Sta facendo il giro delle chat studentesche e insegnanti il questionario distribuito in diverse scuole italiane da Azione studentesca, organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, mirante a segnalare i professori accusati di “fare propaganda di sinistra”.
La tempistica della campagna è quantomeno sospetta: il tutto accade dopo che la scuola, nei mesi di settembre e ottobre, è stata scossa da un rifiuto etico e politico della complicità del Governo con il genocidio in Palestina, riempiendo, insieme ad altri gruppi di lavoratori, le piazze di tutto il paese.
I questionari di Azione studentesca infatti, lungi dall’essere scritti “dal basso”, sono in realtà in perfetta continuità con il tentativo da parte della maggioranza di Governo, ma anche dell’opposizione di centrosinistra, di ridurre la libertà di insegnamento e gli spazi di democrazia nelle scuole. Ci riferiamo alle intromissioni del Ministero e degli Uffici scolastici di alcune regioni nelle discussioni dei collegi docenti, ai tentativi di schedatura delle proteste e addirittura degli studenti palestinesi, ai DDL Gasparri, da un lato, e al DDL Delrio, dall’altro, che puntano a zittire professori e alunni che hanno studiato, discusso, approfondito, la questione palestinese. Qualsiasi critica al regime genocida di Israele, se passassero questi provvedimenti, sarebbe tacciabile di antisemitismo e perseguibile penalmente.
Noi ci chiediamo: è propaganda l’antifascismo? È propaganda rifiutare il genocidio del popolo palestinese?
Il falso vittimismo di Azione Studentesca che, in perfetto stile fascista, serve solo a legittimare un’azione repressiva nei confronti di studenti e professori, in una società fortemente spoliticizzata rischia però di trovare consensi in una frase quanto mai ambigua e reazionaria: l’idea, cioè, che a scuola “non si fa politica”.
Questo mantra del perbenismo borghese sopravvissuto al passaggio dal fascismo alla Repubblica, identifica la scuola come un corpo separato dalla società, un luogo asettico in cui insegnare un sapere sclerotizzato, sempre uguale a sé stesso nel tempo e nello spazio. Fosse per i nostalgici di Azione Studentesca, la scuola dovrebbe ancora insegnare “a leggere, scrivere, e far di conto”, o a zappare, com’era un tempo per i figli dei contadini, non a conoscere la natura e le società umane, a partecipare, a organizzare il futuro. Quello no, quello deve restare un privilegio per pochi.
Come la stessa storia della scuola italiana, fatta di grandi battaglie sociali e politiche, ci insegna, la scuola non cresce e non migliora se non si riempie costantemente di un dibattito sui contenuti dell’insegnamento, su ciò che avviene nel mondo, di partecipazione democratica.
La scuola di tutti e tutte è intrinsecamente politica.
E se oggi non sembra così, è perché Governi di destra e centrosinistra, a partire dalle riforme degli anni Novanta, passando per le leggi Moratti, Gelmini e Renzi, hanno sterilizzato il dibattito e la partecipazione nelle scuole. Mettendo le scuole in concorrenza le une con le altre mentre ne tagliano i fondi; scaricando sulla scuola il costo della disoccupazione di massa, fissando obiettivi irrealizzabili di “occupabilità” da ottenere con ore e ore di Pcto; trasformando gli organi collegiali nei passacarte dei Dirigenti scolastici, ridotti ormai a “manager” di azienda che devono far quadrare conti e indicatori fissati da una burocrazia asfissiante.
Si arriva così al 2026 in cui in una Quinta superiore si arriva a malapena a studiare la II Guerra Mondiale, in cui la fisica quantistica e la relatività sono accennate a malapena e in cui il dibattito tra educatori è ridotto all’osso….
Vogliamo dirlo chiaramente: c’è bisogno di più politica nelle scuole, nel senso più alto del termine. C’è bisogno di tornare a dibattere, a progettare la conoscenza del futuro, e questo si può fare solo se si ricostruisce un tessuto di partecipazione tra alunni e docenti.
Se pensano di tapparci la bocca con questi mezzucci, beh, si sbagliano di grosso.
W la scuola libera, laica e soprattutto antifascista.