LA SICUREZZA NON PUÒ CONSISTERE NELL’ALLONTANARE I PIÙ FRAGILI DALLO SPAZIO PUBBLICO, MA NEL GARANTIRE A TUTTƏ IL DIRITTO A UNA VITA DIGNITOSA.

Mancano ormai pochi giorni allo scadere della “zona rossa” a Cagliari e, mentre i giornali locali danno ampio spazio alla voce dei comitati, alle richieste di maggiore sicurezza e decoro, e agli esponenti dell’opposizione che le rilanciano, Sindaco, Giunta ed esponenti della maggioranza si guardano bene dal prendere posizione.

Intanto le forze dell’ordine intensificano controlli, identificazioni e allontanamenti, individuando di volta in volta nuovi “indesiderabili” attraverso l’odioso dispositivo della profilazione “etnica”.

Ed è proprio qui che sarebbe necessario aprire una discussione politica all’altezza:

chi viene individuato come indesiderabile?

Chi viene sottoposto ai controlli?

Quali sono i criteri attraverso i quali si decide chi può stare nello spazio pubblico e chi invece deve esserne allontanato?

Per tutelare quali diritti o interessi?

Perché il rischio che strumenti nati con una finalità dichiaratamente securitaria finiscano per colpire soprattutto le persone più marginali, e tra queste in modo particolare le persone migranti e razzializzate, è quanto mai concreto, e dovrebbe essere al centro dell’attenzione di quantə provano a presentarsi come argine istituzionale al fascismo risorgente di marca vannacciano-meloniana.

Gli eventi di questi mesi, del resto, mostrano quanto sia discutibile e ingenua l’idea che basti moltiplicare controlli, divieti e zone rosse per risolvere un problema di sicurezza che la destra di Governo presenta come un’emergenza.

Ciò che si vuole è nascondere il disagio sociale e reprimerne le manifestazioni.

La repressione, però, non cancella il disagio sociale.

Si limita a spostarlo, a togliergli visibilità pubblica e voce politica.

Per questa ragione, lo sposta proprio in quelle periferie che sono scomparse dal dibattito pubblico (ammesso che vi siano mai entrate), dove già esistono situazioni diffuse di povertà, marginalità e abbandono e dove i conflitti sociali possono assumere forme anche violente.

Tutto ciò avviene col preciso intento, neppure troppo mascherato, di salvaguardare il centro storico e le aree maggiormente interessate dal turismo e dalle attività commerciali ed estrattive.

In tutto questo, mancano interventi strutturali:

sul diritto all’abitare, sulla tutela del lavoro, sui servizi sociali e sanitari, sulle dipendenze e sulla salute mentale, sull’inclusione e sulla presa in carico delle persone più fragili.

Nel frattempo, non si contano gli episodi di violenza, in Sardegna e altrove, che, pur nella loro gravità, scivolano rapidamente dalle prime pagine ai margini della cronaca.

È ciò che accade soprattutto quando a essere colpite sono persone che non hanno una rete di tutela, persone migranti, persone povere, persone che vivono ai margini e che troppo spesso vengono percepite dalle istituzioni prima di tutto come un problema da gestire attraverso l’azione delle Questure.

Negli scorsi giorni, un gruppo di giovani ha aggredito a Monastir alcuni ragazzi ospiti del CPA.

Un’aggressione con bastoni, spranghe e sassi, sulla quale sono in corso gli accertamenti dell’autorità giudiziaria.

Qualche giorno fa, a Olbia, una donna ha aggredito e minacciato con un coltello una giovane donna di origine marocchina e le sue due figlie, invitandola a “tornare al suo Paese”.

A giugno, qualcuno ha appiccato il fuoco davanti alla moschea cagliaritana di via del Collegio, nel cuore della Marina. Gli autori non sono stati individuati.

A fine luglio, in piazza San Michele, sempre nel capoluogo, un migrante in stato di alterazione è stato colpito con un fendente alla nuca. Nonostante i numerosi testimoni, anche in questo caso gli autori dell’aggressione rimangono sconosciuti.

Episodi diversi, dinamiche diverse, ma che non per questo devono essere letti isolatamente, separati dalla realtà sociale e politica nella quale accadono.

Perché esiste una cornice comune: quella di una società nella quale alcune persone vengono progressivamente trasformate in corpi estranei, in presenze da allontanare, in altrettanti problemi di sicurezza.

Chi si sente autorizzatə a considerare quelle persone meno degne di rispetto, di tutela e persino di esistere nello spazio pubblico, lo fa sulla base di un lasciapassare che ha precisi mandanti nello spazio politico.

Non tutti nella destra conclamata.

La continua associazione tra immigrazione, degrado e criminalità produce una rappresentazione della realtà nella quale lo straniero diventa facilmente il capro espiatorio di ogni problema sociale.

E quando la politica sceglie sistematicamente la scorciatoia securitaria, quando davanti alla marginalità la risposta diventa controllo, allontanamento e repressione, il confine tra la gestione di un’emergenza (o presunta tale) e la costruzione di un nemico rischia di diventare sempre più sottile.

Occorre interrogarci su una narrazione pubblica che presenta alcune persone come congenitamente problematiche e che produce un racconto diverso a seconda di chi è la vittima, anche quando quelle persone sono vittime.

Vittime due volte:

privatamente, di una violenza fisica (spesso poliziesca),

e pubblicamente di una violenza mediatica fatta di minimizzazioni e di attenuanti, quando non di esplicite giustificazioni.

È dovere di ciascuno pretendere che le istituzioni non assistano inermi a queste forme di disumanizzazione, che seguono la stessa logica della zona rossa di piazza del Carmine e del CPR di Macomer; un luogo, quest’ultimo, nel quale la libertà delle persone viene limitata non perché abbiano subito una condanna penale, ma in ragione della loro condizione amministrativa e delle procedure di rimpatrio.

Perché il problema è molto più grande della singola zona rossa, ma ha a che fare con la mancanza di risposte a situazioni di fragilità, del resto sempre più diffuse anche tra quantə hanno cittadinanza Italiana.

Noi pensiamo che sia necessario rovesciare interamente questa prospettiva.

Una persona senza casa ha bisogno non di essere spostata, ma di un tetto sopra la testa.

Una persona che vive una condizione di disagio psichico ha bisogno di cura.

Una persona che vive una dipendenza ha bisogno di servizi.

Una persona sfruttata sul lavoro ha bisogno di tutela.

Una persona migrante che vive una situazione amministrativa precaria ha bisogno di poter accedere alle procedure e alle garanzie previste dalla legge.

Una persona vittima di violenza ha bisogno di essere protetta.

E una città che vuole essere davvero sicura dovrebbe investire prima di tutto nelle condizioni che rendono possibile una vita dignitosa.

Perché la sicurezza non può essere ridotta alla possibilità di liberare una piazza dalle persone che contraddicono la ripugnante idea di decoro delle città gentrificate.

La sicurezza dovrebbe significare anche non avere paura di perdere la casa, il lavoro, la salute, la dignità o la propria libertà.

Una città realmente sicura non è una città nella quale i più fragili vengono semplicemente resi invisibili. È una città che non li abbandona.

E soprattutto è una città nella quale nessuno — né un comitato, né un’amministrazione, né una forza politica, né un singolo cittadino — può arrogarsi il diritto di decidere chi sia abbastanza rispettabile, abbastanza italiano, abbastanza decoroso o abbastanza “normale” per avere diritto di stare nello spazio pubblico.

Perché il problema non è chi dobbiamo allontanare.

Il problema è quale società vogliamo costruire.