Di Yanis Varoufakis – 26 settembre 2026
“Solo i fanatici pericolosi si rifiutano di scendere a compromessi”, mi diceva mia madre. E così, diversi decenni dopo, entrai al governo pronto a scendere a compromessi; un piccolo prezzo da pagare, pensavo, per offrire un minimo di sollievo alla maggioranza sofferente che ci aveva votato. Eppure la domanda più difficile, e più pertinente, continuava a tormentarmi: come si fa a scendere a compromessi senza finire a propria volta compromessi? Quale singolo compromesso mi avrebbe catapultato nel regno dei cooptati? Per mesi, lottai per trovare la risposta, finché non se ne rivelò una inaspettatamente.
È un enigma che genera un paradosso. Da un lato, cercare di individuare il compromesso cruciale è tanto futile quanto cercare il singolo capello che, una volta perso, ammette nella confraternita dei calvi. D’altro canto, così come un solo sguardo a me conferma che mi mancano abbastanza capelli per essere considerato calvo, un solo sguardo ad Andy Burnham e alla stragrande maggioranza dei leader di centrosinistra europei conferma che sono compromessi. È una questione che rimane attuale.
Ma a che punto il compromesso si trasforma in tradimento? A che punto la pratica dell’arte della concessione saggia porta a tradire i propri elettori, persino ad abbracciare la malvagità? Anzi, i malvagi sanno davvero di essere malvagi? Erano consapevoli del momento in cui la loro cascata di compromessi li ha spinti oltre il limite morale? Ne dubito. La capacità dell’animo umano di razionalizzare le scelte più vili è illimitata. Non esiste quasi nessun orrore perpetrato da un essere umano contro un altro che non sia stato giustificato dal principio del male minore.
Interrogate i fantasmi di Vidkun Quisling, o del suo omologo greco Georgios Tsolakoglou, e chiedete loro perché hanno accettato di diventare i primi ministri fantoccio dei Nazisti in Norvegia e in Grecia. Avrebbero sicuramente risposto che “qualcuno l’avrebbe fatto”, quindi tanto valeva che fossero stati loro: la loro complicità valeva il prezzo se avesse permesso loro di proteggere anche solo una manciata di connazionali dalla minaccia Nazista. Il fatto che queste razionalizzazioni appaiano ridicole a posteriori ci riporta alla domanda iniziale: a che punto una serie di compromessi rende una persona compromessa?
Era il febbraio del 2015 quando mi sono imbattuto nella pura banalità dei leader di centrosinistra europei compromessi. Ciò che me l’ha fatto notare con chiarezza è stato il contrasto tra questi uomini vuoti e Wolfgang Schäuble, il Ministro delle Finanze conservatore tedesco e sommo sacerdote europeo dell’austerità più rigorosa. Era spietato ma convincente; analiticamente debole ma intellettualmente onesto; rozzo ma rassicurantemente sicuro di sé. Diceva cose oltraggiose, come “non si può permettere che le elezioni cambino la politica economica in Europa”. Ma c’era una sincerità nel suo modo di esprimersi e la sensazione che stesse descrivendo il mondo così come lo vedeva realmente.
Poi venne la monotonia del lavoro di centrosinistra.
Il primo incontro è stato con Michel Sapin, Ministro delle Finanze francese e fedele collaboratore del Partito Socialista. Dopo avermi accolto come un fratello d’armi, aver elogiato la mia posizione anti-austerità e avermi promesso che avremmo “camminato insieme” per riportare l’Europa sulla “via della crescita”, mi ha condotto alla conferenza stampa lì vicino. Lì, di fronte ai giornalisti riuniti, ha subito una metamorfosi istantanea. Spariti la cordialità, l’intento comune, la condanna dell’austerità. Invece, puntandomi contro un dito accusatorio, ha superato Schäuble in quanto a veemenza, inneggiando alla “disciplina” e al contenimento della spesa. Una volta rimasti soli, è tornato tutto dolce e amichevole. L’ho fermato di colpo, l’ho guardato negli occhi e gli ho chiesto con insistenza: “Chi sei e cosa hai fatto al Michel che ho incontrato un’ora fa?”.
Una serie di incontri tristemente simili sono seguiti solo pochi giorni dopo, a Berlino. Prima con Sigmar Gabriel, leader del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), poi con una delegazione di parlamentari dei Verdi tedeschi. La cosa peggiore di quegli incontri non era ciò che veniva detto, ma il fatto che fosse evidente che non credessero a una sola parola di ciò che pronunciavano. Oltre alla mancanza di convinzione, le loro banali riflessioni tradivano una totale assenza di spessore intellettuale: non c’era una vera proposta da contestare né un argomento da confutare logicamente.
Uscendo da quegli incontri, mi chiedevo come si fosse arrivati a questo punto. Come aveva fatto l’SPD, un partito con una storia di trasformazione della Germania in una socialdemocrazia funzionante, ad avere un leader così banale e vuoto, pronto a cedere a uno come Schäuble? Come avevano fatto i Verdi, che negli anni Settanta ci avevano scosso dalla nostra complicità con l’ecocidio in corso, a finire per ripetere slogan tanto noiosi quanto tossici?
La mia teoria del lungo suicidio del centrosinistra inizia nel 1971, quando Bretton Woods venne annientato dallo shock di Nixon. A quel tempo, i socialdemocratici europei e britannici svolgevano il ruolo di intermediari. Una volta al governo, riunivano i capitani d’industria e i dirigenti sindacali attorno a un tavolo dove si concludeva un accordo: una parte dei profitti industriali avrebbe finanziato lo Stato Sociale e un’altra sarebbe stata restituita ai lavoratori sotto forma di salari e condizioni di lavoro migliori. Tuttavia, con la morte di Bretton Woods, il denaro e il potere si spostarono dall’industria alla finanza.
Alla fine degli anni Settanta, era inutile far sedere attorno a quel tavolo gli industriali in declino e i dirigenti dei sindacati in via di estinzione. In un mondo asservito a banchieri e commercianti, l’unico accordo significativo che si potesse raggiungere era quello tra ministri e finanzieri. Era un patto faustiano. Tony Blair a Londra, Jacques Delors a Parigi e poi a Bruxelles, Gerhard Schröder a Berlino, tutti loro offrirono ai banchieri il permesso di scatenarsi in cambio di ingenti briciole dalla loro tavola, con cui finanziare lo Stato Sociale e, non dimentichiamolo, le loro campagne elettorali. È così che la socialdemocrazia è andata avanti a fatica fino al crollo del 2008.
Quando, nell’autunno di quell’anno, le banche fallirono, i socialdemocratici al potere non capirono cosa li avesse colpiti. Privi sia della capacità analitica di comprendere il crollo, sia della spina dorsale morale per opporsi ai finanzieri, salvarono non solo le banche, ma anche i banchieri. Il risultato fu austerità per le masse e “socialismo” per i banchieri, un crollo degli investimenti e una recessione senza fine. Da quel momento in poi, la socialdemocrazia imboccò una china scivolosa verso l’oblio elettorale, etico e politico.
Ho scritto di tutto ciò nel mio libro del 2011, Il Minotauro Globale. Ma una cosa era aver formulato una teoria, tutt’altra era vederla scritta sui volti dei centristi nel 2015: la sconfitta, il compromesso, la banalità. Ricordo la sensazione mentre il mio aereo decollava da Berlino, riportandomi ad Atene e in un Parlamento in cui un Partito Nazista era il terzo più grande: il risultato del malcontento generato da anni di insensata austerità centrista. E ricordo come, all’improvviso, ho pensato a Fiona.
Il mio primo ricordo di lei risale al 1980, quando mi interruppe bruscamente durante una vivace riunione del sindacato studentesco all’Università dell’Essex. Studentessa di antropologia, era convinta che tutti, di destra e di sinistra, bramassero il potere illimitato ovunque fosse possibile ottenerlo. Fiona temeva che i progressisti, come lei e me, persone che non potevano esercitare il potere nella City (il nucleo storico e il principale distretto finanziario della capitale britannica) o a Whitehall (il cuore amministrativo del governo del Regno Unito), lo cercassero invece nei sindacati studenteschi, nei gruppi socialisti, persino nelle organizzazioni femministe. La sua forte disapprovazione nei miei confronti era sistemica, non personale. Ed è per questo che diventammo amici.
Circa un anno dopo il nostro primo incontro, mi ritrovai a uno degli innumerevoli raduni anti-Thatcher che si tenevano in quel periodo. Per coincidenza, anche Fiona era lì, in attesa di parlare. Dopo aver sopportato due ore di noiosi oratori che denunciavano il vandalismo sociale e industriale della Thatcher, Fiona si alzò per parlare. È stata magnifica:
“Mentre ascoltavo gli oratori precedenti, pensavo tra me e me: Preferisco Maggie Thatcher, in qualsiasi momento! A differenza vostra, Maggie ha capito tutto. Viviamo in un momento rivoluzionario. L’armistizio della lotta di classe del dopoguerra è finito. Se vogliamo difendere i deboli, non possiamo permetterci di essere sulla difensiva. Dobbiamo sostenere la sua causa come fa lei: fuori il vecchio sistema, dentro uno nuovo di zecca. Non il sistema distopico di Maggie, ma comunque uno nuovo. Voi medicate i cadaveri, mentre lei scava fosse. Se dovessi scegliere tra voi e lei, sceglierei lei senza esitazione. Per quanto mostruosa sia, la Thatcher almeno può essere sovvertita. Non riconoscereste la sovversione nemmeno se vi arrivasse addosso con un’asta da chiatta”.
Le sue parole mi risuonavano in testa durante quel volo del 2015, ricordandomi perché trovavo i miei incontri con Schäuble molto più gratificanti di quelli con i centristi di sinistra che “facevano le bende ai cadaveri” mentre Schäuble “scavava fosse”. Oltre alla relativa gioia di conversare con persone che dicono quello che pensano, ci sono ragioni, sia a breve che a lungo termine, per cui io, da fiero esponente della sinistra, preferisco al governo dei conservatori sicuri di sé piuttosto che un gruppo di centristi di sinistra sconfitti.
Piuttosto che un branco di pseudo-progressisti compromessi che medicano i feriti, preferirei di gran lunga avere al potere un Norman Tebbit, che li esorta cinicamente a “andare in bicicletta”. Una sinistra indomita e con un minimo di amor proprio risponderebbe dicendo ai banchieri, agli speculatori e agli oligarchi di andare in bicicletta. Ahimè, la sinistra compromessa non lo fa. Al contrario, alimenta una falsa speranza nei cuori della maggioranza sofferente con le sue vuote promesse di prendersi cura di loro. Quella speranza è destinata a infrangersi contro gli scogli della realtà. E poi? Avendo perso la fiducia sia nel centro-destra che nel centro-sinistra, l’elettorato non ha altra scelta che rivolgersi ai demagoghi che promettono di rendere il loro Paese “di nuovo grande”, di strumentalizzare le barriere di confine, di prepararsi alla guerra contro nemici inesistenti, di prendere di mira “l’altro”: il musulmano, l’ebreo, il disabile, le persone di colore che “inquinano” il patrimonio genetico.
Il nuovo governo di Andy Burnham ne è un esempio lampante. Arrivato al numero 10 di Downing Street sull’onda di un’ondata di ottimismo, la sua riluttanza a scontrarsi con i potenti responsabili della stagnazione britannica porterà a un altro bilancio che tassa chi è già sovraesposto e punisce i deboli. In questo modo, la strada sarà spianata ai fascisti, che potranno infettare ulteriormente i cuori infranti della maggioranza. Solo il tempo dirà se si tratterà di un partito riformista, di un partito restauratore o di un partito conservatore ancora più radicalizzato.
Naturalmente, i centristi di sinistra criticano la mia riluttanza a sostenerli, dipingendomi come un servo della Destra. Risponderei che la Sinistra ha il dovere di rimanere all’opposizione finché non ci saremo organizzati; finché non avremo un piano e un mandato per rovesciare l’oligarchia e attuare un programma progressista e realizzabile. È meglio essere all’opposizione, mantenendo viva la speranza, mentre la Destra dell’istitutivo imperversa al governo, piuttosto che una Sinistra compromessa conquisti il potere con false promesse destinate a spegnere la speranza e a inaugurare forme postmoderne di fascismo.
Fu questo modo di pensare che mi spinse, sei mesi dopo il mio giuramento come Ministro delle Finanze greco, a dimettermi, pur sapendo benissimo che sarei stato demonizzato e relegato ai margini del sistema politico. Era una scelta ovvia. Ricordate la domanda che mi tormentava fin dal primo giorno in carica? Sarei stato in grado di riconoscere il compromesso letale che mi aveva condotto nel regno dei cooptati?
Alla fine, non fu difficile riconoscerlo. Tutto è iniziato quando mi è stata offerta una scelta: la mia carriera politica in cambio della firma di una richiesta per un’enorme carta di credito (che lo Stato greco avrebbe utilizzato per fingere di ripagare i propri debiti); una carta di credito che sarebbe stata rilasciata a condizione di un altro pacchetto di austerità che avrebbe condannato l’80% della nostra popolazione a una schiavitù per debiti a lungo termine. Io non ho firmato. Ma la maggior parte dei miei colleghi in quel governo di sinistra lo ha fatto. Il risultato? Quel partito, Syriza, non esiste più, la destra recalcitrante è dominante e la destra fascista è in ascesa.
In definitiva, la sinistra compromessa anestetizza la speranza, aprendo la strada ai reazionari della peggior specie. Meglio essere un’opposizione onesta a un governo di destra che un esponente della sinistra compromesso le cui politiche generano mostri. Questa non è una rinuncia all’aspirazione a governare. È semplicemente una precisazione di un pensiero: l’unico compromesso che vale la pena fare è la disponibilità a rinunciare al potere piuttosto che firmare il futuro di un popolo.
– Yanis Varoufakis è un economista ed ex Ministro delle Finanze greco. È autore di diversi libri, tra cui Tecnofeudalesimo: Cosa ha Ucciso il Capitalismo (Technofeudalism: What Killed Capitalism). È stato per molti anni professore di economia in Gran Bretagna, Australia e USA prima di entrare in politica. È co-fondatore del movimento popolare internazionale DiEM25 e professore di economia all’Università di Atene.
Traduzione: La Zona Grigia
Fonte: https://unherd.com/2026/09/the-centre-lefts-slow-suicide/