Indice
- In vista dell’8 marzo 2026: un’assemblea pubblica come spazio di confronto e organizzazione
- Alcuni aspetti della violenza sistemica che viviamo ogni giorno:
- Altre facce della violenza sistemica: il sistema educativo 0-6 anni in Piemonte, il Ddl Bongiorno e la violenza in università
- Una possibile prima risposta: Lo sportello per l’autonomia
1) In vista dell’8 marzo 2026: un’assemblea pubblica come spazio di confronto e organizzazione
Il 4 marzo 2026, in Casa del Popolo Estella abbiamo organizzato un’assemblea pubblica come spazio di confronto e costruzione in vista delle mobilitazioni transfemministe del 7 e 8 marzo e dello sciopero di lunedì 9 marzo.
Ci occupiamo da sempre di temi di genere e, in vista dell’8 marzo, abbiamo deciso di far emergere in particolare la violenza sistemica che le donne , le soggettività non conformi e chi vive marginalità economica e sociale, subisce sulla propria pelle ogni giorno e che si manifesta attraverso quei bisogni essenziali e quotidiani di tutti noi, dal diritto alla casa, all’accesso all’istruzione e ai servizi pubblici, dal diritto alla salute fino alla possibilità di un lavoro degno.
La violenza che subiamo sulla nostra pelle infatti si esplicita anche a più livelli nelle scelte politiche che vediamo ogni giorno con miliardi investiti in guerra e riarmo mentre sanità pubblica consultori, centri antiviolenza, scuole e università vengono svuotati di risorse e personale.
Mentre le scuole diventano spazi di normalizzazione della guerra, sempre più aperte a militari e industrie belliche , mentre l’educazione affettiva, sessuale e al consenso viene ostacolata.
D’altronde che l’Italia sia un paese patriarcale è ben confermato dagli ultimi dati ISTAT e INPS: dai quali, sinteticamente, emergono : tassi di occupazione differenziati, gap retributivi persistenti, effetti penalizzanti della maternità, lavoro di cura non riconosciuto, sottorappresentazione nei ruoli apicali e violenza sistemica.
Non possiamo poi certo dimenticare gli innumerevoli femminicidi che ci cadono addosso ogni volta come valanghe e che ci scuotono nella nostra quotidianità e che purtroppo, troppo spesso, si susseguono con una tale frequenza che ci è quasi difficile ricordare i nomi delle nostre sorelle ammazzate, mentre noi questi nomi e le loro storie vogliamo ricordarle e non confonderli.
Pensiamo che i femminicidi siano solo la punta più alta di una spirale di precarietà, ricatti e marginalità in una società patriarcale, segnata dallo sfruttamento e dalla guerra.
L’attenzione, spesso morbosa, sui dettagli di cronaca da parte dei media in occasione dei femminicidi, produce dall’alto esclusivamente risposte securitarie e repressive , con relativo aumento del controllo sociale in ottica punitiva, ma non scardinano minimamente il problema e hanno come unico effetto quello di spostare l’attenzione e dare una lettura esclusivamente razzista per puro opportunismo politico.
Non ci riconosciamo in un femminismo che usa risposte razziste e punitiviste, come l’attuale governo Meloni, ma neppure ci riconosciamo in un femminismo liberista che promuove ascesa sociale e individuale come unico obiettivo per sentirsi realizzate, un femminismo che spesso valorizza bisogni non primari e che persegue poi le stesse politiche migratorie , di tagli al welfare, e di sostegno alla Nato, investendo in guerra e riarmo.
È per tutto questo che crediamo sia necessario un femminismo non identitario, materialista e che qualcuno ha definito “per il 99% della popolazione.”
2) Alcuni aspetti della violenza sistemica che viviamo ogni giorno: salute, istruzione, casa, lavoro.
Nel percorso intrapreso negli scorsi mesi abbiamo riflettuto rispetto alla violenza sistemica che ogni giorno viviamo e che rende le nostre vite sempre più complicate: precarietà lavorativa, inflazione, discriminazioni, emergenza abitativa, segregazione sociale o economica di comunità migranti, sono tutti aspetti che incontriamo nel nostro lavoro politico quotidiano.
Sappiamo che tutte le lotte sono interconnesse, così come le variabili che portano una persona in uno stato di fragilità, o al contrario, come una sola variabile ricada a catena su tutte le altre.
Il lavoro quotidiano che portiamo avanti in maniera trasversale ci ha permesso di far emergere varie questioni in vari ambiti e abbiamo quindi deciso di individuare quattro tematiche dalle quali partire per approfondire ulteriormente gli aspetti di violenza e oppressione quotidiana.
In particolare ci siamo soffermati sul diritto alla salute, il diritto all’abitare, l’accesso all’istruzione e le difficoltà che incontriamo nel mondo del lavoro.
a) Salute
Negli ultimi mesi abbiamo denunciato la chiusura del consultorio di via Bellono avvenuta nella più totale assenza di comunicazione alla popolazione lasciando un enorme fetta di popolazione senza un ambulatorio di riferimento. Tale chiusura avveniva proprio nei giorni in cui a Torino veniva approvato il Nuovo Piano Regolatore da parte della giunta cittadina e Lo Russo parlava di Torino ancora città dei 15 minuti e della cura.
Come si possa definire ancora città della cura è alquanto incomprensibile visto che negli ultimi mesi abbiamo assistito alla chiusura del poliambulatorio di via Le Chiuse in San Donato, è in corso la vendita dello stabile in cui è presente il poliambulatorio di via del Ridotto, abbiamo assistito allo “spostamento” del consultorio delle Vallette da Piazza Montale in via Pacchiotti, ad un’ora a piedi di distanza. Assistiamo da decenni alla chiusura costante di servizi pubblici utile a spianare la strada al privato.
In questa Regione abbiamo dovuto occuparci troppe volte dell’attacco all’autodeterminazione delle donne con la promessa di Marrone di rifinanziare “Fondo vita nascente” , un fondo che , oltre ad essere mero strumento di propaganda , presenta una rendicontazione disastrosa e che , come denunciato nel “Libro bianco sulla prima annualità del Fondo vita nascente”, ha pescato fondi da capitoli di spesa solitamente dedicati alle comunità per minori.
Così come abbiamo visto pubblicizzare più volte la cosiddetta “stanza di ascolto” al Sant’Anna in modo puramente propagandistico, mentre le uniche misure rivolte alle famiglie si sono tradotte in click day notturni che hanno scontentato chiunque oltre ad alimentare diseguaglianze per chi non poteva avere una connessione stabile o semplicemente avere la possibilità di restare sveglia di notte.
Grazie al contributo della dott.ssa Chiara Rivetti, abbiamo approfondito anche altri temi relativi al diritto alla salute.
Quando si parla di salute delle donne, il discorso viene spesso ridotto alla salute sessuale e riproduttiva: un ambito certamente importante, ma non l’unico. Ogni volta che il Servizio sanitario nazionale viene definanziato — e negli ultimi anni i tagli sono stati consistenti, accompagnati da una crescita significativa del settore privato — a pagare il prezzo più alto sono le persone in condizioni economiche e sociali più fragili, tra le quali le donne sono spesso sovrarappresentate.
Un esempio evidente riguarda le assicurazioni sanitarie. Nel 2019 il 19% della popolazione disponeva di una polizza; oggi la quota si avvicina al 30%. Il ministro Valditara ha presentato come un grande successo l’estensione di un’assicurazione sanitaria a tutti i dipendenti della scuola: un beneficio che può apparire positivo sul piano individuale, ma che, sul piano collettivo, rischia di segnare l’inizio dell’indebolimento del Servizio sanitario nazionale, se non ne rappresenta già una fase avanzata. Inoltre, osservando chi è assicurato, emerge che si tratta prevalentemente di uomini del Nord Italia, con buone condizioni economiche e al di sotto dei 70 anni: una soglia oltre la quale il rischio di malattia aumenta e le assicurazioni tendono a escludere i potenziali clienti.
A questa fascia di popolazione vengono spesso proposti check-up non sempre appropriati rispetto all’età e ai fattori di rischio: si eseguono esami della prostata in modo estensivo e si prescrivono ecodoppler degli arti inferiori anche a molte donne giovani. Si tratta di accertamenti non realmente indicati che, proprio perché poco mirati, aumentano il rischio di falsi positivi: risultati che fanno sospettare patologie inesistenti e che richiedono ulteriori esami di secondo livello. Questi approfondimenti, spesso inutili, finiscono inoltre per gravare sul sistema pubblico, contribuendo ad allungare ulteriormente le liste d’attesa.
Il nodo principale resta però quello della disuguaglianza. Si crea un doppio canale: chi dispone di un’assicurazione aggira le liste d’attesa e accede più rapidamente alle cure; chi non ce l’ha resta intrappolato in un sistema lento e incerto. In questo “imbuto” rientrano anche coloro che rinunciano del tutto a curarsi. In Piemonte, ad esempio, il 9% della popolazione ha rinunciato alle cure per motivi economici; tra le donne la percentuale sale a circa l’11%, contro il 7% degli uomini. Ancora una volta emerge uno svantaggio che si riflette su molteplici aspetti della salute.
Questa dinamica è evidente anche tra le pazienti oncologiche con esenzione 048, che dovrebbe garantire la gratuità di visite, esami e farmaci legati alla patologia. Nonostante ciò, almeno la metà di loro ricorre a una visita privata per una seconda opinione, sostenendo una spesa media annua di circa 1.800 euro. Si tratta di una media: alcune persone arrivano a spendere anche 4.000 euro, cifre che incidono in modo particolarmente pesante su chi non ha un lavoro stabile, vive condizioni abitative difficili o è migrante, pur avendo formalmente accesso al sistema sanitario. A questo si aggiunge l’aumento significativo delle patologie oncologiche al seno, che contribuisce a penalizzare ulteriormente le donne.
I tagli alla sanità risultano evidenti attraverso due indicatori principali: da un lato, la crescita delle “strade alternative” per curarsi, rappresentate dal privato e dalle assicurazioni; dall’altro, l’aumento di chi resta nelle liste d’attesa o rinuncia alle cure. In questo quadro si inserisce il tema della prevenzione. Più il sistema si privatizza, meno la prevenzione diventa centrale, poiché il settore privato ha interesse a erogare prestazioni e vendere farmaci, più che a mantenere le persone in salute.
Anche in questo ambito, la responsabilità viene spesso scaricata sull’individuo. Nei piani socio-sanitari regionali, la prevenzione è frequentemente ridotta agli screening per la diagnosi precoce, trascurando invece le strategie per evitare l’insorgenza delle malattie. Individuare una patologia in fase iniziale non significa evitarla: significa comunque affrontare un percorso di cura complesso e gravoso. Sarebbe invece fondamentale ridurre il rischio di ammalarsi. Tuttavia, l’attenzione continua a concentrarsi sui comportamenti individuali — smettere di fumare, perdere peso, fare attività fisica — mentre resta marginale il tema delle esposizioni ambientali, sempre più riconosciute come fattori determinanti nell’aumento delle malattie, inclusi i tumori.
Anche su questo fronte emergono disuguaglianze: chi dispone di maggiori risorse economiche e culturali riesce almeno in parte a ridurre le proprie esposizioni; chi non le ha non beneficia di un sistema che dovrebbe garantire una protezione collettiva. Ancora una volta, le donne si trovano in una posizione di svantaggio.
La situazione è resa ancora più complessa nei casi di assoluta incuria da parte delle istituzioni rispetto a situazioni sociali alle quali si pensa di rispondere solo con rimedi repressivi. In città e in Regione sono tante le chiusure che abbiamo visto ultimamente ma in particolare, nonostante i fondi ricevuti dal PNRR, non si lavora nell’ottica di rafforzare servizi essenziali né si offrono servizi lì dove necessario. Nei primi giorni di marzo ad esempio c’è stato a Torino lo sgombero dell’ex Gondrand ma le persone che vivevano lì non hanno ricevuto un’alternativa reale né sono state prese in carico a livello sanitario e sono state quindi lasciate completamente sole e allo sbando.
Simile è la situazione legata al focolaio di tubercolosi allo Spazio Popolare Neruda. Solo l’autorganizzazione degli occupanti dello spazio ha permesso di contenere il focolaio visto che ,come denunciato dagli stessi attivisti, l’accesso alla salute per le persone migranti è sempre più difficile. In seguito, un caso di recidiva, è stato raccontato come “nuovo caso” per strumentalizzare la situazione e giustificare i tentativi di sgombero.
b) Casa
Sul diritto all’abitare in ottica di genere lo Sportello Casa della Casa del Popolo Estella ha messo in luce vari aspetti che rendono molto difficile, per tutti, ma in particolare per le donne l’accesso ad un diritto essenziale. Da questa esperienza emerge con chiarezza come la questione abitativa stia assumendo i contorni di una vera emergenza sociale. Come già accade in altri ambiti — sanità, lavoro, servizi educativi e istruzione degli adulti — sono ancora una volta le donne a pagare più frequentemente il prezzo più alto.
Il legame tra diritto all’abitare e diritto al lavoro appare particolarmente stretto. Le donne che si rivolgono allo sportello hanno spesso alle spalle, o vivono tuttora, situazioni di precarietà lavorativa, sfruttamento, contratti irregolari o lavoro nero. Questa condizione non rappresenta solo un problema in sé, ma genera un effetto a catena che incide su tutti gli altri aspetti della vita, a partire proprio dalla possibilità di accedere e mantenere un’abitazione.
Nelle grandi città italiane — Torino compresa — si registra un forte aumento degli affitti, non accompagnato da adeguate politiche salariali o occupazionali. In presenza di lavori precari, disoccupazione e bassi salari, diventa difficile sostenere un canone con continuità; per le donne, penalizzate dal divario retributivo di genere e da maggiori carichi di cura, la situazione è ancora più complessa. Le situazioni intercettate dallo sportello riguardano in larga parte sfratti per morosità incolpevole: non si tratta di negligenza, ma di una reale impossibilità economica di far fronte ai pagamenti.
I fondi destinati alla morosità incolpevole risultano insufficienti e l’accesso è ostacolato da procedure burocratiche lunghe e complesse, tali da scoraggiare molte persone. A ciò si aggiunge una penalizzazione ulteriore per le donne con background migratorio. Nella stipula di un contratto di affitto, oltre alle garanzie economiche, viene spesso richiesto un garante: mentre molte persone possono contare su una rete familiare o sociale locale, molte donne migranti non dispongono di tale supporto nel Paese in cui vivono, rendendo ancora più difficile l’accesso alla casa.
Particolarmente critica appare la situazione dell’edilizia popolare. I dati raccolti evidenziano un numero significativo di alloggi pubblici sfitti e in stato di abbandono. Anche nei casi in cui donne con figli piccoli presentano domanda — e dovrebbero teoricamente avere priorità — esse si trovano frequentemente relegate in fondo alle graduatorie, una condizione difficilmente accettabile.
Le conseguenze di questo sistema sono evidenti: chi incontra difficoltà lavorative e abitative è spesso costretto a spostarsi verso le periferie più estreme, dove i canoni sono più bassi. Questo comporta però un allontanamento dai servizi essenziali, come nidi e scuole dell’infanzia, generando nuove forme di marginalizzazione, soprattutto per le donne sole o con figli. Inoltre, le soluzioni abitative più economiche risultano spesso inadeguate sotto il profilo della qualità e della salubrità, con problemi diffusi di umidità, muffa e degrado. Nonostante ciò, molte persone non hanno alternative.
Un ulteriore elemento critico riguarda la difficoltà di trovare alloggi in affitto anche per chi dispone delle risorse economiche necessarie. Il mercato è sempre più orientato verso gli affitti brevi, sostenuti da piattaforme come Airbnb, mentre l’offerta di contratti stabili si riduce progressivamente. In questo contesto emergono anche forme esplicite di discriminazione: le donne sole con figli vengono spesso escluse a priori, sulla base del timore che eventuali difficoltà di pagamento rendano complicato lo sfratto. La presenza dei figli diventa così un criterio implicito di esclusione.
Si tratta di un meccanismo che richiama dinamiche già presenti nel mercato del lavoro, dove alle donne viene ancora chiesto se intendano avere figli. Analogamente, nell’accesso alla casa, la maternità può trasformarsi in un ostacolo, proprio nel momento in cui una donna — talvolta dopo aver subito violenza domestica — cerca di costruire un percorso di autonomia per sé e per i propri figli.
In questo quadro, le politiche istituzionali appaiono spesso limitate a un uso simbolico di ricorrenze come l’8 marzo o del tema della lotta alla violenza sulle donne. Tuttavia, il contrasto alla violenza richiede strumenti concreti di autonomia, tra cui l’accesso a un’abitazione. Le case rifugio rappresentano una risorsa fondamentale, ma non esauriscono il bisogno: molte donne avrebbero necessità di ricominciare in una casa propria, in un diverso quartiere o in un’altra città, possibilità che oggi risulta spesso irrealizzabile.
Infine, la difficoltà abitativa non riguarda esclusivamente le fasce più fragili, ma coinvolge anche persone con un’occupazione stabile e un reddito medio. L’elevato livello degli affitti, la diffusione degli affitti brevi, la scarsità di contratti di lunga durata e le discriminazioni nell’accesso rendono complesso trovare una soluzione abitativa anche per chi, almeno formalmente, dispone di una certa stabilità economica.
c) Accesso all’istruzione
A partire da un caso avvenuto nella città di Torino negli ultimi anni, La scuola delle mamme, e che riguarda il diritto all’istruzione per donne con figli non italofone, abbiamo deciso di invitare in assemblea la docente Giulia Pizzolato che ci ha raccontato come sia difficile per le donne con background migratorio, in particolare per donne madri, accedere al diritto allo studio.
Giulia è docente nell’ambito dell’istruzione per gli adulti, in particolare, lavora nei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (CPIA), istituiti nel 2012 come evoluzione delle “150 ore” degli anni ’70 e dei successivi Centri territoriali permanenti (CTP). Nonostante il nome, il riferimento alle province è venuto meno poco dopo la loro istituzione. Nel linguaggio comune, questi centri vengono spesso definiti “scuole di italiano per migranti”, poiché, soprattutto nei contesti urbani, la maggior parte degli iscritti è costituita da persone di origine straniera, appena arrivate o presenti da tempo ma prive di cittadinanza.
I CPIA rappresentano il primo livello dell’istruzione degli adulti, un sistema ampio che comprende anche scuole serali, università popolari e centri di formazione professionale. A questi centri lo Stato assegna un ruolo di regia e di “prima soglia”, ovvero il compito di orientare i percorsi formativi, culturali e professionali delle persone adulte.
Tuttavia, i CPIA presentano criticità rilevanti, in parte comuni all’intero sistema scolastico, ma amplificate dal fatto che si rivolgono a un’utenza adulta e non inserita in un percorso obbligatorio. Inoltre, la composizione dell’utenza — prevalentemente migrante — ha contribuito a trasformare profondamente questi istituti rispetto alla loro origine. Se negli anni ’60 e ’70 le “150 ore” rappresentavano un momento centrale della partecipazione politica e sociale, oggi i CPIA appaiono sempre più influenzati da politiche neoliberiste, dalle politiche migratorie e dalla funzione di formazione della forza lavoro.
Il ruolo dei CPIA nelle politiche migratorie è diventato centrale a partire dal 1997, quando la conoscenza della lingua italiana è stata introdotta come requisito per la permanenza nel Paese. Per ottenere la carta di soggiorno è necessario dimostrare un livello A2 del Quadro comune europeo di riferimento per le lingue (QCER), certificazione che i CPIA sono tra i pochi enti pubblici autorizzati a rilasciare. Successivamente, con il Patto per l’integrazione, è stato fissato un termine di due anni per raggiungere almeno questo livello linguistico. Più recentemente, il cosiddetto decreto Salvini ha innalzato i requisiti per la cittadinanza, richiedendo il conseguimento della licenza di scuola secondaria di primo grado o di un livello B1 di italiano. Anche in questo caso i CPIA svolgono un ruolo importante nei percorsi di preparazione e valutazione, pur non rilasciando direttamente tutte le certificazioni.
Nel tempo, i CPIA hanno finito per riflettere la composizione della popolazione migrante in Italia, ma portandosi dietro tutte le criticità del sistema scolastico. L’accesso è spesso complesso, soprattutto per le persone adulte in condizioni di fragilità sociale, relazionale o fisica. A differenza della scuola dell’obbligo, non esistono finestre di iscrizione rigidamente strutturate: ci si presenta, si verifica la disponibilità e, solo se ci sono posti, ci si iscrive. Tuttavia, la domanda supera di gran lunga l’offerta, con conseguenze concrete sulla vita delle persone, poiché il mancato accesso ai corsi può impedire l’ottenimento di documenti fondamentali come il permesso di soggiorno o la cittadinanza.
Un ulteriore problema riguarda il mancato riconoscimento di molti titoli di studio conseguiti all’estero. Persone con percorsi universitari o professionali qualificati si trovano costrette a ripartire da livelli molto bassi, fino a dover conseguire nuovamente la licenza media per non risultare prive di istruzione nel contesto italiano.
All’interno di questo quadro, emergono forti disuguaglianze di genere. Le donne risultano svantaggiate sin dall’accesso, spesso assorbite da lavori di cura — come assistenza familiare o lavoro domestico — o dalla gestione dei figli piccoli. Anche elementi apparentemente banali, come le tempistiche di iscrizione a inizio settembre, possono determinare esclusione: pochi giorni di ritardo possono significare la perdita del posto disponibile.
A ciò si aggiunge un problema strutturale mai realmente affrontato: l’assenza di servizi di supporto per la cura dei figli. I CPIA sono pensati per adulti e non prevedono spazi o soluzioni per i bambini. In risposta a questo vuoto, il privato sociale ha sviluppato iniziative parallele, come le cosiddette “scuole delle mamme”, che offrono percorsi di apprendimento accompagnati da servizi di custodia. Anche a Torino queste esperienze si sono diffuse, seppur con risorse limitate, spazi spesso inadeguati e una gestione affidata prevalentemente ad associazioni.
Questi percorsi si rivolgono alle donne migranti valorizzandole principalmente nel loro ruolo di cura, più che come soggetti portatori di diritti formativi completi. L’obiettivo diventa spesso l’acquisizione di competenze linguistiche di base funzionali alla gestione familiare — interagire con la scuola dei figli, accedere ai servizi sanitari — piuttosto che il conseguimento di titoli di studio. Si tratta di una forma di orientamento implicito che limita le aspettative educative, configurandosi come una forma di esclusione meno evidente ma significativa.
Le “scuole delle mamme” offrono generalmente insegnamenti informali, spesso affidati a volontarie non sempre qualificate, senza rilascio di certificazioni ufficiali. I percorsi non producono titoli riconosciuti e costringono spesso a ripartire da zero negli anni successivi. Negli ultimi anni sono nate alcune forme di collaborazione con il sistema pubblico, con contributi da parte del Comune e il coinvolgimento di tutor dei CPIA, che consentono a una parte delle partecipanti di accedere a certificazioni come il livello A2 o la licenza media. Tuttavia, i numeri restano molto limitati: a Torino, in un anno scolastico, solo poche decine di donne riescono a conseguire la licenza media nei CPIA, a fronte di una platea potenziale molto più ampia.
Infine, emerge un ulteriore elemento critico: una tendenza a costruire percorsi educativi che, più che emancipare, sembrano orientati a “adattare” le donne migranti a un modello specifico di maternità e gestione familiare. Anche nell’insegnamento linguistico si riscontra talvolta una semplificazione funzionale a questo ruolo, con contenuti calibrati su una figura di donna prevalentemente domestica.
Il risultato complessivo è una forma di segregazione educativa: molte donne non accedono ai CPIA, ma a circuiti paralleli gestiti dal terzo settore; non condividono spazi e percorsi con altri studenti adulti; ricevono una formazione diversa e meno riconosciuta. Questo contribuisce a rafforzare dinamiche di marginalizzazione, delineando un quadro complesso che richiede ulteriori riflessioni e interventi strutturali.
d) Lavoro
Il tema del rapporto tra donne e lavoro viene affrontato dall’avvocata Giulia Druetta a partire da casi concreti, che permettono di individuare un filo conduttore comune. Dall’esperienza professionale emerge come la deregolamentazione del mercato del lavoro e la crescente precarizzazione colpiscano in modo particolare le donne: da un lato attraverso l’esclusione, dall’altro attraverso la svalutazione e il lavoro sottopagato..
L’analisi si articola attorno a due grandi ambiti. Il primo riguarda il lavoro salariato tradizionale, regolato da contratti collettivi, in particolare nel settore sociale, che presenta caratteristiche specifiche rispetto alla condizione femminile. Il secondo riguarda forme di lavoro formalmente autonome ma sostanzialmente subordinate, come le finte partite IVA, dove il datore di lavoro utilizza inquadramenti impropri per eludere tutele e diritti. Si tratta di contesti diversi, ma accomunati da meccanismi simili di sfruttamento.
Nel lavoro salariato, un caso emblematico è quello di alcune lavoratrici impiegate in un’associazione del settore sociale, protagoniste di una lunga mobilitazione sindacale culminata nello sciopero e, successivamente, nel licenziamento. Durante lo sciopero è emerso con forza l’utilizzo di un ricatto emotivo legato alla cura: trattandosi di servizi rivolti a persone vulnerabili, alle lavoratrici veniva imputata una presunta responsabilità morale per l’interruzione dell’assistenza. Il lavoro di cura veniva così rappresentato come una dimensione “naturale” e quasi sacrale dell’identità femminile, rendendo lo sciopero una colpa anziché un diritto.
Questo stesso meccanismo aveva già contribuito a giustificare condizioni lavorative peggiorative: salari inferiori alle mansioni svolte, straordinari non riconosciuti, carichi di lavoro eccedenti. Il messaggio implicito era che lavorare nel sociale equivalga a “fare del bene”, e che quindi una parte del lavoro debba essere accettata come gratuita. In questo modo, esigenze economiche e organizzative dell’ente vengono trasferite sulle lavoratrici, mascherate da missione etica.
Si evidenzia così una tendenza più ampia: la progressiva trasformazione del settore sociale in un ambito sempre più simile all’impresa privata, con l’importazione delle pratiche più critiche — demansionamento, lavoro irregolare, straordinari non pagati — all’interno di cooperative, associazioni e realtà del terzo settore. Questo processo viene reso sostenibile anche attraverso l’uso sistematico di leve emotive, che ostacolano la consapevolezza dei diritti e la possibilità di conflitto.
Un ulteriore elemento riguarda la diffusione della figura del datore di lavoro “benefattore”, che si presenta come colui che concede flessibilità per la gestione della vita familiare. Permessi informali per accudire i figli o gestire imprevisti vengono percepiti come favori, anziché come diritti fondamentali legati alla riproduzione sociale. Questo meccanismo alimenta una cultura della gratitudine che indebolisce la capacità rivendicativa, anche in un settore che dovrebbe essere all’avanguardia nella tutela dei diritti.
Nel lavoro privato più tradizionale e nelle nuove forme di lavoro su piattaforma emergono dinamiche analoghe. Un esempio significativo è rappresentato dal lavoro nel recupero crediti da remoto, un ambito poco visibile e composto in larga parte da donne, spesso residenti nel Sud Italia. Si tratta di lavoratrici formalmente autonome, retribuite in base ai risultati (percentuali minime sulle somme recuperate), con guadagni estremamente bassi, spesso insufficienti alla sussistenza. L’organizzazione del lavoro, tuttavia, presenta caratteristiche tipiche della subordinazione: esistono direttive stringenti, tempi e modalità rigidamente stabiliti e un controllo costante delle prestazioni attraverso piattaforme digitali.
Nonostante ciò, il riconoscimento giuridico di questa subordinazione risulta complesso, anche a causa di specifici accordi contrattuali e della difficoltà di dimostrare in giudizio i meccanismi di controllo algoritmico. A questo si aggiunge un forte disincentivo individuale ad agire legalmente: la precarietà del rapporto consente al committente di interrompere facilmente la collaborazione, mentre le cause possono durare anni. Nel frattempo, il rischio d’impresa viene interamente scaricato sulle lavoratrici, che percepiscono un compenso solo in presenza di risultati.
Queste condizioni si intrecciano con la dimensione della vita privata: molte lavoratrici operano da casa, gestendo contemporaneamente lavoro e cura familiare, in una condizione di isolamento e invisibilità.
Il caso delle lavoratrici rider rappresenta un ulteriore esempio paradigmatico. In un contesto fortemente deregolamentato, sistemi algoritmici opachi determinano l’accesso al lavoro sulla base di punteggi legati alla disponibilità oraria e alla continuità delle prestazioni. Questo modello penalizza strutturalmente le donne, in particolare quelle con responsabilità di cura, che hanno minore possibilità di lavorare nelle fasce orarie più richieste (sera, weekend) e quindi di accumulare punteggio.
In alcuni casi, per anni sono esistiti meccanismi informali di assegnazione delle ore di lavoro, che hanno consentito a determinate lavoratrici di restare attive nonostante punteggi insufficienti. Quando questi meccanismi sono stati eliminati, molte di loro sono state rapidamente escluse. Le condizioni di lavoro descritte evidenziano una forte sovrapposizione tra lavoro retribuito e lavoro di cura, con effetti significativi sulla qualità della vita.
A queste criticità si aggiunge il rischio di molestie e abusi di potere, reso più probabile dalla mancanza di trasparenza e di controlli. In contesti in cui l’accesso al lavoro dipende da decisioni discrezionali o da sistemi poco chiari, il rapporto di subordinazione si accentua e rende più difficile reagire a comportamenti inappropriati. Le molestie possono essere minimizzate o giustificate, riflettendo una cultura ancora permeata da stereotipi di genere e da una scarsa responsabilizzazione dei datori di lavoro.
Nel complesso, emerge un quadro in cui la precarizzazione generalizzata del lavoro si intreccia con dinamiche patriarcali che colpiscono in modo specifico le donne. Da un lato, il neoliberismo produce insicurezza e frammentazione; dall’altro, all’interno di questo contesto, le donne si trovano a fronteggiare una “doppia penalizzazione”, legata sia alla loro posizione nel mercato del lavoro sia ai carichi di cura, alle discriminazioni e alle forme di violenza che continuano a caratterizzare molti ambienti lavorativi.
3) Altre facce della violenza sistemica: il sistema educativo 0-6 anni in Piemonte, il Ddl Bongiorno e la violenza in università
a) il sistema educativo 0-6 anni in Piemonte
Il sistema educativo 0–6 anni dovrebbe garantire pari opportunità ai bambini e permettere ai genitori, soprattutto alle madri, di lavorare. In Piemonte, però, la copertura dei servizi 0–2 anni è ancora limitata: nell’anno 2023/24 ci sono 27.095 posti, pari al 34,4% dei circa 78.800 bambini. Torino fa leggermente meglio, con una copertura del 38,1% e oltre 15.500 posti, ma la domanda supera comunque l’offerta, generando liste d’attesa. L’accesso ai nidi comunali avviene tramite graduatoria: hanno priorità i casi più fragili, mentre per gli altri contano condizioni lavorative e familiari; l’ISEE serve solo come criterio di spareggio. Questo significa che ottenere un posto non è garantito.
Dal punto di vista economico, una famiglia media piemontese (ISEE circa 20.500 euro) paga circa 450–500 euro al mese, cioè fino a 6.000 euro l’anno per un bambino. I costi possono essere parzialmente ridotti dal Bonus nido INPS (fino a 3.600 euro annui) e dal Buono Vesta regionale (fino a 1.200 euro), ma restano criticità: i rimborsi arrivano dopo il pagamento e i fondi regionali sono limitati e accessibili solo tramite procedure a tempo.
Nel complesso, tra carenza di posti, costi elevati e accesso selettivo, il peso ricade soprattutto sulle donne: oltre il 70% del lavoro di cura è a carico femminile e lavora solo il 55% delle madri con figli piccoli, contro oltre il 90% dei padri. La difficoltà di accesso ai nidi contribuisce quindi a rafforzare le disuguaglianze di genere, incidendo su lavoro, reddito e autonomia delle donne.
b) il Ddl Bongiorno
In Italia la normativa sui reati di genere si è evoluta lentamente: dal superamento del delitto d’onore nel 1981, alla legge del 1996 che ha riconosciuto la violenza sessuale come reato contro la persona, fino alla legge del 2001 contro la violenza domestica e al “Codice Rosso” del 2019, che ha introdotto nuovi reati. Più recentemente, nel dicembre 2025, è stato introdotto il reato di femminicidio, punito con l’ergastolo.
Nel 2025 è stato inoltre approvato alla Camera un provvedimento che definiva la violenza sessuale sulla base dell’assenza di “consenso libero e attuale”, in linea con le direttive internazionali. Tuttavia, a gennaio 2026, il testo è stato modificato in Senato: il riferimento al consenso è stato sostituito con quello di “dissenso”, introducendo maggiore ambiguità e il rischio di spostare sulla vittima l’onere di dimostrare di essersi opposta. Questa modifica ha suscitato forti critiche e mobilitazioni da parte di associazioni e realtà femministe, anche per la contraddizione tra questo approccio e le campagne pubbliche contro la violenza di genere promosse da esponenti istituzionali coinvolti nel provvedimento.
Più in generale, emerge una critica alle politiche degli ultimi anni, che si concentrano sull’inasprimento delle pene senza intervenire sulle cause strutturali della violenza. Mancano investimenti nella prevenzione, nell’educazione e nei servizi fondamentali come centri antiviolenza, consultori e case rifugio, spesso ridimensionati o insufficienti. I dati mostrano infatti che le violenze non diminuiscono, ma sono aumentate del 9% negli ultimi dieci anni, soprattutto tra i più giovani e nei contesti familiari e socialmente più fragili.
Il cosiddetto “ddl stupri” viene quindi letto come espressione di un modello politico più ampio, che riduce il tema della sicurezza a una questione repressiva: più pene, più controllo, più intervento penale. È la stessa logica che concepisce la sicurezza come qualcosa da imporre con la forza, dentro e fuori i confini, anche attraverso politiche militari e di riarmo. In questo quadro, la sicurezza sociale — fatta di servizi pubblici, welfare, scuola, sanità, casa e lavoro dignitoso — viene invece trascurata.
Si afferma così un’idea distorta di sicurezza, che non previene la violenza ma interviene solo dopo, senza mettere in discussione le condizioni materiali e culturali che la producono. Per questo, viene criticata la responsabilità trasversale delle forze politiche, accusate di affrontare il tema in modo strumentale e superficiale, senza costruire un reale cambiamento nelle condizioni di vita delle donne e delle soggettività più esposte alla violenza.
c) la violenza in università
Il patriarcato non è fatto di episodi isolati, ma è un sistema strutturale che attraversa tutta la società, riproducendo disuguaglianze e violenze anche nei luoghi della formazione. L’università non ne è immune.
A Torino, diversi casi lo dimostrano: docenti riconosciuti colpevoli o condannati per molestie e violenze hanno subito sanzioni minime o sono riusciti a proseguire la propria carriera. Questi episodi evidenziano una gestione istituzionale che tende a minimizzare gli abusi e a tutelare il sistema più che le vittime. Anche le politiche ufficiali degli atenei mostrano limiti evidenti. Nonostante strumenti come il Gender Equality Plan, i dati continuano a indicare forti disuguaglianze: le donne avanzano più lentamente nella carriera accademica e sono fortemente sottorappresentate nei ruoli apicali. Secondo i dati ISTAT, il 74% dei professori ordinari è uomo. A questo si aggiunge una crescente precarizzazione del lavoro universitario, che colpisce in modo particolare le donne.
Questa situazione è legata anche a un sottofinanziamento cronico: l’Italia resta tra gli ultimi paesi europei per investimenti in istruzione e ricerca. Parallelamente, le risorse pubbliche vengono sempre più indirizzate verso spese militari e progetti legati al riarmo, mentre l’università si inserisce in queste dinamiche invece di contrastarle.
In questo contesto, viene denunciata anche la contraddizione tra la retorica degli “spazi sicuri” e le pratiche reali, come il mantenimento di accordi accademici con università israeliane, mentre è in corso il genocidio della popolazione palestinese.
Per questo, studentesse e studenti chiedono misure concrete: educazione sessuo-affettiva obbligatoria, sanzioni efficaci contro i molestatori, formazione sulla parità di genere e l’interruzione degli accordi con le università israeliane. L’obiettivo è costruire un’università realmente sicura e capace di contrastare il patriarcato, senza subordinare la dignità e la sicurezza delle donne a interessi economici o bellici.
4) Una possibile prima risposta: Lo sportello per l’autonomia
In questa cornice nasce la proposta di uno Sportello per il sostegno e l’autonomia transfemminista: uno spazio che prende le mosse dalla violenza istituzionale vissuta quotidianamente, con l’obiettivo di offrire supporto pratico e materiale, ma anche di costruire autonomia individuale e forza collettiva.
Si tratta di uno strumento radicato nel territorio, capace di monitorare i servizi, intercettare bisogni reali, entrare in relazione con chi è sfruttato e sfruttata e organizzare risposte concrete. Collettivizzare la cura non è uno slogan, ma una necessità politica. Adottare uno sguardo di genere significa smascherare l’idea che la fatica, la vulnerabilità e il bisogno di sostegno siano colpe individuali. La cura, storicamente scaricata sulle donne e confinata nella sfera privata, deve invece diventare una responsabilità collettiva. Solo così è possibile rompere la rassegnazione, uscire dall’isolamento e riattivare le persone come soggetti politici. Allo stesso tempo, collettivizzare la cura non basta se non si interviene sulle condizioni materiali che producono violenza. La violenza nasce e si riproduce laddove manca autonomia, dove i bisogni fondamentali non sono garantiti e la dipendenza economica e sociale diventa terreno fertile per ricatto e abuso.
Per questo lo Sportello vuole essere uno spazio in cui provare a rispondere collettivamente a bisogni concreti, anche piccoli ma decisivi per costruire un’autonomia reale: dalla ricerca del lavoro alla conoscenza dei propri diritti e degli strumenti sindacali, dal diritto alla casa all’accesso alla salute, fino alla creazione di momenti di condivisione, confronto e organizzazione. L’obiettivo è mettere in comune saperi, risorse e pratiche, trasformando i bisogni individuali in forza collettiva.
La cura collettiva non è assistenzialismo: è conflitto, organizzazione e alleanza. È il terreno su cui costruire un femminismo non identitario, capace di riconoscere le differenze senza frammentarle e di valorizzare ciò che unisce: l’appartenenza a una stessa classe di sfruttate e sfruttati. In questo senso, il femminismo che pratichiamo non è un recinto, ma una pratica di lotta: porta la cura fuori dal privato, la intreccia alla costruzione di autonomia materiale e la trasforma in uno strumento di organizzazione contro un modello economico e sociale che produce diseguaglianze, devastazione e violenza.