Per la propaganda del Governo Meloni siamo entrati nell’era del “salario giusto”. Ciò che dice la realtà è che siamo ancora al tempo dei “salari da fame”.
Non sarà il bollino di “giusto” su paghe orarie da 6/7€ – su cui spesso c’è la firma anche di CGIL, CISL e UIL – a permettere a lavoratori e lavoratrici di mettere insieme il pranzo con la cena. Soprattutto in questi anni in cui i prezzi dei beni alimentari sono schizzati (+24,9% tra 2021 e 2025) e, accompagnati da quelli di bollette, carburanti, ecc., hanno fatto crollare il potere d’acquisto degli stipendi: in media -7,2% negli anni del Governo Meloni.
Ciò che aiuterebbe sarebbe un salario minimo: 12€ l’ora agganciati all’inflazione (sì, il ritorno della scala mobile!). Il Governo, però, lo vede come il diavolo l’acqua santa. E le opposizioni che nei Comuni che amministrano lo istituiscono (di 9€ l’ora) troppo spesso soffrono di “amnesia” quando si tratta di inserirlo come condizione nei bandi pubblici: il risultato è che, anche laddove è stato approvato, i lavoratori e le lavoratrici lo vedono solo con il binocolo. Poi uno dice che questo “campo largo” risulta poco credibile…
A sentire Meloni, Calderone & soci, siamo nel migliore dei mondi possibili. Non solo il “salario giusto”, ma anche il record di occupazione “dai tempi di Garibaldi”. Troppi, colpiti da un riflesso pavloviano, accusano il Governo di fake news. Stando ai dati ISTAT, però, risulta vero che l’occupazione stia crescendo.
La questione che si pone non è “quanti occupati?”, bensì “chi, come e dove lavora?”. Perché gli occupati crescono soprattutto nella fascia degli over ‘50, dove si concentra chi non può andare in pensione a causa della Legge Fornero. La stessa che Salvini ha più volte promesso di eliminare e che invece è ancora lì, sicuramente più salda del leader della Lega.
Tra i più giovani ad aumentare è il numero di emigrati: 550mila tra i 18 e i 34 anni sono scappati dall’Italia tra il 2011 e il 2023.
Chi fugge in primis lo fa per questioni lavorative: anche perché la maggiore occupazione di questi anni si è prodotta soprattutto in settori come commercio, turismo, ristorazione, edilizia, caratterizzati da bassi salari e a basso valore aggiunto.
Mentre la base industriale è stata costantemente distrutta: tra il 2008 e il 2024 sarebbero ben 103mila i posti di lavoro persi nell’industria. Un trend che prosegue ancora oggi: la multinazionale svedese Electrolux minaccia 1.700 licenziamenti; l’azienda italiana Natuzzi parla di 900 posti a rischio; Whirlpool e GKN sono già andate via; per l’ILVA è buio pesto; la ex Jabil, oggi TMA, attraversa un processo di ristrutturazione che potrebbe portare a un graduale disimpegno; Stellantis (ex FIAT) fa registrare record negativi di produzione, migliaia di operai in cassa integrazione, l’invito ai fornitori a migrare all’estero, stabilimenti semichiusi e investimenti al lumicino. La classe politica, se va bene, balbetta. In generale, risulta non pervenuta sui più gravi e urgenti problemi per milioni di persone.
Se siamo arrivati a questo punto – salari da fame e desertificazione industriale – è proprio perché un’intera classe politica ha deciso che le carte le danno le imprese. Conseguenza è la deflazione salariale. È la limitazione del diritto di sciopero e l’attacco alle forme di lotta che hanno mostrato la loro efficacia (picchetti, blocchi, ecc.). È che i governi di ogni colore ogni anno stanziano decine di miliardi per le aziende. Incentivi, li chiamano. Regali sarebbe il termine adatto. Che finiscono nelle tasche anche di quelle multinazionali che arrivano, prendono i soldi e poi scappano. Senza che la politica muova un dito (a quando una vera legge contro le delocalizzazioni, come quella formulata da operai GKN, giuslavoristi e militanti politici?).
Se chi vive di salario piange, mentre chi vive di profitti – e sempre più di rendita, immobiliare e finanziaria – stappa bottiglie di champagne, non è frutto del caso. Ma di 40 anni di politica al servizio dei secondi e contro i primi. Di un sistema di potere, anche quello mediatico e ideologico, che giustifica gli extraprofitti delle banche, delle grandi imprese dell’energia, delle armi, della logistica e fa ricadere la “colpa” della povertà di lavoratori e lavoratrici sulle loro stesse spalle.
Per smettere di essere “cornuti e mazziati”, c’è da recuperare in primo luogo una dimensione di senso. Non è passato troppo tempo da quando, all’epoca del Covid, tutto il mondo ha dovuto riconoscere la centralità dei lavoratori e delle lavoratrici “essenziali”.
Sono loro a far girare il mondo. Se si fermano, si ferma tutto.
È questa consapevolezza che non dobbiamo disperdere. È la base su cui si innestano le lotte. Che non sono mai richiesta di elemosina, ma pretesa di ciò che ci spetta.
La manifestazione operaia convocata dall’USB per sabato 23 va in questa direzione. A fronte di un Paese che rimane il secondo d’Europa per produzione industriale, i lavoratori e le lavoratrici vengono fatti sparire dalla scena pubblica. E quand’anche se ne parla li si rappresenta sempre come vittime – e certo lo sono – evitando accuratamente di evidenziarne la forza. Perché una classe la si distrugge non solo nella sua dimensione materiale, ma anche in quella ideale e della sua stessa identità.
Il corteo del 23 maggio ha il merito di rimettere in testa coloro che sono il cuore pulsante del Paese. Come avevano fatto i due scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre 2025, che hanno espresso le potenzialità del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici. E di indicare una direzione di marcia che sappia parlare a un’enorme maggioranza: quella che soffre le stesse preoccupazioni, vive le stesse ristrettezze e sente allo stesso tempo frustrazione e orgoglio per ciò che fa ogni giorno.
Per questo il 23 maggio saremo con loro!