono notizie che non vorremmo mai sentire, né dover trovare tra i giornali quando arriva il conto spietato dei morti sulle strade italiane. Quella che ha riguardato Nicolò, il bambino di 7 anni investito da un automobilista martedì nel controviale di corso Regina, sulla pista ciclabile promiscua, mentre andava a scuola in bici, è una di queste. Ci stringiamo alla famiglia e ai giovanissimi compagni di Nicolò e a tutti i bambini che in Vanchiglia in questi giorni si sono fermati a lasciare un fiore su quella bici bianca. La solidarietà e la vicinanza che in questi giorni sono arrivate sono state visibili a chiunque abbia attraversato non solo i quartieri di Vanchiglia, ma anche quello di Aurora e Barriera: associazioni, genitori, insegnanti, presidi o semplici cittadini, che in questi anni hanno optato per una mobilità più sostenibile, hanno formato delle “ciclabili umane” per accompagnare, nei tratti più pericolosi, i bambini all’ingresso degli istituti, per dire che Nicolò “voleva solo andare a scuola in bici” e che il conto delle vittime della strada deve essere zero. Siamo di fronte a un paradosso.
Da un lato abbiamo i costi dei carburanti in aumento continuo a causa dell’instabilità internazionale e della corsa al riarmo (con il Diesel che in questi giorni ha superato i 2,4 euro/l in alcuni distributori), uniti a livelli di inquinamento delle metropoli in crescita costante.
Dall’altro lato, abbiamo chi, proprio perché non può più permettersi i costi di un’ auto e vuole adottare una mobilità più sostenibile, è costretto a muoversi su strade insicure, trafficate, con incroci mal segnalati e in una città in cui le infrastrutture per la mobilità dolce sono carenti e non garantiscono affato la sicurezza di chi li percorre, come le associazioni denunciano da anni. I dati sono drammatici: Torino è una delle città più motorizzate d’Italia, ancorata al suo passato di città-fabbrica dell’auto (quasi 600mila auto motorizzate all’anno), con oltre 4000 incidenti stradali all’anno. Fra questi nell’ ultimo anno 368 erano ciclisti, il che vuol dire che quasi ogni giorno un ciclista viene investito nella nostra città. Tutto questo a fronte di una normativa molto stringente sui reati stradali e a un largo impiego delle forze dell’ordine che già comunque sono presenti nelle strade, senza che si sia riscontrato un miglioramento (martedì scorso, a niente sono serviti le centinaia di agenti di Polizia che stazionano in corso Regina Margherita da inizio anno a “difesa” dell’immobile vuoto al civico 47…)
Negli ultimi anni, però, c’è stato anche chi ha sostenuto che la città si fosse trasformata, ottenendo importanti risultati nella mobilità dolce: era il luglio 2020, la Giunta Appendino con l’allora assessora alla Mobilità Maria Lapietra approva la delibera con cui si prevedono controviali a 20 km/h con priorità ciclabili su 70 km di corsi, senza prevedere una separazione fisica fra macchine e bici. La scelta di questa opzione è principalmente la velocità di realizzazione (letteralmente la linea bianca e la segnaletica orizzontale che vengono tracciati dal giorno alla notte nei controviali). Delle barriere fisiche che però dovrebbero moderare quella velocità non c’è però nessuna traccia, al punto che il futuro sindaco Stefano Lo Russso, all’epoca all’opposizione, aveva criticato ampiamente i controviali promiscui. Peccato che non appena arrivato al governo della Città, proprio quello stesso sistema dei controviali sia non solo rimasto, ma ulteriormente utilizzato e “venduto” come aumento di km di ciclabili. Il Comune dichiara infatti di aver aumentato di 49 km i nuovi tracciati nei primi due anni di mandato. La maggior parte di questi interventi fra 2021-2023 si concentrano proprio nei controviali (Corso Regina Margherita, Corso Einaudi, Corso Potenza, Corso Principe Eugenio, Corso Peschiera, Via Tirreno) per creare percorsi promiscui bici/auto.
Eppure ci sono metropoli ben più grandi e complesse di Torino che ci dimostrano che, se lo si vuole davvero, è possibile garantire a tutti il diritto, e il piacere, di spostarsi in bicicletta o a piedi in piena sicurezza. A Barcellona hanno creato i superblocchi, aree di 9 isolati all’interno delle quali ci si può muovere solo a piedi o in bici, con le auto che possono scorrere solo all’esterno. A Parigi hanno completamente pedonalizzato le zone scolastiche, creato centinaia di chilometri di vere piste ciclabili separate e allargato i marciapiedi a discapito delle corsie per le auto.
Quello che manca non sono le soluzioni tecniche ma la volontà politica. Le catene umane che in questi giorni stiamo vedendo nei controviali ci ricordano allora il fallimento (e anche l’ipocrisia) di un modello di città e di mobilità che non sono più sostenibili e che oggi devono essere completamente ripensate perché non garantiscono affatto la sicurezza e la salute di chi vive a Torino.