Il programma politico di Potere al Popolo!
INTRODUZIONE
– Hai visto che sta succedendo? – Si dovrebbe fare qualcosa…
– Sì, ma cosa?
Quante volte abbiamo sentito queste parole, a scuola, sul posto di lavoro, al bar, nei trasporti pubblici? A volte vengono proferite sottovoce, quasi con ossequio, mentre gli schermi trasmettono le immagini della guerra in Ucraina, della distru- zione di Gaza; o con sbalordimento, di fronte ai propositi violenti di Trump e Musk. Altre volte il tono è più rabbioso: lo ripetono le persone strangolate dai processi di precarizzazione a cui non viene rinnovato il contratto, quelle che vedono delocalizzare la loro fabbrica, quelle che vivono in un quartiere in cui salgono gli affitti o in cui chiudono scuole e ospedali. Sono le stesse parole che pronunciamo di fronte all’ennesimo, inaccettabile femminicidio…
Le pensiamo, le diciamo. Sentiamo che si dovrebbe, anzi che si deve, che è sem- pre più necessario per la nostra vita: non riusciamo però a capire cosa fare. E come. Intuiamo che il mondo non deve andare per forza così, che ci sono tante cose che per fortuna vanno diversamente, che il futuro non è scritto. Ma a volte è difficile mettere in ordine i pensieri, fissare una visione complessiva, avanzare delle proposte articolate. Concentrati sulle miserie del presente non cogliamo la ricchezza del possibile. Così ci prende lo scoramento. E alla fine, non sapendo che fare, non facciamo niente. Che è proprio quello che vogliono quelli che, lassù in alto, stanno facendo.
In realtà si possono fare tante cose. E non dobbiamo per forza subire le decisioni di pochi.
Se ci pensiamo bene, l’umanità non ha mai avuto così tanti strumenti per risolvere i suoi problemi. Abbiamo davanti un mondo che potrebbe offrire
benessere e pace a tutti i suoi abitanti. Una natura ancora in grado di fiorire rigogliosa ed emozionarci, se solo decidessimo di difenderla, sottraendola alla speculazione e alla messa a profitto e costruendo finalmente un rapporto armo- nico tra società e ecosistemi. Una creatività umana che si manifesta nei modi più disparati, dalle bellezze dell’arte alla costituzione di un patrimonio culturale immenso e potenzialmente sempre più accessibile. La scienza ci permette di co- noscere meglio ciò che ci circonda, dall’infinitamente grande dello spazio all’in- finitamente piccolo dell’atomo; allo stesso modo, le innovazioni tecnologiche conferiscono all’umanità maggiori capacità di fronte alle sfide più ardue, come nel caso della cura delle malattie o del contrasto ai cambiamenti climatici. Siste- mi di intelligenza artificiale e forme di automazione già ora consentirebbero, se il carico sociale fosse redistribuito, di lavorare molto meno, invece di causare maggiore sfruttamento e disoccupazione…
E allora perché non possiamo beneficiare di questi giganteschi sviluppi e stare meglio? Perché quest’enorme crescita delle forze produttive a livello mon- diale, questa sempre maggiore socializzazione dei processi lavorativi e delle conoscenze, viene ovunque limitata da rapporti di produzione che impedisco- no a tutti di partecipare della ricchezza prodotta! Contratti, diritti di proprietà, posizioni di rendita, alleanze militari, agiscono per mantenere il predominio di una sola porzione di umanità. Tutto gira intorno al profitto privato. Così, paradossalmente, nel momento di maggiore ricchezza della storia dell’umanità, vediamo la fame dilagare in gran parte del mondo. Nell’era della maggiore co- municazione globale, crescono razzismi e conflitti. E praticamente ovunque i governi ostacolano i processi democratici che dal basso cercano di mettere in discussione questi rapporti, convincendo le persone che è più probabile che finisca il mondo ma non che finisca il capitalismo…
La crisi climatica e le catastrofi ecologiche che sono ormai sotto gli occhi di tutti, la pandemia che abbiamo visto solo cinque anni fa infestare tutto il pianeta, le guerre e in atto e quelle che si preparano, ci insegnano quanto sia- mo connessi, quanto respiriamo il respiro dell’altro, quanto non si possa essere indifferenti. Quanto in politica ne vada della vita, e quanto quindi ci sia bisogno ora più che mai di una politica seria, che metta al centro le nostre vite, il nostro essere sociale – di un nuovo socialismo, che non è una scelta ideologica, ma una necessità materiale, razionale, e persino morale.
Molte persone, in tutto il mondo, lo stanno scoprendo e si stanno mobili- tando. Spesso ottenendo dei risultati impensabili, cambiando le politiche di chi
governa o persino arrivando al governo, incidendo profondamente sulle loro società. Anche in Italia, nonostante la passività e il qualunquismo che sono state generate dalle nostre classi dominanti, ci sono migliaia di piccole resistenze, sperimentazioni, esempi di autorganizzazione popolare, di solidarietà. Certo, sono più piccole, frammentate, perché da decenni ormai il sistema politico e mediatico cerca di farle scomparire, di ostacolarle, a volte di reprimerle, perché nessuno osi pensare che si possa fare qualcosa di diverso… Eppure, nonostante tutto, queste realtà continuano ad aprire spazi di emancipazione.
Potere al Popolo! è parte di questo processo, è una comunità di persone che lavorano quotidianamente per rendere consapevole quel legame tra esseri umani che oggi è solo subìto, per rompere la passività, dare efficacia a pratiche e movimenti che già ci sono ma spesso sono separati, per consentire l’auto-rap- presentanza di persone e interessi che oggi non sono rappresentati. Siamo nati nel novembre del 2017 proprio mettendo insieme una galassia di comitati di cittadini, sindacalisti combattivi, collettivi studenteschi, centri sociali, attivisti e organizzazioni che non si riconoscevano nell’attuale politica e volevano unirsi per avere più forza. Volevamo uscire dal locale, dalla nostra singola questione, per arrivare a presentare al Paese un’alternativa di società. Perché non si può continuare da soli, perché ormai il livello del confronto – e lo vediamo chiara- mente con l’avanzare dell’estrema destra a livello mondiale, con la forza econo- mica, militare delle grandi potenze, con la pervasività di Big Tech – si è alzato così tanto che può essere retto solo se si è una forza politica organizzata, che sappia fare rete con altre forze.
Potere al Popolo! è un grido, un messaggio, per rimettere al centro della vita collettiva non le differenti élite o i differenti capitali ma una vera democrazia, che nella Grecia antica indicava proprio il potere del popolo. È un movimento che si basa sull’intuizione così semplice che “divisi siamo niente e uniti siamo tutto”, che la possibilità, la bellezza, la ricchezza sono già qui tra noi, ma non ci verran- no regalate da chi se le tiene strette: serve dunque uno strumento per rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di svilupparci appieno. Questo strumento non può che essere alternativo alla vecchia politica della destra e del centrosinistra, che in modi diversi ci hanno portato allo sfascio, deve fare tutto al contrario di quello che fanno i partiti al governo. Deve quindi essere innanzitutto al servizio delle classi lavoratrici che fanno andare avanti il Paese, deve ricostruire un po- polo che viene artificialmente separato al suo interno contrapponendo bianchi e neri, meridionali e settentrionali, uomini e donne, precari e tempi indeterminati. Deve avere il coraggio di sottrarsi alle pressioni che vengono dagli interessi eco-
nomici, speculativi, dalle piccole convenienze personali, e rimettere la politica sui territori, alimentando dibattiti, aiutando con il mutualismo la vita quotidiana delle persone, costruendo una nuova generazione che sappia cambiare in pro- fondità il nostro Paese.
Dal 2017 Potere al Popolo! ha aperto Case del Popolo da Nord a Sud, ha sostenuto tante lotte, ha eletto consiglieri combattivi, ha diffuso una cultura differente, che vuole spingere sempre di più le persone e le comunità verso la cooperazione e l’autonomia. A differenza degli altri partiti e organizzazioni, Potere al Popolo! ha cercato sempre di non porsi mai come fine in sé, ma come uno strumento per trasformare la realtà.
E questo è il senso del programma che avete tra le mani. Non è solo un elenco di misure che, se ci fosse un cambiamento radicale nel nostro Paese, si potrebbero immediatamente realizzare, migliorando la vita della stragrande maggioranza dei cittadini. Non è nemmeno la semplice raccolta di quello che da anni chiedono i movimenti sociali, i comitati ambientali, le lavoratrici e i la- voratori, che hanno accumulato un enorme sapere su come risolvere i problemi che vivono ogni giorno.
Questo programma è innanzitutto la dimostrazione che un’alternativa a que- sto sistema è possibile, senza guardare al passato: è l’immagine di un futuro migliore, che potremmo ottenere se ci organizzassimo e rimuovessimo punto per punto una serie di ostacoli che oggi vengono posti alle nostre potenzialità. È uno strumento per discutere, conoscere altri come noi, prendere consapevo- lezza, mobilitarci.
– Si dovrebbe fare qualcosa… – Sì, ma cosa?
Qui abbiamo provato a dare qualche risposta.
NOTA AL TESTO
Anche nello scrivere questo programma, abbiamo provato a fare tutto al contrario. Non siamo partiti dall’idea di una singola persona o di un ristretto gruppo di persone, da un’ideologia che si dovesse imporre alla realtà. Siamo partiti dall’a- scolto, dall’inchiesta. Sia dei soggetti reali che intendiamo coinvolgere, sia dei movimenti sociali e dei gruppi di cittadini che si sono attivati in questi anni, degli esperti che da tempo lottano per migliorare un settore o un aspetto della nostra vita sociale.
È stato a fine agosto del 2024, durante il Pap Camp tenuto a Paestum, che abbiamo pensato che era venuto il momento di fare un passo in avanti e mettere finalmente per iscritto un programma completo, che non fosse solo una lista di punti, ma una visione politica complessiva. Ci siamo dunque posti diverse do- mande, sulle priorità del Paese, su quali potenzialità abbia l’Italia, su che futuro immaginiamo, su quale profilo debba avere e cosa debba dire una forza che oggi voglia rompere con la miseria dell’esistente. Il gruppo incaricato di redigere materialmente il programma ha raccolto le suggestioni provenienti da tante as- semblee territoriali e questo primo giro di consultazioni è diventato, nell’ottobre 2024, una bozza di sole dieci pagine, per dare modo alla discussione di aprirsi.
Questo primo documento, licenziato dopo controlli e integrazioni del Co- ordinamento Nazionale, è stato inoltrato alle assemblee territoriali, che hanno avuto più di un mese per discuterne. La risposta è stata incredibile: sono arrivati oltre 50 corposi testi, con integrazioni, dubbi, elementi di visione, ragionamenti ampi e proposte concrete. Alcune assemblee avevano una competenza estrema in un settore, maturata in una lotta o una vertenza, ed erano in grado di suggeri- re precisamente come articolare un punto. Altre avevano al loro interno esperti di livello nazionale, riconosciuti da università e centri di ricerca. Altre ancora erano formate da giovani, da persone precarie o in vario modo oppresse, ed erano in grado di formulare con precisione delle richieste o di farci vedere qual
è l’effetto di parole che apparentemente sembrano pacifiche.
Il gruppo estensore del programma ha organizzato e dato forma a tutti que- sti suggerimenti ed è tornato sulla prima bozza, inserendo quello che era un oggettivo arricchimento, bilanciando tra le differenti esigenze che rispecchia- no a volte differenti esperienze o appartenenze territoriali, tipiche di un Paese frammentato come quello italiano. Il 7-8 dicembre 2024 ci siamo incontrati di nuovo, a Roma, in una grande assemblea nazionale con delegate e delegati per ognuna delle nostre oltre 50 assemblee territoriali. Divisi su tavoli di lavoro, abbiamo discusso i documenti e i suggerimenti, e da tutto questo lavoro è stata tratta una seconda bozza, stavolta più corposa, di 30 pagine, molto più ricca in
termini di sezione e di proposte e che integrava le discussioni in presenza. Questa seconda bozza, elaborata a gennaio, è stata di nuovo verificata dal Coordinamento Nazionale e inviata ai territori. Ai quali stavolta è stato chiesto di esprimersi con un questionario che indicasse in maniera puntuale cosa fun- zionava e cosa no, quali punti andare a rafforzare e soprattutto quali proposte articolare in maniera prioritaria tra i lunghi elenchi suggeriti. Da questo ultimo giro di consultazione è nata questa terza stesura, sottoposta per un ultimo con-
trollo ai nostri organi nazionali.
È dunque questa la versione finale del nostro programma? No! Come vedrete,
sin dalla copertina, abbiamo voluto precisare che si tratta di un’“edizione pilota”. Il testo che avete tra le mani è infatti una sorta di bozza pubblica il cui primo scopo è guidarci nel dibattito, portarci ad esplorare nuove risposte, soprattutto esserci utile al confronto con un mondo esterno al nostro. Tutto il lavoro è stato infatti condotto per il momento in maniera sì collettiva – e già questo è un miracolo rispetto a come ci abituano a lavorare con i prodotti intellettuali –, ma questa collettività è ancora quella di Potere al Popolo!. Invece noi non intendiamo la nostra comunità come qualcosa di chiuso, ci sentiamo parte del “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Per questo motivo vogliamo ora sottoporre questo testo a comitati, associazioni, gruppi, collettivi, movimenti sociali, sindacati, esperti esterni e anche organizzazioni politiche al- leate, in Italia e in Europa, insomma a tutte e tutti quelli che lottando e vivendo in prima persona le contraddizioni, ma anche avendo uno sguardo più ampio perché osservano i fenomeni nella loro totalità, possano aiutarci a ricostruire dai nostri frammenti di esperienza e di percezione, un quadro completo.
Non sempre in queste pagine avremo trovato la quadra migliore, né siamo riusciti a “risolvere” tutto. C’è ancora bisogno di riflettere – perché bisogna essere umili e non si può pensare che in un programma si risolvano proble-
mi accumulati per decenni o questioni che sono appena emerse e che bisogna studiare. Soprattutto, c’è da farlo collettivamente, perché un programma è l’e- spressione della maturazione di un movimento reale e di una formazione dei militanti, e possiamo scrivere le cose più intelligenti del mondo ma restano solo sulla carta se non sono capite, sentite, se non diventano la carne del nostro agire quotidiano.
Per questo chiediamo a tutte e tutti, dentro e fuori Potere al Popolo!, di partecipare con noi a una quarta, grande scrittura, che diventerà un vero e pro- prio libro nel corso dei prossimi mesi. Portate queste pagine dai soggetti che vorremmo mobilitare, che vorremmo fossero rappresentati in politica, sottopo- nete queste pagine senza paura alla discussione, meditiamole noi stessi a fondo, facciamole diventare la base di una nuova identità politica, che sappia lottare implacabilmente contro le ingiustizie, senza cedere a opportunismi, ma che sap- pia anche essere gentile, parlare a tutte le persone come noi, trovare il piacere nella lotta, conquistare l’armonia ovunque, tra gli umani, tra gli umani e le loro macchine, tra gli umani e il pianeta e l’universo che li sovrasta.
PER UNA VITA LIBERA E BELLA
PARTE I
La nostra convinzione è che la politica deve servire a costruire una vita migliore per tutte e tutti. A partire innanzitutto da chi nella nostra società sta peggio. Qualsiasi politica che non metta le persone in grado di essere libere, autonome, che vuol dire non solo non soffrire la fame o il freddo, o non essere ricattate o oppresse, ma anche potersi dedicare a sviluppare le proprie passioni, i propri piaceri, decidendo insieme agli altri cosa è meglio per tutti – qualsiasi politica che non lavori per questo, va rifiutata con forza.
I liberisti che sono stati al governo praticamente ovunque in questi decen- ni si sono riempiti la bocca della parola libertà. L’hanno usata per ingannarci. L’hanno insozzata. La libertà che intendono è quella di avere proprietà enormi prodotte con lo sfruttamento degli altri, è di muoversi in jet privato mentre noi respiriamo i loro gas, di spostare fabbriche e capitali dove vogliono facendo fra- nare economie e territori. La loro libertà è l’arbitrio del più forte, l’indifferenza ai destini degli altri. E non c’è bellezza nel loro mondo. C’è miseria, c’è dolore, ci sono le immense discariche dei rifiuti occidentali nei paesi africani, ci sono i volti di plastica, i sorrisi finti, l’arte prodotta in serie.
Noi rivendichiamo una vera libertà, quella che non vede l’altro essere umano come un limite alla propria azione, come un concorrente o una minaccia, ma come una possibilità. La nostra realizzazione passa attraverso gli altri, non solo per l’amore o il riconoscimento che ci possono dare, ma perché persino il no- stro pensiero, strutturandosi attraverso un linguaggio intersoggettivo, dimostra la presenza degli altri in noi. Siamo individui sociali, come ricorda Marx. Ed è sbagliato contrapporre, come strumentalmente fanno i liberisti, la libertà all’u- guaglianza. L’una non esiste senza l’altra. Se non si è uguali, uno sarà padrone e l’altro servo; se non si è liberi, l’uguaglianza non avrà alcun valore perché ci sarà sempre qualcuno che sarà più uguale di altri. La vita libera e bella che noi vogliamo qui e ora, perché abbiamo una sola chance su questa terra, sta esatta-
mente nell’autonomia, nel non avere padroni che ci ricattino per farci fare quello che dicono loro, nel non subire leggi o discorsi imposti senza poterli discutere o assumerli insieme, nel non avere paura, né della fame né dell’autorità, nel poter avere non solo il pane, ma anche le rose.
Se guardiamo da questo punto di vista la situazione italiana, cosa vediamo? Innanzitutto che la povertà è in crescita per larghe fette della popolazione. E questo a causa del fatto che – anche nel nostro Paese come nel resto del mon- do “occidentale” – i ricchi diventano sempre più ricchi. Ma non è solo questo. Anche chi riesce ad avere un lavoro sta sempre peggio: siamo l’unico Paese con i salari bloccati da 30 anni e con gli orari di lavoro tra i più alti in Europa. Braccianti, operai, lavoratori dei trasporti e dei servizi ma ormai anche impiega- ti, medici e infermieri, insegnanti e ricercatori, lavorano con pressione sempre maggiore, logorando il loro fisico e la loro mente, togliendo tempo alle relazioni personali, alla cultura, al piacere. Lo stesso accade a un esercito di finte partite IVA, tenuta ognuna in condizione di sottomissione da un solo committente, senza poter accedere a ferie o maternità… O a tanti piccoli lavoratori autonomi, costretti a tenere aperta un’attività che non regge la competizione con le mul- tinazionali, solo perché non trovano un’alternativa valida, dignitosa e che non li condanni alla miseria. La situazione dei giovani è particolarmente aberrante in Italia, Paese da cui negli ultimi quindici anni molti di loro sono fuggiti, per la mancanza di lavoro, per i bassi salari, per lo scarso riconoscimento sul posto di lavoro, per il rifiuto di gerarchie prive di senso, per un percorso infinito di formazione (scuola, chi può università, master, stage, tirocini) che li rende di- pendenti per anni dalle famiglie e – se tutto va bene – li porterà a guadagnare meno dei loro genitori e a non vedere mai la pensione.
Ma tutto questo pesa – non dovremmo mai dimenticarlo – in una maniera spaventosa sulle donne. Innanzitutto perché sono messe in una condizione di maggiore dipendenza, perché non lavorano, perché se lo fanno devono accet- tare contratti part time oppure full time che hanno complessivamente salari e qualifiche minori. Anche ora che hanno superato gli uomini dal punto di vista del titolo di studio. Il mondo del lavoro è strutturato sulle modalità e i ritmi ma- schili, ai quali le donne hanno dovuto adattarsi forzatamente. Gravate principal- mente dal lavoro di cura, costrette spesso a scegliere tra lavoro e famiglia, sono obbligate a lavorare con rapporti di dipendenza inaccettabili, che si trasformano spesso in violenza.
Come violenta è la vita che fanno ogni giorno le persone migranti e i loro figli in Italia. Sopravvissuti a un viaggio terribile, finisco a riempire i nostri campi, i
nostri cantieri, le fabbriche dove caporali, padroncini e imprese italiane usano i loro corpi per estrarre la ricchezza. Vessate sul posto di lavoro, ingannate per la loro poca conoscenza della lingua e dei loro diritti da gente senza scrupoli, le persone migranti in Italia vengono ricattate dal sistema istituzionale che, la- vorando di concerto con gli imprenditori, esige il permesso di soggiorno. E, se qualcosa va storto, incarcera e deporta. E quando pure la trafila è stata fortuna- ta, c’è il permesso, c’è il lavoro, queste persone vengono sempre tenute ai mar- gini della vita sociale, razzializzate, caricate di pregiudizi. Punite per non avere sangue italiano, ai loro figli viene negata per anni e anni la cittadinanza, anche se parlano italiano, studiano in Italia, aiutano questo Paese ad avanzare. Vengono ricordati solo quando compiono imprese sportive, e anche lì devono sentire la morale e qualcuno che ricorda che “non esistono neri italiani”.
Che vita libera è mai questa? Dov’è il merito di cui parlano i liberisti? Dove sarebbe l’ordine e la legge di cui una volta parlavano i fascisti? Questo disordine, questo odio, questa bruttezza è esattamente il mondo che produce il capitalismo, e le sue belle parole non sono altro che dei fiori finti messi ad addobbare la catena.
E infatti, nonostante tutti questi sacrifici, spesso non si riesce ad arrivare alla fine del mese. Si è obbligati a vivere in case malsane, a indebitarsi fino all’osso per pagarle. Si è spesso obbligati a dover lasciare la propria comunità, a cambia- re quartiere e addirittura città, perché i prezzi sono troppo alti, l’edilizia popo- lare assente, i nostri centri storici confiscati da speculatori e palazzinari. Si deve scegliere tra fare un esame medico, curarsi, o dover pagare l’istruzione ai figli.
Tutto questo è ormai risaputo e comprovato da mille analisi. Quello che però nessuno dice – perché lamentarsi non costa molto, provare a cambiare le cose sì – è che questa situazione non è ineluttabile! Quello che ci presentano come un destino, per cui molti pensano di scappare da questo Paese o di fare figli all’estero, è frutto di una scelta delle classi dominanti italiane e della destra e del centrosinistra che ne hanno rappresentato le istanze. Per questo non possiamo accontentarci del “meno peggio” che poi è sempre il peggio. Ma dobbiamo aprire una strada nuova.
Per tantissimi di noi che soffrono di fatica e di ansia, c’è un pugno di pro- prietari di rendite e capitali, di evasori, di padroni e padroncini, che accumulano denaro, che lo spendono in lussi sfrenati, che trovano il tempo anche per farci la morale. Ecco, le proposte di Potere al Popolo! mirano a togliere a questo pugno di persone i loro privilegi, a mettere i nostri diritti prima dei loro profitti. Ad aprire spazi di libertà e a rendere più belle le nostre vite, che vanno emancipate dalla paura e messe in condizione di godere, di creare, di gioire della bellezza.
Lavoro
Quante volte abbiamo sentito che “gli italiani non hanno voglia di lavorare”? Quest’accusa è stata usata negli anni per nascondere quello che è un mondo del lavoro in rovina, senza diritti né garanzie per il futuro, e per giustificare politiche del lavoro criminali, volte a eliminare sempre di più le garanzie e tutele della classe lavoratrice a favore dei privati e dei loro profitti.
E infatti, se analizziamo bene gli ultimi dati disponibili (novembre 2024), che certificano una bassa percentuale di disoccupati nell’area OCSE e in Italia (5,9%, 5,7%), vediamo che si nasconde il generale allungamento dell’età pen- sionabile, l’alto livello di disoccupazione giovanile (intorno al 20%, 19,2% in Italia), l’aumento della quota degli inattivi (oltre un terzo della popolazione in età da lavoro non lavora e non lo cerca), la stagnazione del numero di occupati (intorno al 62%). Chi lavora lo fa per tante ore all’anno: in Italia nel 2022 erano 1726, quasi 200 ore sopra la media UE, quasi 400 in più della Germania (1347). I settori in cui si lavora sono sempre più a basso valore aggiunto, con un alto livello di precarietà, senza contare una diffusione del lavoro nero o grigio che non ha pari in Europa e che in alcune aree del Paese è la forma normale del rap- porto di lavoro…
In un mercato del lavoro del genere, l’ovvia, tragica conseguenza è la morte: mille persone non sono tornate a casa dal loro luogo di lavoro nei primi undici mesi del 2024, in crescita del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2023, anche grazie al depotenziamento degli ispettorati, al mancato sanzionamento degli ille- citi e ad altri piccoli regali che il Governo Meloni ha fatto alle imprese.
Eppure non deve andare per forza così. Già ora ci sono le risorse, le profes- sionalità e le capacità per lavorare in condizioni degne e in sicurezza. Le inno- vazioni tecnologiche e la scienza ci hanno fornito strumenti che ci potrebbero permettere di attuare processi lavorativi meno inquinanti verso la natura e meno pesanti per noi, il punto sta nell’utilizzarli per il benessere di tutte e tutti e non per il profitto di pochi.
Vogliamo un lavoro che ci faccia sentire parte della comunità in cui viviamo, mettendo a servizio le nostre competenze per un miglioramento della qualità della vita di tutte e tutti.
Vogliamo una paga dignitosa. Un’ora del nostro lavoro produceva, nel 2023, in media 43€ di ricchezza netta (ns. elaborazione su dati AMECO): teniamo ben impressa in mente questa cifra quando ci dicono che è impensabile un salario minimo di 10€ l’ora!
Vogliamo dedicare un tempo ragionevole all’attività lavorativa, che ci per- metta di avere del tempo libero per dedicarci ad altre nostre passioni, alle rela- zioni interpersonali, allo sport, alla famiglia. Ci sono già vari esempi in Europa, come ad esempio la Spagna, l’Islanda o la Gran Bretagna, che hanno speri- mentato la settimana di 4 giorni lavorativi, riscontrando risultati positivi sia dal punto di vista del benessere dei lavoratori che della produzione: si può fare e lo vogliamo fare anche noi!
Quello che vogliamo è un lavoro che metta al centro le lavoratrici e i lavora- tori e soprattutto i bisogni della maggioranza delle persone, perché siamo noi, con la nostra fatica, a portare avanti questo Paese.
Che cosa proponiamo
Combattere la disoccupazione:
- Garantire lavoro pubblico contro la disoccupazione: lo Stato e gli enti locali impieghino gli occupabili, sulla base delle competenze e inclinazioni, diventando un datore di lavoro di ultima istanza;
- Obbligo di rimpiazzo del personale in servizio da più di 3 anni eventualmente dimissionario, obbligo di turnover per i pensionamenti;
- Rafforzare i Centri per l’Impiego, rendendoli di competenza e gestione statale e stabilendo che l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro è una funzione pubblica e non può essere affidata alle agenzie private;
- Aumentare le assunzioni nella Pubblica Amministrazione: ultima in Europa, l’Italia ha solo 5,7 dipendenti pubblici per 100 abitanti contro gli 8,3 della Francia (fonte Sole24Ore). Con questi numeri il Paese non sta in piedi, mentre servirebbero molti nuovi assunti non solo per l’ordinaria amministrazione, ma per rilanciare il ruolo dello Stato come motore dell’innovazione, guida della rivoluzione ecologica, garante del benessere sociale.
Combattere il precariato:
- Stabilizzare tutti i precari e le precarie impedendo nuove assunzioni a tempo determinato, o prevedendo comunque l’obbligo della stabilizzazione dopo 3 anni di lavoro presso la PA;
- Reintrodurre le causali tassativamente determinate dall’art. 1 della legge n. 230 del 1962 per l’utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato (per lavoro stagionale, sostitutivo o a carattere straordinario o occasionale);
- Limitare l’utilizzo dei contratti a termine e del part-time non volontario al 10% sul totale dei rapporti di lavoro dell’impresa e vietare il lavoro in somministrazione, gli stage e i tirocini, ricomprendendo le esigenze formative nel periodo di prova;
Migliori condizioni di lavoro:
- Avviare un piano per l’introduzione di una settimana lavorativa di 32 ore su 4 giorni senza diminuzione della retribuzione;
- Ripristinare la centralità normativa dello Statuto dei Lavoratori, a partire dalla versione originaria dell’articolo 18 contro il licenziamento, estendendone le tutele anche a chi lavora nelle piccole imprese e agli autonomi e cancellando integralmente il Job’s Act;
- Cancellare l’articolo 8 della legge 148 del 2011 che dà alle aziende la possibilità di peggiorare la contrattazione nazionale e il cosiddetto Collegato Lavoro;
- Stabilire che l’inquadramento deve fare obbligatoriamente riferimento ai livelli previsti dai CCNL, senza possibilità di modifica, se non in melius in contrattazione privata;
- Ripristinare le chiusure domenicali, festive e notturne della grande distribuzione organizzata;
- Imporre il pagamento del 100% di ferie, festività e permessi retribuiti a dipendente in caso di violazione dell’obbligo di godimento;
- Introdurre la causale giustificativa dei ritardi in caso di problemi ai mezzi di trasporto;
- Introdurre l’assenza giustificata per allerta meteo (arancione e rossa nei casi di pioggia e per ondate di calore e caldo estremo);
- Estendere le ferie minime obbligatorie a 6 settimane annue, con possibilità di frazionamento o continuità su richiesta delle lavoratrici e dei lavoratori;
- Istituire l’8 marzo come giornata di festività nazionale, con chiusura delle attività lavorative e retribuzione ordinaria, per celebrare la Giornata Internazionale contro le discriminazioni di genere e promuovere l’uguaglianza di genere;
- Introdurre almeno un giorno settimanale di lavoro da remoto, per tutte le professioni che lo consentono, riducendo l’impatto ambientale del pendolarismo;
- Introdurre permessi retribuiti per il benessere psicofisico del lavoratore, con possibilità di richiederli senza giustificazioni specifiche fino a un massimo di 12 giorni annui;
- Introdurre congedi parentali estesi a 16 mesi complessivi, come previsti dal modello svedese, fruibili in modo paritario tra i genitori, retribuiti al 100% per il primo anno e al 75% per il secondo, con la possibilità di estensione in caso di necessità specifiche, come minori con disabilità, flessibile fino ai 12 anni di vita del minore;
- Aumentare il novero dei lavori usuranti;
Controlli e sicurezza:
- Eliminare il rapporto di lavoro para-subordinato e contrastare il fenomeno delle finte partite IVA e delle cripto-subordinazioni, prevedendo l’immediata trasformazione in contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato in caso di violazione;
- Prevedere l’assunzione a tempo pieno e indeterminato in caso di violazione dei limiti di percentuale imposti per l’assunzione a tempo determinato e del part-time non volontario o di falsificazione del carattere volontario del part-time;
- Generalizzare l’utilizzo dei marcatempo e istituire la possibilità per il personale ispettivo pubblico di accedere al database delle marcature;
- Prevedere la possibilità di esproprio e nazionalizzazione dell’attività per gravi contravvenzioni (traffico illecito rifiuti, gravi evasioni fiscali, mafia, gravi inadempienze di sicurezza sul lavoro);
- Potenziare l’Ispettorato del Lavoro e l’Inail, attraverso almeno 10.000 nuove assunzioni, con maggiori controlli a sorpresa anche tramite l’utilizzo dei diversi corpi delle forze dell’ordine e maggiori strumenti per la raccolta e l’analisi delle segnalazioni anonime;
- Rendere intercomunicanti e interoperabili le varie banche dati INPS, INAIL, INL, ASL, per consentire a operatrici e operatori di effettuare in qualunque momento controlli incrociati;
- Cancellare le recenti riforme (ad esempio il cosiddetto Decreto Lavoro) che attenuano o eliminano le sanzioni alle imprese;
- Istituire il reato di omicidio sul lavoro;
- Rafforzare le pene per l’imposizione di straordinari non pagati e lavoro grigio e nero e prevedere la responsabilità in solido della stazione appaltante;
- Definire il lavoro irregolare come condotta anti-sindacale, per dare modo alle OO.SS. di presentare denuncia e favorire l’emersione;
- Introdurre un sistema sanzionatorio sui rischi per la salute, che consenta ai lavoratori di esercitare vigilanza (includendo le violenze di carattere psicologico, riconoscendo le malattie professionali legate a rischi psicosociali);
- Aumentare i poteri dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS);
- Garantire l’effettiva autonomia del medico competente, che dev’essere dell’ASL o dell’INPS. La sorveglianza periodica sanitaria va effettuata in struttura pubblica con costi a carico delle aziende;
- Contrastare il ddl 1532 bis (equiparazione tra assenza ingiustificata per cinque giorni e dimissioni volontarie);
- Abolire le norme repressive contenute nel Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici a partire dagli artt. 11-bis e 11-ter.
Internalizzazione e appalti:
- Reinternalizzare i servizi pubblici, limitando il ricorso agli appalti, vietando i subappalti, favorendo le imprese che garantiscono le migliori condizioni lavorative e salariali e prevedendo percorsi per l’assunzione in pianta stabile di tutti i lavoratori occupati;Diritti sindacali:
- Superare l’attuale accordo sulla rappresentanza sindacale in quanto antidemocratico e prevedere una legge di attuazione dell’art. 39 comma 4 della Costituzione italiana che stabilisca criteri realmente democratici per il calcolo della rappresentatività senza subordinare ad esso, come avviene oggi, il libero e pieno esercizio di tutti i diritti sindacali (assemblee in orario di lavoro, permessi, etc.);
- Cancellare la legge 146/1990 e tutte le limitazioni successive al diritto di sciopero.
Salario
appena sufficienti a coprire l’inflazione prevista (2%). Una previsione in realtà già superata se si tiene conto, ad esempio, della recente impennata dei prezzi del gas dovuta allo stop al transito del gas russo attraverso l’Ucraina, nonché alle solite speculazioni finanziarie. Del resto l’Italia è l’unico Paese dell’area OCSE
dove i salari reali, dal 1990, sono diminuiti di circa 3 punti. Il prezzo che i lavoratori e le lavoratrici italiane hanno pagato per mantenere a galla imprese decotte e speculatori è altissimo: secondo Istat nel 2023 il 14,6% degli operai vive al di sotto della soglia di povertà assoluta.
Quella dei salari è dunque la prima emergenza italiana! Il Governo Meloni risponde impedendo la discussione parlamentare di proposte di legge di iniziativa popolare in materia, e fa propaganda con ridicole briciole per il pubblico
impiego che non coprono nemmeno la perdita di potere d’acquisto. D’altronde il riferimento sociale del Governo è quella borghesia che si lamenta costantemente perché non trova lavoratori, salvo poi trattarli come schiavi.
La “buona notizia” è che i soldi per alzare i salari ci sono! Solo che sono nelle tasche sbagliate. La quota parte dei salari rispetto al PIL è infatti scesa al 51%, quando nel 2020 era ancora il 53,4% (dati AMECO), il che implica che la maggiore inflazione è stata in parte assorbita dai profitti. L’Italia resta infatti un Paese ricchissimo, in cui però la ricchezza è detenuta in maniera diseguale.
Facendo un ragionamento per assurdo, ma che fa ben capire come stanno le cose, se prendessimo tutta la ricchezza posseduta dagli italiani e soprattutto dai più ricchi, pari a oltre 10mila miliardi, e la dividessimo per il numero degli abitanti, minori compresi, ogni persona avrebbe circa 177mila euro a testa! Se guardi le tue tasche e non ti trovi 177mila euro, be’ vuol dire che qualcuno li ha al posto tuo!
Questa immensa ricchezza è stata prodotta dal nostro sudore e dalle nostre mani, ma è bloccata nei conti in banca, nelle ville, nelle macchine di lusso e nelle piscine di una minoranza che ha speculato per decenni sulla compressione
salariale. È tempo di iniziare a pretendere che questa ricchezza prodotta socialmente,
torni a essere goduta socialmente, cioè da tutte e tutti noi.
Che cosa proponiamo
- Introdurre un salario minimo legale indicizzato all’inflazione, pari almeno
a 10€ lordi orari, pagato dalle aziende senza gravare sulla fiscalità generale.
Per avere un’idea del livello drammatico dei salari in Italia, questa cifra,
bassa se rapportata al costo della vita, è più alta della retribuzione mediana
in alcuni settori, ad esempio quello dei servizi;
• Introdurre un Reddito di Autonomia parametrato sui valori ISTAT. In Italia
nel 2023 c’erano 5.752.000 di residenti poveri, vale a dire un italiano su
dieci. Lavoro o non lavoro, nessuno deve vivere al di sotto della soglia di
povertà;
• Reintrodurre la cosiddetta “scala mobile”, cioè l’adeguamento automatico
dei salari all’inflazione;
• Fissare un tetto ai salari dei top manager e introdurre un limite massimo al
gap salariale di 10 volte tra il salario minimo e quello massimo presenti in
un’azienda.
Pensioni
Il sistema pensionistico pubblico negli ultimi decenni è sempre stato il bancomat di tutti i governi. Dalla Legge Dini del 1995, frutto di un accordo tra governi imprese e CGIL CISL UIL peraltro a suo tempo respinto dalla maggioranza
dei lavoratori, il sistema pensionistico pubblico è stato progressivamente peggiorato, innalzando l’età della pensione e rendendo sempre più aleatoria una pensione dignitosa per le nuove generazioni. Nello stesso tempo sono stati privilegiati i fondi pensionistici privati, contrattuali e individuali.
Tutte queste operazioni sono state costruite attraverso il classico divide et impera. Sono stati artatamente contrapposti, in materia previdenziale come su altri terreni, lavoratori garantiti e non garantiti, vecchi e giovani, persino italiani e migranti (nonostante valga sempre la pena ricordare che il lavoro migrante paga la pensione di molti vecchi italiani, magari razzisti o vogliosi di deportazioni, centri di detenzione e blocchi navali…). Una retorica schifosa ha fatto sì che venisse visto il nemico non in alto, ma in quello che ci sta a fianco, persino nei propri genitori, colpevoli di aver beneficiato di “troppi diritti”.
Eppure non è impossibile ricomporre quello che oggi hanno diviso. Un’analisi delle pensioni italiane e delle proiezioni dimostra che le classi popolari sono tutte sulla stessa barca. E anche la maggioranza dei giovani che inizia a lavorare
oggi, e che lo fa spesso a nero, o con contratti intermittenti o ancora con salari molto bassi, sa che, con queste linee di tendenza, dovrà lavorare fino a 70 anni per maturare una pensione che probabilmente sarà poco superiore a quella minima.
In sostanza, capisce perfettamente che il progetto che le classi dominanti, sostenute dalla destra e dal centrosinistra, hanno per noi, è di considerarci solo come strumenti utili a produrre valore e da spremere fino alla fine. Quando poi per questioni di età ci rompiamo o diminuiamo la nostra prestazione, allora possiamo essere messi a riposo, magari vivendo il meno possibile per non gravare sui conti pubblici.
Occorre quindi ripristinare subito il diritto per tutte e tutti a una pensione pubblica dignitosa, a una età ragionevole soprattutto per chi fa lavori pesanti e stressanti. Bisogna separare la previdenza dall’assistenza, che deve essere pagata da tutti con la fiscalità generale e non solo dai lavoratori coi loro contributi.
Che cosa proponiamo
• Abolire la riforma Fornero, aumentare tutte le pensioni a partire dalle minime, anche attraverso il ripristino del sistema di computo retributivo, indicizzarle all’inflazione, portare progressivamente l’età pensionabile a 60 anni;
• Fermare il processo di privatizzazione del sistema pensionistico, garantendo pensioni adeguate al costo della vita, e rimuovere gli incentivi che favoriscono il ricorso alla previdenza complementare;
• Rendere meno gravoso il riscatto e le ricongiunzioni previdenziali;
• Separare le spese previdenziali (in attivo) da quelle assistenziali (che attualmente gravano sul bilancio dell’INPS), finanziando queste ultime attraverso la fiscalità generale;
• Smantellare il costoso meccanismo delle decontribuzioni;
• Abolire il sistema delle Casse professionali;
• Ridurre le pensioni d’oro e abolire i vitalizi;
• Cancellare la possibilità di regalare il proprio TFR a fondi pensione privati, obbligo di mantenerlo in azienda o presso l’INPS.
Casa
Oltre il 70% delle famiglie italiane vive in case di proprietà, per la maggior parte comprate con mutui; circa il 20% vive in affitto. Quindi, se parliamo della questione casa in Italia, ci troviamo di fronte principalmente due ordini di problemi: quello che riguarda i proprietari e quello dei locatari. Partiamo dai proprietari
e constatiamo subito che tale condizione è di per sé un dato insufficiente per valutare il benessere e lo status sociale che da essa potremmo attenderci. Si fa presto a dire “proprietario”, ma poi a dividere i proprietari al loro interno è
piuttosto la classe sociale di origine. C’è chi ha una villa nel centro di Roma o venti appartamenti a Milano e chi ha un piccolo immobile in un paesino della Basilicata: è evidente che non parliamo della stessa situazione! Ma i media spesso cercano di accomunarle, per far pensare anche ai “piccoli proprietari” che hanno interessi in comune con i grandi.
I dati però ci dicono che esiste un’enorme disuguaglianza nella distribuzione della proprietà delle abitazioni: il 10% dei proprietari possiede abitazioni che valgono poco meno del valore di tutte le case delle famiglie che dispongono solo della casa di residenza. Le aliquote ridottissime delle tasse di successione
inoltre hanno contribuito a concentrare progressivamente la ricchezza familiare,
allargando le disuguaglianze. Non abbiamo però nessuna vera distinzione legislativa tra piccolo, medio e grande proprietario, l’unico riferimento in tal senso è il decreto interministeriale del 30 dicembre 2022, attuativo della legge 431/98 sulla disciplina delle locazioni ad uso abitativo che individua il grande proprietario – sembra incredibile – in chi possiede più di cento immobili!
Gli ultimi dati e studi di settore stanno evidenziando come la casa di proprietà sia un sogno sempre più impossibile per 10 milioni di famiglie che hanno un reddito fino a 24mila euro. Guardando le quote di acquisti finanziati con mutuo, ormai quasi il 40% delle compravendite annuali avviene senza ricorrere
a questo strumento, quindi quasi la metà degli acquisti viene effettuata da chi può pagare integralmente il costo dell’immobile. Negli ultimi quattro anni infatti c’è stato un incremento delle unità degli immobili locati e un’enorme crescita speculativa dei prezzi, soprattutto nei comuni cosiddetti ad “alta tensione abitativa” dove ha inciso anche la crescita dell’industria turistica con l’aumento
esponenziale delle locazioni brevi.
Morale della favola: il mercato degli affitti si è trasformato in un meccanismo di trasferimento di reddito tra la popolazione degli inquilini, che spesso spendono anche più della metà del loro stipendio per pagare l’affitto, a quella dei “rentier”, chi gode di rendite e continua ad accumulare proprietà. Nel frattempo, sono sparite delle vere politiche pubbliche per il diritto alla casa, anche i canoni concordati sono sempre più simili ai costi di mercato, mentre servirebbe un vero tetto ai prezzi nel mercato privato. L’edilizia residenziale pubblica è di
fatto sparita.
Serve quindi innanzitutto una normativa che ci permetta di aggiornare i dati catastali e distinguere il piccolo proprietario che ha la casa in cui vive e magari la vecchia casa dei nonni nelle aree interne del paese o in un luogo di villeggiatura da chi possiede invece tre, quattro, dieci case e vive letteralmente di rendita.
Serve in questo senso intervenire innanzitutto sul piano fiscale, perché la cedolare secca ha sì ridotto l’evasione negli anni ma ha anche avuto «effetti regressivi in termini di distribuzione del reddito»: i contribuenti più ricchi, spiega lo stesso Ministero dell’Economia, sono quelli che hanno beneficiato dei risparmi maggiori.
È necessario un piano di investimenti pubblici per l’edilizia residenziale pubblica con tariffe realmente sostenibili per le famiglie, a zero consumo di suolo e introducendo un vero tetto ai canoni nel mercato privato, contrastando anche l’incontrollato mercato delle locazioni brevi che sta accelerando i fenomeni di
gentrificazione.
Che cosa proponiamo
• Ripristino per legge del calmieramento dei canoni locativi e la possibilità di portarli in detrazione, l’aumento della tassazione sugli immobili sfitti e il sequestro degli immobili vuoti posseduti dai grandi gruppi economici a
scopo speculativo;
• L’abitare senza debito, superando progressivamente sia la cultura della casa di proprietà (frutto di indebitamento) che quella della rendita (forma di reinvestimento di capitali a valore aggiunto zero), con un grande piano di
recupero architettonico, urbanistico ed energetico del costruito, partendo dalle aree dismesse e degradate, fermando il consumo di suolo;
• Limite spaziale e temporale alle locazioni brevi e controlli a tappeto sugli immobili in locazione turistica, ampliando i poteri dei Comuni in materia;
• Abolizione della cedolare secca;
• Rimodulazione del sistema di gestione dell’edilizia pubblica, abolendo le possibilità di riscatto e dell’ereditarietà degli alloggi assegnati, dimostrando il persistere dello stato di necessità ogni 5 anni;
• Interfaccia di sistema tra amministrazione comunale e giudiziaria, per una veloce presa in carico delle famiglie sottoposte a sfratti e sgomberi. Blocco strutturale agli sfratti senza alloggio alternativo;
• Costruzione di liste di emergenza abitativa, predisposte dai Comuni, sulla base di requisiti concordati con le organizzazioni sociali ed organizzazioni sindacali che si occupano di diritto all’abitare;
• Rifiuto della logica dell’housing sociale, ritorno alla centralità dell’edilizia residenziale pubblica, principalmente diretta al recupero del patrimonio edilizio esistente;
• Istituzione di un’agenzia statale per le ristrutturazioni energetica, sismica e contro le barriere architettoniche;
• Aumentare, non ridurre, le superfici minime per l’abitabilità;
• Introdurre un limite di massimo tre alloggi per proprietario mantenuti sfittie vuoti per oltre 12 mesi. Raggiunto il limite lo Stato deve avere la facoltà di entrare in disponibilità degli spazi immobiliari eccedenti il limite stabilito per destinarli a persone a basso reddito, dandogli la possibilità di abitarli con un canone di locazione concordato;
• Sostituzione delle piattaforme private (tipo AirBnB) con piattaforme pubbliche di incrocio tra domanda e offerta; tra turisti e persone che mettono a disposizione la casa;
• Abolizione del decreto Lupi. La residenza deve essere un diritto per tutte e tutti; non un requisito – sempre più difficile da raggiungere – per ottenere dei diritti;
• Ampliare la disciplina di confisca degli immobili anche in caso in cui venissero riscontrati mancanze di manutenzioni che possano essere dannose per la collettività;
• Abolizione del decentramento amministrativo in ambito edilizio sociale, programmi di sviluppo previsti sull’intero territorio nazionale;
• Una legge per il controllo degli affitti che miri a regolare il mercato abitativo dove turismo e speculazione sono più pressanti, attraverso il monitoraggio delle zone più calde e impedendo l’aumento dei canoni, e il rinnovo dei contratti che non rispettino l’indice stabilito (Legge Catalogna 2020);
• Riconoscere, sostenere e incrementare le esperienze di auto-recupero attraverso processi partecipativi, cooperativi, e di inclusione sociale, anche attraverso la diffusione dell’affitto sociale;
• Introdurre una tassa di scopo sugli immobili sfitti da introdurre a livello locale (comunale) che vada a tassare gli immobili sfitti o quelli legati a una concentrazione di immobili.
Salute
L’Italia ha la spesa per sanità e istruzione tra le più basse d’Europa. In materia di sanità, rispetto all’area OCSE, il nostro Paese spende 889 euro in meno a cittadino. 4,5 milioni di persone rinunciano a curarsi per ragioni economiche;
medici e infermieri sono in fuga dal pubblico e dall’Italia, per i salari bassi e le condizioni di lavoro pessime. Il personale è mortificato nella professionalità a seguito di esternalizzazioni continue di attività e mancati rinnovi contrattuali da tre anni. I tagli degli ultimi decenni, voluti sia dalla destra che dal centrosinistra, stanno scrivendo la parola fine su quello che era considerato da molti esperti il
miglior servizio sanitario del mondo.
Eppure il servizio sanitario italiano ha ancora molte potenzialità e potrebbe riscattarsi. Innanzitutto ha un personale formato, dedito. Principi costituzionali universalistici su cui fare leva. Strutture diffuse sul territorio che potrebbero essere riattivate per una medicina di prossimità. Per questo noi crediamo che una
sanità intesa come bene pubblico e comune, all’avanguardia, adeguatamente finanziata e sottratta agli appetiti speculativi dei privati, sia non solo necessaria, ma concretamente realizzabile.
Che cosa proponiamo
• Riportare la spesa sanitaria almeno al livello della media europea (7,3% del PIL), fissando un obiettivo del 10% del PIL per garantire un servizio sanitario pubblico, universale e di qualità;
• Prevedere un piano straordinario di assunzione del personale sanitario volto al raggiungimento di un SSN totalmente pubblico;
• Migliorare le condizioni lavorative del personale sanitario, portando l’orario lavorativo a 30 ore settimanali a parità di salario e riconoscendo la natura di lavoro usurante per alcune specializzazioni;
• Abolire le figure dei lavoratori del SSN non assunti direttamente dallo stesso, in particolare i cosiddetti medici ed infermieri “a gettone”. Tale meccanismo grava sulle casse pubbliche e incide negativamente sulla salute dei pazienti;
• Superare la nomina diretta politica per la dirigenza sanitaria, favorendo un processo elettivo tra il corpo dei lavoratori, rinforzare e implementare i dispositivi democratici e di confronto con il territorio;
• Procedere a un progressivo trasferimento al pubblico delle strutture e del personale dei servizi sanitari privati non convenzionati;
• Abolire i ticket, aumentare le tipologie dei farmaci in fascia A (tra cui i contraccettivi);
• Adottare il modello della salute mentale di comunità, integrata nei presidi territoriali e strettamente legata al tessuto sociale locale;
• Abrogare la regionalizzazione e l’aziendalizzazione del Servizio Sanitario
Nazionale, ripristinando un servizio sanitario unitario, pubblico e centralizzato, al fine di garantire equità e qualità dei servizi su tutto il territorio nazionale;
• Ripensare il modello di finanziamento del servizio sanitario, superando ilmero criterio demografico e tenendo conto delle specifiche esigenze e realtà territoriali, a partire dalle aree storicamente meno tutelate;
• Superare il modello ospedalo-centrico e avanzare un modello basato sulla medicina di prossimità, con una rete capillare di presìdi territoriali distribuiti su ambiti di circa 10 mila persone;
• Perseguire un approccio basato sul modello bio-psico-sociale, per cui il personale sanitario sia affiancato da mediatori culturali, assistenti sociali ed educatori integrati nelle reti sociali comunali;
• Potenziare l’assistenza domiciliare, per garantire cure più vicine alle persone e rispondere meglio ai bisogni delle comunità;
• Promuovere la prevenzione come fondamentale strumento e pratica per il
benessere della popolazione;
• Aumentare il numero dei posti letto ospedalieri ad almeno 6 per ogni 1000 abitanti (rispetto ai 5 garantiti nel 1996). Questo obiettivo richiede l’implementazione di un piano straordinario di ristrutturazione e valorizzazione del patrimonio ospedaliero inutilizzato, insieme alla riapertura di strutture ospedaliere precedentemente chiuse;
• Aumentare il numero complessivo di consultori e relative equipe multidisciplinari
per garantire la salute, l’assistenza e la piena funzionalità, così come previsto dal SSN;
• Aumentare la spesa per la salute mentale, introdurre la figura dello psicologo di base;
• Includere le prestazioni oculistiche e odontoiatriche nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA);
• Rivedere la gestione del monitoraggio e del controllo dell’attuazione dei LEA istituendo commissioni ad hoc che adottino i necessari correttivi a livello locale;
• Progressiva riduzione, fino alla definitiva abolizione, delle convenzioni e di ogni forma di finanziamento pubblico delle strutture sanitarie private;
• Disincentivare le varie forme di “welfare aziendale” – fondi pensione integrativi e polizze sanitarie – poiché, oltre a costituire un attacco surrettizio al welfare pubblico e universalistico, favoriscono oggettivamente i profitti delle grandi società finanziarie e delle strutture sanitarie private;
• Reintroduzione del rapporto di lavoro esclusivo con il SSN per tutto il personale
dipendente abolendo la libera professione intramuraria;
• Sviluppare un piano per superare la centralità dei privati (case farmaceutiche) nella produzione di farmaci e cure, svincolarsi dalle logiche del profitto per garantire accessibilità e costi estremamente ridotti tanto per lo Stato che
per il cittadino.
• Legge sul fine vita, che rispetti il diritto all’autodeterminazione di ogni persona e il dettato Costituzionale per il quale nessuno contro la sua volontà può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario. In presenza
di patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche reputate intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, e avendo la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, riteniamo che chiunque debba
avere il diritto di morire in modo libero e degno, riducendo al minimo la sofferenza per sé e per la sua comunità di affetti.
Qualità della vita
disarticolando la fruizione universale di servizi sociali essenziali peggiorando la mole delle prestazioni e accentuando l’aggravamento delle condizioni di vita e di lavoro degli addetti in tale comparto del mondo del lavoro. In particolare nelle aree metropolitane sono cresciute, nel corso del tempo, attività del cosiddetto Terzo Settore e/o Privato Sociale, le quali, in convenzione – diretta ed indiretta – con gli Enti Locali, sono subentrate nella gestione ed elargizione di servizi che prima erano in capo esclusivamente alle varie pubbliche amministrazioni. Tale disarticolazione dei servizi – sulla quale si è andato sedimentando un intrigato sistema di potere e di affari spesso evidenziato dalle cronache giudiziarie – oltre
a peggiorare la quantità e la qualità dei servizi alla collettività, ha prodotto nuove figure di lavoro (precario e mal pagato) le quali, costantemente, vengono utilizzate speculativamente, nei vari passaggi di convenzione e di ratifica degli istituti contrattuali, in contrapposizione agli altri lavoratori della Pubblica Amministrazione.
Le organizzazioni del No Profit, del Terzo Settore e del complesso dell’universo dell’associazionismo devono essere valorizzate per l’eventuale surplus di servizi che possono assicurare evitando che governo e amministrazioni locali possano utilizzarle con l’obiettivo esplicito di accelerare, ancora di più, la distruzione di ciò che resta dei servizi pubblici di welfare e di elargizione della necessaria spesa pubblica. La qualità della vita è fatta anche da diritti garantiti dai servizi e dal sistema pubblico. Esattamente l’opposto di quanto avvenuto in questi decenni dove i diritti sociali sono sempre più stati fonte di affari e paradossalmente utilizzati per sfruttare le persone.
Che cosa proponiamo
• Rifondare la parentalità, introducendo un’astensione obbligatoria dal lavoro per le 8 settimane successive al parto per entrambi i genitori, e un congedo parentale egualitario di 9 mesi retribuiti per ciascun genitore, intermittente e non trasferibile;
• Portare a 10 gg retribuiti all’anno il congedo di malattia bambino, usufruibile fino ai 14 anni di età, prorogabili in caso di ospedalizzazione. Attualmente la norma prevede 30 gg per i primi 3 anni e 5 gg l’anno dai 3 agli 8
anni, non retribuiti;
• Garantire negli asili nido un posto ogni 2 bambini da Nord a Sud del Paese;
• Pianificare la rivoluzione del benessere: sport e attività ricreative per tutte e tutti, attraverso il recupero delle strutture sportive pubbliche dismesse o affidate a privati, musei accessibili, aumento delle sovvenzioni per cinema e teatri per prevedere la gratuità per ampie fette di popolazione (giovani, anziani, basso reddito etc);
• Finanziare l’istituzione o la riapertura di una biblioteca e di una ludoteca pubblica per ogni quartiere, con nuove assunzioni di personale qualificato e risorse che includano accesso a internet, all’informazione, sale studio e gioco;
• Finanziare il ripristino e il riallestimento di tutte le aree verdi attrezzate abbandonate, con l’obiettivo di avere un parco attrezzato e un campetto polifunzionale per ogni quartiere, per il diritto al gioco, allo sport e all’educazione
all’aria aperta;
• Istituire campi estivi gratuiti nel periodo di obbligo scolastico;
• Ritirare tutte le concessioni in deroga e attuare una riconversione pubblica ed ecologica dei lidi confiscati per un diritto alla spiaggia e al mare libero per tutte e tutti.
Scuola
Il sistema d’istruzione italiano non gode di buona salute e non potrebbe essere
diversamente: secondo l’OCSE, la spesa italiana per la scuola corrisponde al 4% del PIL, contro una media OCSE del 4,9% e una media UE del 4,6%. Non è un caso che, se confrontata con quella degli altri paesi dell’UE, la popolazione
italiana abbia un livello di istruzione più basso. Se infatti nell’UE in media il 79,8% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha almeno un diploma di scuola superiore, in Italia si scende al 65,5% (fonte: Eurostat, anno 2023). Il dato,
come altri, peggiora se si confrontano pezzi diversi di Paese: al Sud i diplomati sono del 6% inferiori rispetto al Nord, è inferiore il tempo pieno ed è maggiore l’abbandono scolastico.
I docenti italiani sono tra i più anziani dell’UE e tra i meno pagati, poco meno di 48mila dollari lordi annui contro gli oltre 55mila medi UE, mentre il tempo d’insegnamento è superiore alla media (fonte OCSE, Education at a Glance
2024).
Di fronte a questo quadro il Governo Meloni ha proceduto nel tradizionale solco dei governi di destra e di centrosinistra che si sono susseguiti dagli anni Novanta ad oggi. Tagli (7800 docenti e personale Ata in meno), crescita del precariato (a fronte di un organico di 871mila posti, i docenti precari nel 2024 erano 235mila), ulteriore divaricazione tra scuole di serie A e scuole di serie B (Autonomia differenziata e riforma dei tecnici-professionali), privatizzazione (750 milioni di euro alle scuole private), aziendalizzazione (riforma del voto in
condotta e attacco agli organi collegiali).
Eppure, nonostante la continuità e la gravità del definanziamento e degli attacchi, il sistema d’istruzione riesce a “resistere”, grazie esclusivamente all’impegno e alla dedizione di chi vi lavora. È solo grazie al personale, educativo e amministrativo, che il tasso di abbandono scolastico, per quanto ancora di
due punti superiore alla media UE, si sia ridotto negli ultimi anni, passando dal 16,5% all’11,5% (fonte Eurostat 2023); ed è sempre grazie alle lavoratrici e ai lavoratori della scuola che i livelli di competenze risultanti dai test PISA (le
prove INVALSI in Italia), per quanto inquietanti nella tendenza all’aumento delle difficoltà, non si discostano troppo dalla media UE (fonte Eurostat 2022), segnalando un problema europeo più che italiano.
Insomma le ed i docenti italiani resistono, con salari bassi e in scuole che crollano: riuscite a pensare a che cosa si potrebbe fare se lo Stato decidesse finalmente di investire con priorità, fondi, materiali, strutture, sull’istruzione?
È per questo che noi, anche in questo settore, vogliamo fare tutto al contrario. Vogliamo ispirarci alla storia migliore del nostro Paese, alle esperienze della “Scuola-Città” di Reggio Emilia e Bologna, così come agli esempi virtuosi
che esistono nel mondo, dalla scuola scandinava a quella cubana. Vogliamo una scuola laica, pubblica, di qualità, che accompagni la formazione di ragazzi e ragazze di ogni provenienza dall’asilo ai livelli più alti, non importa in quale famiglia o parte d’Italia si nasca. Noi sogniamo una scuola che riscopra la sua funzione fondamentale: quella di essere prima di tutto un’istituzione culturale e non una fabbrica di precariato e uno strumento di selezione di classe, o peggio una scuola che ammazza i suoi studenti, come purtroppo è avvenuto diverse volte in questi anni. Una scuola aperta al mondo, in grado di farci comprendere la natura e le dinamiche sociali e politiche, che alimenti lo spirito critico. Una
scuola che arrivi ovunque, che non lasci indietro nessuno, in cui gli studenti e le studentesse siano seguite a tempo pieno da un personale stabile, ben pagato e formato. Una scuola piena di laboratori. Una scuola che non abitui i lavoratori e le lavoratrici del futuro ad abbassare la testa di fronte a un padrone, a sentirsi frustrati, a pensare che la cultura non è per loro, ma che dia gli strumenti per affermare le proprie idee, i propri bisogni e i propri sogni.
Che cosa proponiamo
• Abolire i cosiddetti Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (ex Alternanza Scuola-Lavoro) e investire sulla scuola del fare: laboratori, cucine, sale di registrazione, laboratori informatici, palestre, uscite didattiche;
• Stabilire un piano di assorbimento totale del precariato scolastico, tanto per il personale docente quanto per il personale ATA, assumendo, secondo una graduatoria per titoli, chi ha almeno tre anni di servizio. Al contempo
stabilire un sistema di reclutamento dei docenti con concorsi periodici, date e regole certe;
• Rendere gratuiti i libri di testo, i trasporti, le attività culturali (musei, mostre, teatri, cinema, etc.) per tutti gli studenti fino ai 18 anni. Per limitare la speculazione sui libri di testo, i manuali devono essere approvati da un organo
di vigilanza pubblico e acquistati dalle scuole, per essere dati in comodato d’uso agli studenti;
• Incentivare e favorire l’autoproduzione da parte delle scuole del materiale didattico, attraverso la costituzione di un cloud Open source nazionale, che raccolga e organizzi materiale, risorse e metodologie didattiche autoprodotte dalla comunità educante, liberamente utilizzabile ed emendabile;
• Abolizione delle riforme Moratti e Gelmini e apertura di un cantiere per la riforma della scuola che, sull’esempio di quanto accaduto nel passato, coinvolga tutti i soggetti interessati – docenti, studenti, famiglie, nella progettazione
della scuola che vogliamo;
• Introdurre l’obbligo scolastico da 3 a 18 anni con un ciclo comune a tempo pieno fino a 16 anni;
• Garantire l’accesso all’asilo nido gratuito, specialmente nel Mezzogiorno e nelle aree ad alta dispersione scolastica, attraverso un piano straordinario di investimenti e assunzioni;
• Abbassare a 18 il limite massimo di alunni per classe, ridurre proporzionalmente il rapporto educatori/alunni negli asili e nella scuola dell’infanzia;
• Introdurre sin dalla scuola primaria materie come il diritto, l’educazione affettiva e sessuale. Stabilire la centralità della questione ecologica nella didattica;
• Abolire il voto in condotta;
• Abolire la sperimentazione sui tecnici e i professionali di quattro anni;
• Eliminare l’ora di religione, affrontando una radicale revisione del Concordato tra Stato e Chiesa cattolica;
• Introduzione e regolamentazione nazionale delle carriere alias nelle scuole,
garantendo agli studenti e alle studentesse in transizione di genere il diritto a essere riconosciuti con un nome d’elezione negli atti amministrativi interni;
• Prevedere, nella scuola secondaria di II grado, l’approvazione e il finanziamento di attività elettive extracurricolari proposte dalle rappresentanze studentesche e approvate insieme ai docenti, per favorire l’autoformazione
e l’autonomia degli studenti;
• Introdurre corsi di lingua italiana per studenti stranieri;
• Introdurre corsi di lingua straniera pomeridiani gratuiti e accessibili a tutte e
tutti. Alle famiglie degli studenti di origine straniera che ne facciano richiesta, deve essere data la possibilità di studiare gratuitamente la propria lingua madre attraverso l’attivazione di appositi corsi;
• Garantire un permesso di viaggio agli studenti e le studentesse con cittadinanza non europea;
• Portare gli stipendi delle e degli insegnanti e del personale ATA alla media europea, iniziando col recupero immediato del potere d’acquisto perso con l’inflazione (-9,8 %);
• Riportare la democrazia a scuola, aumentando le competenze degli organi collegiali contro i presidi manager e le ingerenze governative in campo educativo.
In tal senso proponiamo che i collaboratori dei dirigenti siano eletti dal Collegio dei docenti;
• Ripristinare gli scatti di anzianità per gli insegnanti ogni tre anni;
• Avviare un programma di assunzioni straordinarie di personale educativo e docenti di sostegno nelle aree afflitte da alta dispersione scolastica;
• Riaprire le scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario, con borse di studio per tutti i partecipanti, garantendo un accesso equo e qualificato alla professione;
• Abolire progressivamente i TFA sostegno, i 60 crediti e qualsiasi corso volto a trasformare il diritto al lavoro in un mercimonio;
• Abolire le norme repressive contenute nel Codice di comportamento dei dipendenti pubblici a partire dagli artt.11 bis e ter., che col pretesto della tutela dell’immagine della PA vengono usate per zittire la critica ed il dissenso;
• Attuare un piano pubblico di messa in sicurezza, riqualificazione ed efficientamento
energetico degli edifici scolastici;
• Pianificare la reinternalizzazione della refezione scolastica su tutto il territorio nazionale, attraverso il ripristino delle vecchie cucine d’istituto o la costituzione di nuove cucine centralizzate a livello comunale o intercomunale;
• Applicare il tempo pieno su tutto il territorio nazionale per tutto il primo ciclo di istruzione (scuola primaria e secondaria di I grado);
• Assumere mediatori culturali e insegnanti di sostegno specializzati per integrare il percorso formativo;
• Fermare i processi di autonomia ed aziendalizzazione delle scuole;
• Stop al finanziamento pubblico delle scuole private;
• Cessazione delle politiche di accorpamento degli istituti;
• Garantire alle scuole la totale copertura delle spese parametrate sul numero alunni, livello scolastico e specificità territoriali, eliminando le disparità che si creano con l’attuale sistema di finanziamento;
• Internalizzazione dei servizi educativi e ausiliari attualmente appaltati, garantendo
continuità e qualità del servizio;
• Garantire il trasporto pubblico e gratuito per studenti e studentesse in obbligo scolastico, in particolare nelle aree rurali e periferiche, per ridurre i disagi legati alla distanza dalla scuola e migliorare la frequenza scolastica.
Università e Ricerca
L’Università italiana sconta difficoltà analoghe a quelle della Scuola. Sottofinanziamento e bassi salari del personale, uso e abuso di personale precario, strutture spesso fatiscenti, mancanza di democrazia interna, condizionamenti
politici, concorrenza del settore privato sostenuto dallo Stato. Dal 2018 al 2025, ad esempio, che al governo ci fosse la destra, il centrosinistra o i governi “tecnici”, i finanziamenti statali alle università pubbliche hanno subito un calo significativo. Nel 2023, il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha registrato una riduzione reale delle risorse, con una percentuale del 46,95%, in calo rispetto al 48,64% dell’anno precedente; una diminuzione rispetto al 91% del 2008 e al 60,44% del 2018. A questo tragico scenario si aggiunge la Legge di
Bilancio 2025-2027 in cui sono previsti, per il triennio, ulteriori tagli, con una riduzione di 247 milioni di euro nel 2025, 239 milioni nel 2026 e 216 milioni nel 2027. Intanto, dal 2020 ad oggi, il numero di iscritti nelle università pubbliche
è diminuito, con percentuali spaventose negli atenei del Sud Italia (-16,7%) e nelle isole (-17,1%). Al rovescio, le università telematiche private hanno visto una crescita esponenziale: in dieci anni, dal 2011 al 2021, gli iscritti sono aumentati da meno di 44.000 a quasi 224.000, arrivando a rappresentare l’11,5% del totale degli studenti universitari in Italia. Nel complesso, basso è il numero dei laureati e la maggior parte di questi è già a loro volta figlia di laureati (75%). La ragione di ciò è una sempre minore accessibilità al diritto allo studio, divenuto
una “fortuna” a cui sempre meno persone riescono ad accedere, un privilegio per “i pochi meritevoli”.
I lavoratori dell’università e della ricerca non stanno di certo meglio. Il precariato negli anni è cresciuto attraverso contratti a tempo determinato e nessuna garanzia di stabilizzazione. Ad oggi, il 40% dei docenti universitari è impiegato con contratti precari e, in termini assoluti, si stima la presenza di circa 40.000 precari, di cui 20.000 assegnisti di ricerca e 9.000 ricercatori di tipo A. L’età media
dei docenti a tempo indeterminato è 54 anni, la più alta d’Europa, e questo dato non ci stupisce confrontandolo con la media di 15 anni di precariato dalla laurea specialistica all’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN). Attualmente si stima che il 91% degli assegnisti di ricerca si vedrà escluso dall’università italiana
nei prossimi anni. Il reclutamento è peraltro legato a logiche “baronali” del secolo passato: a concorsi che, sin dal dottorato, dovrebbero essere pubblici e invece sono già “guidati”, secondo logiche spartitorie che nessuno osa contestare, pena l’esclusione dal sistema. Gli scandali che ogni tanto scoppiano, dimostrando
accordi sottobanco tra i vari baroni, passano senza mutare nulla, anche perché gran parte di questi baroni è legata a doppio filo alla politica di destra odi centrosinistra. Anche la massiccia implementazione di misure liberiste, come
sistemi di valutazione quantitativi, che per alcuni doveva mettere fine a queste sopravvivenze “feudali”, non ha fatto altro che renderle più forti. In risposta a questo crescente sottofinanziamento e al precariato dilagante,
i privati hanno provato da un lato a mettere sempre più le mani sull’università pubblica, finanziando laboratori, progetti, elargendo borse, sfruttando la ricerca a scopo bellico o per progetti ecocidi; da un altro lato hanno aperto università telematiche e preteso risorse. Le università, come hanno ribadito a gran voce
le mobilitazioni studentesche di questi anni, spesso represse dalle autorità di polizia, non sono più i luoghi della libera ricerca e d sono diventate fucine di “capitale umano ed economico”, luoghi in cui il sapere è piagato alla cultura della guerra, dello sfruttamento e della conservazione delle disuguaglianze.
Allo stesso tempo, proprio le mobilitazioni che hanno scosso le università hanno dimostrato che potenza hanno ancora questi luoghi come spazi di incontro, come punto di tenuta democratico, come stimolatori del dibattito pubblico.
Nonostante i limiti descritti prima, l’Università italiana, grazie alle sue lavoratrici e i suoi lavoratori, riesce ancora a formare soggetti critici, altamente qualificati, che non hanno infatti problemi a collocarsi all’estero o a competere con centri internazionali vista la qualità dell’insegnamento ricevuto. Non solo: la permanenza di una rete di attivismo studentesco incomparabile con quella di altri paesi, la presenza di molti centri universitari dentro le città, e dunque in stretta connessione con il territorio, un residuo di welfare che ancora consente ai figli delle classi popolari di accedere ai livelli più alti dell’istruzione, sono dei punti di
appoggio per poter riscattare la nostra università.
Vogliamo un’università gratuita, laica e pubblica. Vogliamo maggiori garanzie di stabilizzazione del personale accademico e pretendiamo che il nostro sapere non venga usato come una merce dalle multinazionali del fossile e della guerra che devastano i nostri territori e impoveriscono la nostra gente. Vogliamo il potenziamento dei centri di ricerca pubblici, come il CNR, e la loro gestione
democratica e slegata dalle imprese.
Che cosa proponiamo
• Aumentare la spesa pubblica dedicata all’università e alla ricerca raggiungendo
almeno la media OCSE (1,5% del PIL);
• Abolizione del numero chiuso;
• Abolire il finanziamento pubblico, anche indiretto, delle università private;
• Ristrutturare il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ai fini di una ricerca volta a creare saperi e beni che favoriscano le classi popolari e il bene comune attraverso una pianificazione scientifica della ricerca;
• Abolire le collaborazioni delle università con il settore militare e con i paesi che praticano crimini di guerra;
• Abolire le collaborazioni delle università con le grandi aziende del fossile;
• Vietare la compravendita di brevetti tra gruppi di ricerca interni alle università pubbliche e le aziende spin off per una progressiva abolizione dei meccanismi di privatizzazione dei risultati della ricerca e dello stesso sistema dei brevetti;
• Contrastare il precariato universitario attraverso un piano di assunzioni;
• Semplificazione delle figure lavorative nell’ambito della ricerca (pre-ruolo) con l’istituzione di un contratto di ricerca a tempo determinato che sia regolato dalla contrattazione collettiva applicando il contratto più favorevole per il dipendente;
• Istituire un contratto unico di docenza, abolendo la divisione tra professori associati e ordinari attualmente esistente;
• Garantire l’accessibilità ai concorsi, pubblici e trasparenti, che superino il sistema baronale e cooptativo;
• Imporre che la formazione delle commissioni di concorso sia per sorteggio su base nazionale nell’ambito disciplinare di riferimento;
• Riformare il metodo di assegnazione delle borse di studio erogate dalle aziende per il diritto allo studio, eliminando i criteri di merito;
• Istituire organismi di collaborazione tra Atenei, Comuni e Regioni per organizzare
nel migliore dei modi i servizi necessari al fine di garantire il diritto allo studio a tutte e tutti;
• Riqualificare gli edifici utili alla creazione di studentati pubblici e assegnazione dei posti su base reddituale;
• Internalizzare i servizi erogati dalle aziende per il diritto allo studio, a partire dalle mense, fino ad arrivare ai servizi di portierato e di pulizia giornaliera degli atenei.
Arte, cultura e spettacolo
L’Italia vanta il primato mondiale per numero di siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, con 58 beni riconosciuti fino al 2022, di cui 53 culturali e 5 naturali. Nonostante ciò, il Pease si colloca agli ultimi posti in Europa
per la spesa pubblica destinata alla cultura. Nel 2021, la percentuale di spesaculturale sul totale delle spese governative era dello 0,5%, inferiore alla media europea dello 0,9%. La legge di bilancio 2023 ha stanziato 3,84 miliardi di euro
per il Ministero della Cultura, cifra che scenderà a 3,1 miliardi nel 2025. Questo rappresenta una riduzione significativa rispetto ai 5,828 miliardi del 2021.
Il mancato investimento ha delle ricadute drammatiche sulle vite dei lavoratori e delle lavoratrici della cultura che infatti risultano essere una categoria con elevato tasso di disoccupazione. Inoltre, le tipologie contrattuali sono spesso caratterizzate da forme di lavoro flessibile o atipico. Oltre ai contratti a tempo
determinato, che rappresentano una quota significativa, sono diffusi contratti di lavoro somministrato, a chiamata e collaborazioni parasubordinate o, come nel settore dello spettacolo, sono sempre più usate forme contrattuali di lavoro intermittente, noto come “scrittura artistica”, che prevedono periodi di attività alternati a periodi di inattività. A questo scenario, nel mondo cinematografico, si aggiunge la riforma del sistema di finanziamento al cinema, firmata Meloni, che
ha introdotto un sistema di tax credit a favore delle produzioni cinematografiche incentrate su storie legate all’identità nazionale italiana.
Non solo il lavoro è fortemente penalizzato da queste scelte politiche, anche la qualità dell’accesso alla cultura ne subisce i contraccolpi. Musei, cinema, teatri, esposizioni, sottoposti a continue chiusure, sempre più costosi ed elitari, egemonizzate dal potere economico privato, hanno prodotto un pubblico sempre più ridotto e disinteressato. I dati Eurostat mostrano che in paesi come la Danimarca e il Lussemburgo oltre l’80% della popolazione ha partecipato ad attività culturali almeno una volta nel 2021, mentre in paesi come la Romania, la Bulgaria, questa percentuale scende al di sotto del 30%, pochi punti percentuale dopo c’è l’Italia. La quale registra dati positivi solo sulla fascia 6-24 anni,
in seguito la fruizione della cultura cala drasticamente. La diseguale diffusione tra Nord e Sud, tra centro e periferia, delle infrastrutture culturali, favorisce la concentrazione di capitali in poche grandi città pronte a diventare merci e
vetrine, svendute al business del turismo e pronte a cacciare gli abitanti dalle proprie case.
La cultura è un bisogno universale e un diritto inalienabile, non un bene da mercificare. Solo l’intervento pubblico può garantirne l’accessibilità e l’indipendenza dalle logiche di mercato, evitando disuguaglianze non solo economiche, ma anche di conoscenza, assicurando pluralismo e accesso a tutte le persone. La privatizzazione del settore minaccia sia chi vi lavora sia la collettività, riducendo
l’offerta culturale a un inaccessibile intrattenimento superficiale, privo di valore
sociale, politico e educativo.
Che cosa proponiamo
• Abolire le forme di subappalto e cooperative per l’esternalizzazione dei servizi nel settore culturale compresa la società in-house Ales S.p.A internalizzando tutti i lavoratori dei settori coinvolti;
• Valorizzare il vasto patrimonio culturale del nostro paese attraverso investimenti almeno pari al 1% del PIL;
• Abolire la legge del 2010 sul federalismo demaniale, il decreto sblocca Italia di Renzi, la legge Madia sul silenzio-assenso;
• Ridefinizione dei criteri e delle modalità dei bandi pubblici farsa per le nomine dei “direttori autonomi” dei musei, privilegiando il criterio
di trasparenza delle procedure selettive e di assegnazione matematica, abolendo il criterio della scelta dell’incarico diretto da parte del Ministro, riabilitando la selezione per competenze;
• Limitare fortemente l’attività delle Fondazioni che utilizzano il lavoro volontario dove dovrebbero essere creati posti di lavoro che consentano una giusta retribuzione;
• Abolire le sponsorizzazioni delle grandi multinazionali sui cantieri e i restauri del patrimonio;
• Favorire il restauro dei beni culturali da parte di enti pubblici quali il Ministero della Cultura, le regioni, i comuni e altri enti locali;
• Investimenti pubblici per musei, siti archeologici, beni culturali, con assunzione a tempo indeterminato di migliaia di giovani laureati e ricercatori;
• Istituzione di un Fondo per il Cinema e la Musica Indipendente, con finanziamenti pubblici per la produzione e distribuzione di opere sperimentali e prodotte dal basso nei circuiti alternativi;
• Contratto unico di categoria per i lavoratori dello spettacolo (teatro e cinema) che possa garantire una continuità salariale anche in periodi di inattività con l’introduzione, sulla base del modello francese, di un “reddito
di intermittenza”;
• Eliminazione del disegno di legge sul “Made in Italy” che istituisce un Fondo Sovrano per sostenere l’industria italiana, inclusa quella cinematografica;
• Aumento delle risorse economiche del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo aumentando la soglia minima a 800 milioni anziché i 400 milioni di euro annui fissati dalla Legge Cinema e Audiovisivo (L. 220/2016);
• Abolizione dell’“Art Bonus” ovvero del Decreto Legge 31 maggio 2014, n. 83 che offre un credito d’imposta del 65% per le erogazioni liberali in denaro a sostegno della cultura e dello spettacolo. La gestione e promozione di questa misura sono affidate ad Ales S.p.A., società in-house del MiC;
• Musei, parchi archeologici, archivi e biblioteche sono enti di ricerca. L’accesso alla professione di funzionario per questi enti deve essere garantito tramite formazione in scuole di specializzazione universitarie statali e gratuite e successivo concorso pubblico;
• Digitalizzazione del patrimonio culturale pubblico: investire nel recupero, nella conservazione e nella digitalizzazione di archivi storici, documenti pubblici e biblioteche, rendendo il sapere un bene comune accessibile
gratuitamente online;
• Integrare nei programmi scolastici e nelle biblioteche corsi di formazione sulle competenze digitali, dalla ricerca online all’uso critico delle fonti, per combattere la disinformazione e rafforzare la consapevolezza culturale
delle nuove generazioni;
• Promozione dell’open access e del software libero nelle istituzioni culturali, per rendere il sapere accessibile a tutti;
• Estendere l’accesso gratuito ai musei e siti archeologici e culturali;
• Rafforzare le biblioteche pubbliche e i centri culturali come luoghi di aggregazione e formazione permanente, con orari estesi e servizi digitali avanzati;
• Educazione teatrale e cinematografica nelle scuole;
• Teatro stabili e catene di cinema pubblici, sostegno ai giovani artisti;
• Introduzione soglia minima per il Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) e Direzione Generale Creatività Contemporanea (DGCC) pari al doppio della media storica.
Inclusione e cura
L’attuale società tesa al profitto e alla competizione tende a creare modelli omogenei
anche nella fisicità e nella psiche, associandoli a parametri di cosiddetta “normalità”, spesso discutibili e niente affatto scientifici, utilizzando standard culturali legati a questi disvalori. Riteniamo invece che l’invalidità non debba essere considerata come semplice inabilità al lavoro e gravame individuale, bensì come condizione necessitante di una cura che deve essere garantita collettivamente. Lottiamo contro l’abilismo, per garantire una reale integrazione sociale, per il riconoscimento sostanziale delle diverse abilità promuovendo tutte le accessibilità.
Che cosa proponiamo
• Rafforzare le misure a sostegno delle persone disabilizzate in ottemperanza alla Legge 104/92 (i medesimi principi di inserimento ed inclusione sociale della persona con handicap sono stati ridefiniti con il decreto legislativo
62/2024);
• Promulgare una legge per i Caregiver (persone che si prendono cura dei familiari) che preveda istituti assicurativi, retributivi e pensionistici.
• Dare seguito alla la Legge 112/2016 (Legge Dopo Di Noi) basata sul concetto di Progetto di vita;
• Estensione capillare nel territorio nazionale dei servizi territoriali dedicati alle persone con disabilità fisica e psichica;
• Aumento del finanziamento ai Centri di Salute Mentale (CSM) e loro diffusione capillare, specialmente nelle regioni del Sud dove sono carenti;
• Aumento del personale medico nei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM);
• Aumento delle strutture semiresidenziali (Centro Diurni e Day Hospital Territoriali) e residenziali (Comunità Terapeutico Residenziale Protetta, Comunità Alloggio di base ed estensiva, Gruppo Appartamento Protetto,
appartamenti di abitare supportato) pubbliche per far fronte alla crescita delle strutture private;
• Partecipazione attiva degli utenti e delle loro famiglie nella gestione dei servizi di salute mentale;
• Creazione di spazi di socialità pubblici autogestiti per persone con disagio psichico, per combattere l’isolamento;
• Introduzione di quote obbligatorie più alte per l’assunzione di persone con disabilità fisica e psichica nel pubblico e nel privato, con sanzioni per chi non rispetta gli obblighi; aumento delle tutele per i lavoratori con disagio psichico: diritto al lavoro agile, riduzione dell’orario di lavoro senza perdita di salario;
• Aumento dell’assegno unico per le famiglie con persone disabili e innalzamento delle soglie ISEE per l’erogazione;
• Lotta allo stigma attraverso campagne di sensibilizzazione nazionali contro il pregiudizio e la discriminazione delle persone disabili;
• Maggiore controllo sui trattamenti sanitari obbligatori (TSO) e superamento delle pratiche coercitive;
• Aumento delle Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale (ATSM) all’interno degli istituti penitenziari italiani (attualmente, in Italia, sono operative 35 ATSM, con una capacità totale di circa 250 posti letto. Questo numero è insufficiente rispetto alla domanda crescente di assistenza psichiatrica nelle carceri);
• Delineare una normativa più strutturata per le Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale (ATSM) nella riforma dell’ordinamento penitenziario (d. lgs. nn. 121, 123, e 124 del 2 ottobre 2018) che includa il controllo da
parte di organismi pubblici legati ai DSM territoriali sulla gestione dei detenuti
affetti da disturbi psichici nelle carceri;
• Attuare investimenti consistenti affinché i Piani Eliminazione Barriere Architettoniche
(PEBA) vengano realizzati, approvati ed attuati in ogni comune.
Per una vita in armonia e uguaglianza
Parte II
Abbiamo deciso di far cominciare il nostro programma dalle nostre esperienze più immediate: il lavoro, la casa, i servizi… L’abbiamo fatto perché crediamo che ogni politica rivoluzionaria parta dall’esperienza personale e che per mobilitarsi con efficacia si debba avere una visione concreta di come la propria vita possa migliorare. Se lottiamo, infatti, non è perché le cose cambino un giorno lontano, ma per vedere risultati per noi, per le nostre famiglie e le nostre comunità qui e ora.
Chiaramente, per trasformare in realtà l’immagine di emancipazione che abbiamo fatto apparire, dobbiamo sapere che non c’è altro modo che intervenire massicciamente sulle strutture profonde della vita sociale, sul modo in cui la nostra società produce e distribuisce la ricchezza. Ovvero sull’economia e sulle forme del diritto che regolano questa distribuzione. Non si possono produrre i cambiamenti che vogliamo nelle nostre vite se queste misure non vengono finanziate, se non si recuperano i soldi dalle tasche dei ricchi, se non si mette un freno all’evasione fiscale delle classi dominanti, se non si fanno leggi che vadano nel senso di una maggiore uguaglianza e che mettano fine alla guerra tra poveri e alla divisione che ogni giorno inculcano nel nostro popolo.
Ma non è solo questo. La produzione della ricchezza è sempre stata strettamente connessa con la natura e con l’uso che l’essere umano ne ha fatto. Sin dall’inizio della storia umana, la natura ha pesantemente influito nella nostra evoluzione come specie, nelle nostre migrazioni, nel modo in cui le società si sono organizzate, nello sviluppo della tecnica. Sempre ci siamo nutriti di quello che la natura ci regalava, ci siamo riparati con quello che ci offriva, e persino la nostra arte, sin dalle grotte di Lascaux, parla di questo rapporto, a volte di questo conflitto, della caccia all’animale, del rispetto per quello che ci dava. La storia umana è stata anche un tentativo di controllare la natura, di inventare soluzioni per conservare il cibo, sopravvivere a una carestia, produrre di più. Con la rivoluzione industriale il rapporto con la natura ha cominciato a invertirsi:
l’essere umano cerca di dominare la natura, ma non per il benessere collettivo. Il capitalismo mette infatti al centro la riproduzione del capitale: la natura stessa diventa così una merce, come tutto il resto, una materia prima da incorporare nel processo produttivo, una forza da piegare alla necessità di una velocità sempre maggiore del ciclo. Perché più merci, più circolazione, più profitti. Ma questo vuol dire: più consumo – di terreno, di acqua, di aria, di spazio. Ecco come si produce il cambiamento climatico e la catastrofe ecologica dentro cui siamo. Non è una generica “cattiveria” umana, è la logica di uno specifico modo di produzione storico-sociale che, come artefici della nostra storia, possiamo cambiare. La spinta a utilizzare alcune forze della natura, che ha determinato anche innovazioni
tecnologiche importanti, e che potrebbe avere un significato di emancipazione, aprendo quel “regno delle libertà” di cui parlava Marx, in questo modo di produzione ha voluto semplicemente dire disarmonia e distruzione. Noi invece siamo convinti che alle nostre vite individuali e a quella collettiva servano più uguaglianza e più armonia. Serve innanzitutto riconoscerci non come soggetti in competizione, ma come parte della stessa specie e parte di una natura comune. E per questo mettere in comune anche le nostre risorse, le nostre capacità, redistribuendo il carico sociale e la ricchezza collettiva, cooperando per un nuovo modo, socializzato, pianificato, di produrre la ricchezza. Qui economia ed ecologia non sono opposte come avviene nel capitalismo, ma unite dallo stesso scopo: permettere a quello strano essere vivente che siamo, l’unico che può avere consapevolezza di quello che fa, di indirizzare le sue azioni verso la coesistenza e l’armonia con gli altri esseri dell’universo, e non verso
l’appropriazione, la colonizzazione, la pulsione di morte – come avviene nelle distopie di Trump e Musk.
Negli ultimi anni è emersa a livello mondiale una nuova generazione che ha posto esattamente questi problemi e che sempre di più ha saputo radicalizzarli, mettendo da parte il discorso liberale e moralistico che si concentrava esclusivamente sul consumo individuale, per fare al massimo un po’ di green washing, e iniziando ad attaccare duramente l’economia capitalista e le multinazionali. Non solo: questi movimenti ecologisti radicali hanno legato la loro critica a una prospettiva internazionalista e pacifista, mostrando come sfruttamento delle risorse e colonialismo, guerra per accaparrarsi materie prime e devastazione ambientale, sono strettamente connesse. La figura di Greta Thunberg e la sua evoluzione
– così come la sua marginalizzazione mediatica da parte di un sistema che non può usarla più come comoda “bandierina” – è emblematica. In realtà Greta Thunberg e altri giovani come lei hanno sin dall’inizio detto la stessa cosa, e con coerenza l’hanno portata avanti: “se vogliamo che la nostra vita su questo pianeta abbia un futuro degno, dobbiamo rovesciare tutto, trasformare alla base la nostra economia, le nostre istituzioni, il nostro rapporto con l’ambiente”. Potere al Popolo – collaborando con altre reti e movimenti di economisti critici, di ecologisti radicali, di giuristi progressisti – vuole spingere questa visione anche in Italia, farla diventare di massa, renderla forza materiale. Perché o ci salviamo tutte e tutti, o non si salva nessuno.
Economia
La legge economica del profitto a ogni costo si è imposta su qualunque altra esigenza. Quando il denaro diventa il fine ultimo, tutti i beni che non sono di natura economica come l’intelligenza, la cultura, l’arte, la forza, la bellezza, l’amore, cessano di essere valori in sé, e lo diventano solo per la loro convertibilità in denaro. Queste parole di Marx di 180 anni fa rispecchiano esattamente il mondo in cui viviamo. Tutto viene sempre più trasformato in merce, tutto
può essere venduto e comprato. Nelle relazioni tra individui come in quelle tra regioni o stati.
Debito pubblico, equilibrio dei conti, efficienza, competitività – questi sono i termini dietro i quali si nasconde la cruda verità: la piena soddisfazione della vita umana è negata dalla volontà di pochi di destinare al profitto, e non ai bisogni delle persone, la produzione di merci e ricchezza. Noi che siamo dall’altro lato rispetto a chi si avvantaggia di questa situazione pensiamo, invece, che si debba fare tutt’altro. Ma per capire cosa, dobbiamo prima partire da un’accurata, per quanto sintetica, analisi dell’economia italiana.
È infatti un’economia potente, tra le maggiori al mondo, ma ha delle caratteristiche peculiari. Innanzitutto, un elevato debito pubblico, il 131,1% del PIL, oltre 3.000 miliardi di euro. Siamo il quinto paese più indebitato al mondo
(il secondo dell’eurozona) in rapporto al prodotto interno lordo e sesto al mondo in termini assoluti. In secondo luogo, c’è in Italia un’elevata ricchezza privata. Nel 2022 la ricchezza netta delle famiglie è stata pari a 10.421 miliardi di euro (ultimi dati disponibili su elaborazione Istat-Banca d’Italia). Un patrimonio netto per famiglia che va oltre i 350.000 euro. Le famiglie italiane sono le terze
più ricche in Europa con patrimoni ben superiori alla media europea, a quella dei paesi OCSE e in particolare a quella di Francia e Germania. Una ricchezza privata molto concentrata anche se meno rispetto alla gran parte degli altri paesi europei (tutti quelli più sviluppati presentano infatti una distribuzione della ricchezza ancor meno equa che in Italia).
In terzo luogo, l’economia italiana presenta un’elevata evasione ed elusione. Nel 2022 l’economia non osservata in Italia superava i 200 miliardi di euro (+9,6% rispetto al 2021) mentre quella sommersa (ovvero al netto delle attività illegali) era poco meno di 182 miliardi di euro (ultimi dati disponibili Istat). Il tax gap complessivo stimato nell’anno 2021 era 82,4 miliardi. I lavoratori autonomi evadono quasi il 70% dell’imposta dovuta. A questo proposito, altra caratteristica dell’economia italiana è un elevato numero di lavoratori autonomi. Nel 2022 nel nostro paese erano oltre 4 milioni 700, pari al 19,3% del totale degli occupati, mentre la media europea è di 13,7%, in Francia sono il 12,2% e in Germania appena il 7,5% (dati Eurostat).
Il quinto dato da considerare per capire l’economia italiana è un’elevata corruzione.
Secondo il rapporto 2023 elaborato da Transparency International, l’Italia è al 42° posto su 180 paesi esaminati nell’indice di percezione della corruzione. Quantificare i costi della corruzione è estremamente complesso ma le stime più prudenti parlano di diverse decine di miliardi l’anno mentre le più pessimistiche
di oltre 200. Istat stima “nel 5,4% la quota di famiglie in cui almeno un componente abbia ricevuto nel corso della vita richieste di denaro, favori, regali o altro per ottenere agevolazioni o servizi; la quota è dell’1,3% se si considerano
gli ultimi tre anni precedenti l’intervista”.
In questo quadro, l’economia italiana vede una progressiva erosione della base imponibile
Irpef. Nel solo anno 2020 per mezzo dei regimi agevolati sono stati sottratti alla base imponibile Irpef 84,9 miliardi di euro (con esclusione dei redditi provenienti dai titoli di Stato). E, anche per questo, una bassa crescita. Tra il 1990
e il 2022, l’economia italiana è cresciuta, su base pro capite, del 19% mentre la media della zona euro è stata de 46%. A questo dato vanno aggiunti i bassi salari, come abbiamo già visto. Tra il 2019 e il 2023 in Italia le retribuzioni sono
aumentate mediamente del 5,4% mentre nello stesso periodo l’inflazione si è attestata al 16,2%. Tra il 2013 e il 2022 i salari in media sono cresciuti in termini nominali del 12% mentre la media Ue è stata del 23%. Nello stesso periodo
in termini reali le lavoratrici e i lavoratori italiani hanno perso il 2%, mentre all’interno dell’Unione Europea si è registrato un incremento del 2,5%. Ultime significative caratteristiche dell’economia italiana sono una bassa produttività (tra il 1990 e il 2022 la produttività del lavoro è cresciuta in Italia del 18% mentre in Francia è cresciuta di 36%) e una dimensione aziendale ridotta (l’Italia ha una media per impresa di 3,9 addetti, contro UE 27 a 5,1 e Germania a 12,1).
Come si vede, tutti questi elementi sono in diversa misura collegati tra loro e hanno concorso e concorrono al progressivo declino dell’economia italiana. Andiamo ora ad analizzarli uno per uno.
Il debito pubblico tanto elevato è figlio della mala gestione della spesa pubblica e del mancato gettito. I motivi della mala gestione della spesa pubblica sono, com’è confermato da tutti gli studi, la volontà politica di drenare soldi dal pubblico al privato (vedi tutte le sovvenzioni previste per le imprese o i vari bonus a cominciare dal 110%), la corruzione di amministratori e dipendenti pubblici,
l’incapacità di gestione da parte dei vertici delle diverse amministrazioni dello Stato. I motivi del mancato gettito hanno invece a che vedere con l’evasione e l’elusione, la riduzione delle aliquote e degli scaglioni Irpef che hanno reso il sistema fiscale sempre più regressivo, con la progressiva introduzione di regimi fiscali agevolati come quello dei forfettari, imposta sul capital gain, cedolare secca etc… che hanno determinato una forte erosione della base imponibile Irpef e
infine sulla tassazione di impresa articolarmente agevolata che consente ai soci di occultare i redditi di impresa.
In secondo luogo, in Italia è presente un’enorme ricchezza privata non per mere ragioni di carattere culturale ma perché ad alcuni settori di popolazione (soprattutto ad autonomi e imprenditori) è stata garantita per decenni una sostanziale esenzione fiscale e ciò ha permesso loro di accumulare ingenti patrimoni. La beffa è che per permettere loro di arricchirsi si è dovuta indebitare l’intera collettività e spesso, con quanto rubato a lavoratrici e lavoratori, questi
soggetti hanno acquistato titoli di debito pubblico lucrando quindi due volte sulla pelle di chi lavora.
Per riparare a questa ingiustizia ed effettuare una necessaria e giusta opera di redistribuzione non c’è altra strada che tassare i patrimoni. In particolare ciò vuol dire introdurre una tassa patrimoniale e riformare la tassazione relativa a
successioni e donazioni. Ma attenzione: non solo bisogna sanare gli abusi del passato ma serve evitare che la rapina possa proseguire nel presente e ripetersi nel futuro. Per far questo occorre contrastare evasione ed elusione, vincolare i sussidi alle imprese a obiettivi di carattere generale misurabili e riscontrabili,
sopprimere tutti i regimi agevolati, riformare la tassazione di impresa, introdurre efficaci misure anticorruzione, investire sul personale delle amministrazioni pubbliche e ammodernare i processi gestionali e le infrastrutture materiali e
immateriali.
Se invece consideriamo la parte dei salari, in Italia sostanzialmente fermi da trent’anni, possiamo notare che ciò è dovuto alle scelte operate dai sindacati confederali a partire dagli anni ’80, quando hanno assecondato le richieste della parte datoriale e sposato politiche di moderazione salariale in nome di un fantomatico “interesse nazionale” che coincideva, guarda caso, con quello padronale.
La possibilità di usufruire di salari bassi ha indotto le aziende e gli imprenditori a non procedere al necessario ammodernamento del sistema produttivo e all’indispensabile crescita delle aziende in termini dimensionali. Così non sono stati fatti investimenti in ricerca e sviluppo e non ci sono state fusioni e acquisizioni. Ciò ha determinato la scarsa produttività del lavoro in Italia, la mancata proiezione internazionale delle imprese e l’incapacità di spostare la produzione su settori produttivi ad alto valore aggiunto. Infine i bassi salari hanno determinato
una diminuzione dei consumi interni. Questo calo della domanda, unito a una scarsa produttività, è alla base della bassa crescita.
Eppure la situazione, per quanto sia stata pesantemente compressa dalle crisi capitalistiche e dalle risposte dei nostri governi di destra, di centrosinistra e “tecnici”, ha ancora delle potenzialità. L’Italia è per molti aspetti una potenza industriale e un paese ricco. Si può quindi fare molto per rendere la sua economia
più forte a partire soprattutto dal benessere delle sue lavoratrici e dei suoi lavoratori. La nostra visione, che condividiamo con molti movimenti, intellettuali e organizzazioni a livello internazionale, intende rimettere al centro l’esigenza di un’economia pianificata sulla base dei bisogni collettivi e non degli utili aziendali.
Rimettere in discussione un’idea riduttiva della crescita, che cosa, come e quanto si produce,
per realizzare ed avere ciò che è utile socialmente ed ecologicamente. Per noi lo
Stato deve, confrontandosi continuamente con le comunità locali e avvalendosi dei suoi centri di ricerca, orientare la produzione verso il benessere delle persone, e non essere un attore occulto al servizio delle grandi imprese. E gli scambi internazionali non devono essere orientati, come accade oggi, esclusivamente
verso un solo paese o un solo gruppo di paesi, di fatto anticipando così alleanze militari e schierandoci in eventuali guerre a venire, ma a forme di cooperazioni scientifiche, industriali e commerciali fondate sul mutuo sviluppo e mutua soddisfazione dei bisogni, con chiunque nel mondo voglia partecipare al progresso
dell’umanità e alla ricerca di soluzioni armoniche.
Infine, insieme alla pianificazione, pensiamo vada messo al centro un altro concetto fortemente innovatore: il controllo democratico delle imprese. Non c’è una vera democrazia e un vero potere popolare se le attività produttive e
di servizio non vengono socializzate, nella forma di una proprietà pubblica e cooperativa. Ma anche questo non basta, perché come ci ha mostrato il secolo scorso il punto non è sostituire un regime di proprietà a un altro o un padrone a un altro, ma democratizzare la vita quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori,
che devono poter partecipare alla produzione e non essere alienati. La nostra visione mira a sviluppare quindi una coscienza tra le lavoratrici e i lavoratori che vanno messi in condizione di poter controllare i processi produttivi, di governarli democraticamente, di far interloquire produzione e territorio. Nel frattempo, ci sono però alcune misure che vanno subito implementate per sottrarre le classi popolari e il nostro paese alla miseria, al calo demografico, al fallimento.
Che cosa proponiamo
a) Misure generali
• Promuovere un accordo tra stati europei e Banca Centrale Europea per la trasformazione del debito pubblico detenuto dalle banche centrali per conto della Bce in debito perpetuo a tasso zero;
• Fermare le privatizzazioni che saccheggiano il Paese, rinazionalizzare i settori economici strategici: energetico, siderurgico, chimico, trasporti (navale, ferroviario, aerospaziale…) e farmaceutico;
• Riduzione delle spese militari, andando a censire e tagliare sprechi, sacche parassitarie, connivenze con le grandi imprese degli armamenti. La spesa deve essere impiegata solo per sistemi di carattere difensivo e non offensivo;
• Cancellare i provvedimenti che hanno alimentato le diseguaglianze territoriali: riforma del Titolo V, federalismo fiscale, autonomia differenziata, ecc.
• Abolire il vincolo di bilancio in Costituzione abrogando la legge costituzionale 1/2012 che ha riformato l’art. 81;
• Realizzare i punti della legge di iniziativa popolare “Riprendiamoci il Comune”.
In particolare: a. Riforma della finanza locale, con sostituzione del pareggio di bilancio finanziario con pareggio di bilancio sociale, ecologico, di genere; eliminazione norme che impediscono l’assunzione del personale;
reinternalizzazione servizi pubblici; strumenti di partecipazione locale; b. Socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, trasformata in ente di diritto
pubblico, mettendo a disposizione le risorse di risparmio postale come forma di finanziamento a tasso agevolato per gli investimenti dei Comuni decisi con percorsi di partecipazione territoriale; c. Utilizzare il gettito derivante
dalla raccolta del risparmio postale per il sostegno finanziario agli investimenti degli Enti locali e per finalità sociali ed ecologiche di interesse generale, attraverso finanziamenti a tasso agevolato e non di mercato;
• Adozione di una nuova nomenclatura statistica che corrisponda al cambiamento degli obiettivi sociali, affiancando al criterio del PIL altri indicatori del benessere collettivo;
• Separazione di banche d’affari, commerciali e assicurazioni;
• Promuovere la dedollarizzazione degli scambi commerciali e il progressivo ridimensionamento della quota del dollaro nelle riserve di valuta estera detenute dall’Italia;
• Riconversione ecologica dell’industria, pianificata dallo Stato e non affidata al mercato, in base alla logica dell’eguaglianza sociale;
• Creazione di una banca pubblica di carattere nazionale che regoli la propria attività in una logica di utilità sociale non sottomessa a quella del profitto e alla sua massimizzazione;
• Intervenire sulla composizione del capitale sociale di Banca d’Italia che pur essendo un Istituto di diritto pubblico ha come partecipanti al capitale sociale soggetti privati. Soggetti privati in parte sottoposti al controllo della
stessa Banca d’Italia e quindi, nonostante i limiti previsti dallo statuto per i partecipanti al capitale sociale, in una situazione di conflitto d’interesse.
b) Misure fiscali
• Introduzione di un’imposta patrimoniale progressiva per il 7% più ricco della popolazione. Nello specifico dello 0,52% per gli individui con un patrimonio netto superiore a 450.000 euro, dello 0,94% per quelli con un patrimonio netto superiore a 1 milione di euro e dell’1,35% per quelli con un patrimonio netto superiore a 1,5 milioni di euro. Tale provvedimento comporterebbe un aumento del gettito pari a circa 30 miliardi l’anno;
• Riforma della tassa di successione e donazione. Introdurre una tassazione progressiva per classi di patrimonio al posto delle attuali aliquote costanti (4% parenti in linea a retta, 6% fratelli e sorelle, 8% tutti gli altri). Abbassamento delle franchigie dall’attuale 1 milione di euro per i parenti in linea retta a 350.000 euro e per fratelli e sorelle da 100.000 euro a 60.000 euro.
Così facendo il gettito derivante dalla tassa passerebbe dall’attuale 1 miliardo l’anno a 10 miliardi l’anno. Successivamente stabilire un’eredità massima di 14 milioni di euro (cioè 100 volte la ricchezza netta mediana);
• Introdurre una tassa generale e progressiva sui grandi patrimoni immobiliari (tassa anti-palazzinari). L’obiettivo è scoraggiare l’accumulo immobiliare, incentivando la dismissione delle grandi proprietà, favorendo una redistribuzione
immobiliare in forma decentrata;
• Introdurre una tassa permanente sui superprofitti delle banche. Tassa del 4,8% sul reddito netto da interessi e da commissioni nette al di sopra degli 800 milioni di euro
• Lotta all’evasione e all’elusione fiscale. L’infedeltà fiscale non è un tratto culturale delle italiane e degli italiani. La propensione ad evadere ed eludere il fisco è simile a tutte le latitudini, ciò che determina l’estensione del fenomeno è la struttura produttiva di un paese, il sistema fiscale e i modelli di controllo. Come dimostrano le statistiche a livello internazionale il tax gap è strettamente connesso alla percentuale di lavoratori autonomi sul totale
degli occupati. I paesi con il minor numero di lavoratori indipendenti sono quelli dove minore è l’evasione e l’elusione fiscale. Ecco alcune misure di contrasto:
• Operare al fine di aumentare la percentuale di lavoratori dipendenti portandoci a livello degli altri grandi paesi europei. Ciò può avvenire tramite l’adozione di misure fiscali tese a disincentivare il lavoro autonomo e incentivare
i rapporti di tipo subordinato. Concentrare i controlli sulle attività a maggior rischio evasione, utilizzare in chiave preventiva l’ingente mole di dati a disposizione dei sistemi informativi (dati descrittivi delle fatture
elettroniche emesse e ricevute, i corrispettivi comunicati telematicamente e i movimenti risultanti dall’Anagrafe dei rapporti finanziari e dai pagamenti elettronici), incrementare sensibilmente il numero di accertamenti ordinari invertendo il trend degli ultimi anni (dai 267.000 controlli nel 2019 si è passati a 175.000 nel 2023). L’ obiettivo è dimezzare il tax gap nell’arco di 5 anni determinando così un incremento del gettito di circa 40 miliardi l’anno.
• Rendere maggiormente efficace ed efficiente la riscossione. Negli ultimi 20 anni il fisco è riuscito a recuperare solo il 13% delle somme accertate. La situazione non può essere risolta attraverso il continuo ricorso alla rottamazione
delle cartelle. Azzerare i debiti di chi è in difficoltà economica e fornire nuovi strumenti all’ente riscossore per recuperare le tasse non pagate da imprese e grandi contribuenti.
• Internalizzare i servizi di riscossione degli enti locali;
• Vietare la distribuzione e l’uso di banconote da 200€ e 500€;
• Stop condoni, scudi fiscali, rientri di capitali e tutte quelle misure che finiscono per ridurre l’effetto deterrente dei controlli;
• Aumentare i procedimenti giudiziari e inasprire le pene per i criminali dei colletti bianchi condannati per evasione fiscale;
• Ridurre l’aliquota ordinaria dell’IVA ddall’attuale 22% al 12% (valore previsto
quando fu introdotta l’imposta). Aumentare la lista di prodotti e beni esentati (prodotti alimentari, bevande, prestazioni sanitarie o assistenziali, farmaci, parafarmaci, assorbenti, dispositivi medici, utenze domestiche, trasporto
pubblico locale, etc); reintrodurre l’aliquota al 38% sui beni di lusso (esistente fino al 1993) ampliando la lista di beni rientranti nella categoria;
• Tassazione unificata per i redditi da lavoro e da capitale. Abolire tutti i regimi agevolati (forfettari, cedolare secca, imposta sul capital gain etc) e riportare tutte le tipologie di reddito nella base imponibile IRPEF, che attualmente
grava per l’85% su dipendenti e pensionati. Applicazione di una maggiorazione dell’aliquota IRPEF pari al 33% sui redditi da capitale, inclusi
rendite immobiliari, dividendi e profitti di altra natura, al fine di scoraggiare l’accumulazione di reddito da capitale rispetto al reddito da lavoro;
• Ripristinare una vera progressività dell’IRPEF. Passare dagli attuali tre scaglioni a 14 scaglioni: da 0% (no tax area) per redditi fino a € 20.280 annui (i.e. livello di salario minimo) fino all’aliquota massima del 90% per i redditi
oltre i 660.000€ annui, con aliquote intermedie fortemente progressive;
• Rendere trasparente l’amministrazione fiscale. Semplificare i procedimenti e offrire maggiore supporto ai contribuenti;
c) Finanziamenti statali
• Annullare i finanziamenti dello Stato alle imprese a fondo perduto con trasformazione
in prestiti a titolo oneroso e con revoca nei casi di violazioni (non solo penali, ma anche civili ed amministrative);
• Cancellare la totalità delle agevolazioni alle imprese;
• Dare centralità strategica alla ricerca e sviluppo a guida pubblica destinando fondi e risorse a obiettivi di benessere e crescita sociali;
• Reinternalizzazione delle aziende partecipate e di servizi. Rilancio del loro ruolo pubblico non solo per ciò che riguarda la “proprietà” ma rispetto anche alla loro funzione. Basta con il pubblico che insegue il privato. Cancellazione
del decreto concorrenza;
• Impedire che i dividendi distribuiti agli azionisti siano superiori all’importo versato ai dipendenti come partecipazione agli utili dell’azienda e se un’azienda ha distribuito dividendi nell’esercizio precedente, l’aumento percentuale dei dividendi non può essere superiore all’aumento percentuale del salario medio nell’azienda nello stesso periodo;
• Riformare le leggi sulla proprietà intellettuale. Ridurre la durata del diritto d’autore, dei marchi e dei brevetti a 10 anni dalla data di pubblicazione dell’opera o di registrazione dell’invenzione. Eliminare la possibilità di rinnovarli;
• Introduzione di una legge anti-delocalizzazioni con forti sanzioni per chi delocalizza e con il sequestro e la pubblicizzazione delle unità produttive coinvolte e l’affidamento di queste ai lavoratori in autogestione con la supplenza
di commissari del lavoro nominati dal ministero;
• Creazione di enti simili ai GAS, di natura pubblica, per l’accorciamento delle filiere di distribuzione dalla produzione al consumo in maniera programmata e sensibile alle problematiche ecologiche.
Ecologia, territorio ed energia
Il nostro pianeta è a un bivio. L’epoca in cui viviamo attesta, al di là di ogni ombra di dubbio, che i processi capitalistici devastano l’ambiente senza ritegno, producendo effetti devastanti. Dall’inquinamento atmosferico all’aumento della temperatura media, dall’aumentata frequenza di eventi meteorologici estremi
all’acidificazione degli oceani: sono solo alcuni dei tanti esempi possibili, già oggi evidenti e percepibili (anche drammaticamente: si pensi alle alluvioni “in serie” in Emilia-Romagna). Il pianeta, in una forma o in un’altra, è destinato
a sopravvivere: a rischio di rapida scomparsa sono, invece, le condizioni che hanno permesso la nascita e lo sviluppo dell’umanità e di altre specie. Siamo noi a doverci salvare, non la natura. La crisi ecologica è una questione sociale
ed economica, la giustizia climatica è giustizia sociale. Non solo chi lavora, ma anche chi subisce altre discriminazioni, come quelle di genere e razziali, è più colpito e, al contempo, ostacolato nell’assunzione di comportamenti ecologici. L’atteggiamento delle élite, globali ed europee, è mutato nel tempo: al business as
usual degli anni Sessanta e Settanta, secondo cui lo sviluppo economico prevale sempre e comunque sulla protezione ambientale (ai danni, semmai, ci si deve adattare), sono subentrati, negli anni Ottanta e Novanta, lo sviluppo sostenibile e la green economy, con la loro promessa “rivoluzionaria”: far soldi costruendo una società ecologica (in particolare mitigando il riscaldamento globale, cioè
riducendo l’emissione di gas climalteranti). A prescindere da cosa si pensi di questo progetto di riforma “verde” della società globale, occorre rilevarne il fallimento: dopo trent’anni di implementazione, le emissioni non solo non sono diminuite, ma crescono come non mai. Dunque: rimane vero che dobbiamo sia adattare i nostri sistemi produttivi alle conseguenze nefaste dei cambiamenti climatici, sia mitigarne la causa scatenante; però dobbiamo anche prendere atto che il capitalismo fa abbastanza male la prima cosa (e solo nel Nord del mondo)
e malissimo la seconda.
Per questa ragione, noi proponiamo un modello di ecologia socialista, che affronti i temi dell’ecologia e della crisi climatica attraverso un radicale cambiamento di prospettiva economica e sociale, che ci conduca al di fuori dei malsani
rapporti di produzione capitalistici. Se è vero che oggi, nel senso comune, è più facile immaginare la fine del pianeta piuttosto che quella di questo sistema, il nostro compito è rompere questa rassegnazione. I processi capitalistici sono la causa prima della scarsità, perché è solo quando i beni sono limitati e oggetto di proprietà privata che i processi di valorizzazione capitalistica trovano il terreno
su cui vivere e prosperare (su questa scarsità vivono per esempio gli ignobili mercati del carbonio, i derivati del clima, i bond delle catastrofi, la finanziarizzazione dell’acqua…).
Noi abbiamo un altro punto di vista: sappiamo che la vita degli esseri umani, degli animali e delle piante che conosciamo sulla terra è in pericolo; sappiamo che abbiamo, come umanità, già tutti gli strumenti per invertire rapidamente la rotta che ci sta portando al disastro ecologico; sappiamo che chi comanda non lo farà mai, e che solo una mobilitazione mondiale lo può imporre. Abbiamo le competenze e le capacità di visione e organizzazione per procedere in maniera autonoma rispetto alle fallimentari e conniventi istituzioni nazionali e internazionali,
per organizzarci con i popoli delle altre parti del mondo che lottano quotidianamente per una vita in armonia e uguaglianza.
Che cosa proponiamo
a) Tutela degli ecosistemi, del territorio e della biodiversità
L’Italia è un paese dalla straordinaria ricchezza biologica e paesaggistica, basti pensare che ospita circa il 30% della biodiversità europea. Grazie alla sua complessa morfologia, alle sue coste che si estendono per migliaia di km, e alla
presenza di catene montuose, foreste, fiumi e zone umide, il nostro territorio è caratterizzato da una serie di ecosistemi che svolgono un ruolo essenziale nella regolazione climatica. Tuttavia, questa ricchezza è oggi seriamente minacciata
dall’attuale modello di sviluppo, dal riscaldamento globale e dall’assenza di una politica ecologico-ambientale realmente efficace. Uno dei problemi più gravi che attanaglia il nostro territorio è il dissesto idrogeologico. Il 94% dei comuni italiani è classificato come a rischio frane o alluvioni, e il territorio a rischio
idrogeologico si estende per quasi il 20% della superficie nazionale. Negli ultimi decenni, frane e inondazioni hanno causato danni incalcolabili e centinaia di vittime, mentre gli investimenti in prevenzione restano gravemente insufficienti.
Secondo i dati ISPRA, ogni anno l’Italia spende oltre 1 miliardo di euro per riparare i danni causati dal dissesto idrogeologico, mentre le risorse per la prevenzione restano limitate, alimentando un circolo vizioso in cui si interviene solo dopo le catastrofi. L’impatto dei cambiamenti climatici sta aggravando
ulteriormente questa fragilità: l’innalzamento delle temperature sta alterando il ciclo delle precipitazioni, con periodi di siccità sempre più frequenti alternati a eventi estremi, come bombe d’acqua e ondate di calore. Le estati più lunghe e
più secche favoriscono incendi devastanti, mentre l’innalzamento del livello del mare minaccia le città costiere.
Per questo proponiamo:
• Realizzazione di un Piano Nazionale pluriennale per la Mitigazione del Rischio
Idrogeologico, con interventi prioritari nelle aree più vulnerabili e sui sistemi di monitoraggio e l’istituzione di un’Agenzia per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Il finanziamento verrebbe garantito riallocando la
spesa pubblica sulla prevenzione, riducendo così i costi delle emergenze, e introducendo una tassazione sulle grandi aziende con alto impatto ambientale;
• Introduzione di una Legge Nazionale sul Consumo di Suolo, riconoscendolo come risorsa limitata e non rinnovabile, con l’obiettivo di consumo di suolo zero entro il 2030. Stop alla cementificazione di suoli vergini, incentivando
la rigenerazione urbana e il riuso di edifici esistenti. Introduzione di una tassazione progressiva sul consumo di suolo e vincoli più stringenti per le nuove edificazioni. Potenziamento del monitoraggio nazionale con
un Catasto del Suolo per garantire trasparenza e controllo;
• Modifiche legislative sulla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e sulla Valutazione Ambientale Strategica (VAS), ripristinando il parere vincolante di un gruppo di esperti indipendenti, selezionati in base a criteri di competenza e assenza di conflitti di interesse con i proponenti dell’opera, garantendo così decisioni trasparenti e orientate alla tutela ambientale;
• Attuazione di un Programma Nazionale di Risanamento Idraulico e Morfologico, con il ripristino della morfologia fluviale preesistente, la rimozione di opere artificiali dannose e la creazione di zone di espansione naturale per ridurre il rischio idrogeologico. Il finanziamento sarà garantito da una tassazione sui grandi costruttori, responsabili del consumo di suolo e dell’impermeabilizzazione del territorio;
• Promozione del rimboschimento urbano e dell’inerbimento degli spazi pubblici, con la creazione di cinture verdi, parchi e coperture vegetali. Incentivi alla piantumazione di alberi nelle aree urbane, migliorando la qualità dell’aria e riducendo le isole di calore. Il finanziamento sarà garantito da una tassazione sui grandi operatori immobiliari, per compensare l’impatto del consumo di suolo e rendere le città più vivibili;
• Potenziamento del Piano Nazionale di Bonifica dei Siti Inquinati, garantendo interventi più rapidi ed efficaci secondo il principio “chi inquina paga”. Le aziende responsabili dell’inquinamento dovranno sostenere i costi della bonifica, riducendo gli oneri a carico dello Stato;
• Ampliamento delle aree protette, rafforzando gli enti di gestione territoriali, regionali e nazionali. Creazione di corridoi verdi per connettere ecosistemi e favorire la tutela della fauna;
• Ricostituzione della Guardia Forestale come corpo autonomo, separato dall’Arma dei Carabinieri, con compiti di sorveglianza attiva sul territorio, prevenzione e contrasto dei reati ambientali, tutela delle foreste, della biodiversità e del patrimonio naturale, garantendo maggiore presenza e specializzazione nella protezione dell’ambiente;
• Sospensione delle concessioni edilizie per la Grande Distribuzione Organizzata, incentivando invece il commercio di prossimità per valorizzare le attività locali e sostenere l’economia del territorio;
• Divieto di caccia su tutto il territorio nazionale e limitazione della sperimentazione sugli animali, consentita esclusivamente nei casi in cui sia indispensabile per la ricerca medica. Promozione di metodi di ricerca alternativi,
sviluppo di tecnologie sostitutive e rafforzamento della tutela del benessere
animale.
b) Energia
• Combattere il cambiamento climatico e il suo impatto sul pianeta e i suoi abitanti, in particolare quelli delle zone più povere, necessita un immediato processo di de-carbonizzazione per arrivare a emissioni zero nette entro il 2050. Invece, lobbisti e attori dell’industria del fossile hanno compromesso
lo sviluppo di politiche climatiche efficaci e di conseguenza gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) denunciano da anni l’insufficienza dei programmi messi in atto o promessi dai governi. Le misure necessarie per la transizione ecologica devono essere a carico
maggiore dei grandi attori dell’industria del fossile, quelle necessarie per la riduzione dell’inquinamento a carico di chi inquina. Nella costruzione di nuovi impianti devono essere coinvolti le comunità territoriali del luogo e
vanno considerati gli effetti ambientali, sociali e di consumo di suolo causati dall’estrazione di materie prime e dalla produzione di semilavorati nei luoghi di origine, perché ogni prospettiva ecologica dev’essere inquadrata in una prospettiva internazionalista e anticoloniale. Per questo proponiamo:
• Promozione dell’autoproduzione di energia pulita attraverso il supporto pubblico alla creazione di comunità energetiche, evitando che quest’onere ricada sui cittadini; la riconversione energetica deve partire dalle comunità territoriali per non cancellare il paesaggio, la memoria dei luoghi e le economie locali; tutti i fondi a disposizione per il settore energetico vanno utilizzati appieno per incentivare tali trasformazioni, soprattutto in un’ottica di decentralizzazione (la produzione diffusa minimizza infatti le dispersioni inerenti al trasporto di energia), e nuovi fondi vanno recuperati azzerando i sussidi al fossile;
• Investire il doppio delle risorse attuali nelle energie rinnovabili, nell’efficientamento
energetico e nella riduzione dei consumi; le fonti di energia rinnovabile principali verso cui indirizzarsi sono il sole e il vento e per l’installazione degli impianti va valutata la collocazione più idonea che porti al minor impatto ambientale;
• Pianificare lo sviluppo di tutte quelle tecnologie (centrali idroelettriche di
pompaggio, sistemi vehicle-to-grid, etc.) che consentono di gestire in maniera più efficiente ed ecologica i picchi e cali di domanda energetica e l’intermittenza della produzione da fonti rinnovabili, riducendo drasticamente
il ricorso ad accumulatori tradizionali;
• Aumentare l’efficienza energetica del patrimonio edilizio pubblico, a partire da case popolari, ospedali, scuole e uffici pubblici;
• Elaborazione di un Piano nazionale di ristrutturazione energetica, sostenendo le famiglie nella scelta delle soluzioni più adatte e più economiche di ristrutturazione, e nell’accesso agli incentivi, per ridurre sensibilmente i consumi energetici delle abitazioni; abolire misure classiste come il Super-Bonus a favore di politiche pubbliche che favoriscono l’equità sociale attraverso incentivi fiscali per le famiglie a basso reddito;
• Programmare investimenti per ricerca su energie rinnovabili, tecnologie di gestione efficiente, risparmio energetico, sostenibilità ambientale e economia verde per arrivare al 2% del PIL annuo;
• Prevedere la programmazione di un piano energetico nazionale da rinnovare ogni 5 anni;
• Imporre l’utilizzo di energia pulita per i server e i data center di tutte le aziende che operano sul territorio nazionale;
• Produzione di biogas e biocarburante (per esempio da rifiuti o coltivazione di canna comune) al posto di nuove infrastrutture per il fossile; no a nuovi trivellazioni, oleodotti, gasdotti e rigassificatori;
• Riportare in mano pubblica le aziende energetiche nazionali ENEL ed ENI per una riduzione della dipendenza dagli idrocarburi fossili; contrastare la costruzione di grandi monopoli delle multi-utility e puntare alla ripubblicizzazione di tutti i servizi;
• Sfruttamento della Geotermia sia come fonte rinnovabile sia come sistema di stoccaggio energetico (geotermia inversa a bassa entalpia);
• Mantenere i contenuti dei referendum del 1987 e 2011 che vietano la costruzione di centrali nucleari in Italia; revisione e applicazione del piano per lo smaltimento e lo stoccaggio delle scorie radioattive, individuando il deposito nazionale definitivo e superando l’attuale gestione “temporanea” nel pericoloso deposito di Saluggia (TO) dove sono stoccate l’80% delle
scorie nazionali da quasi 40 anni.
c) Acqua pubblica
L’acqua è una risorsa fondamentale per la vita e per gli ecosistemi, ma oggi in Italia è sempre più minacciata da molteplici fattori. L’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, la crescente siccità dovuta ai cambiamenti climatici e una
gestione inefficiente rendono l’accesso all’acqua una sfida cruciale per il futuro.
La privatizzazione dei servizi idrici sostenuta da tutti i governi di destra e di centrosinistra, solleva preoccupazioni sulla garanzia di un diritto universale.
Inoltre, la scarsa manutenzione delle infrastrutture comporta enormi sprechi: si
stima che oltre il 40% dell’acqua venga dispersa lungo la rete idrica. Affrontare questi problemi richiede una visione chiara e una strategia integrata che coniughi investimenti nelle infrastrutture e una gestione pubblica equa ed efficiente.
Per questo proponiamo:
• Attuazione del referendum del 2011, abrogando le concessioni ai privati di uso esclusivo di fonti e risorse idriche sul territorio nazionale; prevedere un piano di ristrutturazione della rete idrica nazionale ed efficientare la distridistribuzione di acqua per ridurre le perdite nelle infrastrutture di distribuzione;
• Creazione di un ente nazionale pubblico di gestione delle acque che abbia uno stretto rapporto con le comunità territoriali, gestisca il ciclo integrato delle acque dalla potabilizzazione alla gestione della rete idrica fino agli impianti
di depurazione civili;
• Investire sugli invasi al fine di trattenere le precipitazioni sempre più rare e intense al fine di renderle disponibili nei periodi di maggiore siccità, in particolar modo nel settore agricolo; prevedere sistemi per il recupero delle
acque grigie e piovane;
• Verifica e ammodernamento degli impianti di depurazione industriali e civili esistenti; controllare che gli impianti industriali rispettino la legge 152/2006; programmazione ed ottimizzazione di nuove costruzioni;
• Abbassamento dei valori limite per la presenza dei PFAS nell’acqua potabile prevista nella normativa di legge; prevedere limiti di legge nello scarico industriale e nei depuratori civili incentivando la riconversione industriale;
• Migliorare l’utilizzo dell’acqua nel settore agricolo, intervenendo sulla distribuzione
e riducendo la produzione di colture idrovore quali mais e soia destinate in gran parte all’esportazione o all’alimentazione degli animali negli allevamenti intensivi.
d) Pianificazione urbana, trasporto pubblico e mobilità
Negli ultimi decenni, la crescita disordinata delle città e l’assenza di una pianificazione
urbana sostenibile hanno portato a un aumento dell’inquinamento, del traffico e del consumo di suolo. Le politiche urbanistiche devono essere
ripensate con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita, ridurre le emissioni e favorire uno spazio urbano più equo e razionale. È essenziale promuovere una gestione del territorio che privilegi spazi pubblici accessibili, tutela dell’ambiente e benessere dei residenti, contrastando la cementificazione selvaggia e la
speculazione edilizia. Sul fronte della mobilità e dei trasporti, occorre puntare su un servizio pubblico rafforzato, efficiente, affidabile e capillare, investendo nella manutenzione e nel ripristino delle infrastrutture esistenti piuttosto che in grandi opere inutili, spesso fonte di sprechi e speculazioni. Il potenziamento del
trasporto su rotaia, rispetto a quello su gomma, è cruciale per ridurre il traffico e l’inquinamento, offrendo al contempo alternative valide ai cittadini. Senza un
cambiamento di visione, continueremo a subire congestionamenti, disagi e un degrado ambientale che impattano negativamente sulla salute e sulla vivibilità urbana ed extraurbana. Per questo proponiamo:
• Fermare le grandi opere inutili e dannose, dal TAV in Val di Susa al Ponte sullo Stretto di Messina e reinvestire i fondi nel trasporto pubblico. Bonificare le aree cantierizzate e devastate in Val Susa e restituire i terreni espropriati agli originari proprietari;
• Raddoppiare i finanziamenti per il trasporto pubblico locale sviluppando i collegamenti intermodali, rendendolo gratuito, come accade sempre di più in diversi paesi europei;
• Moratoria per tutti i nuovi progetti di costruzione o allargamento di strade e autostrade, favorendo invece la messa in sicurezza e la manutenzione dell’infrastruttura esistente;
• Rimettere l’Italia e l’Europa su rotaie; ripartire dai treni notte e dal trasporto di prossimità, con l’obiettivo di abbattere di almeno il 50% i voli continentali e di eliminare il privato dal settore; potenziare le linee di trasporto merci già esistenti e recuperare o aumentare la rete capillare di snodi e stazioni ferroviari;
• Introdurre carte regionali e interregionali dei trasporti ovunque e pianificare gli orari per favorire l’interscambio tra diversi mezzi di trasporto;
• Socializzare il settore automotive, attribuendo al pubblico e alle rappresentanze dei lavoratori il controllo maggioritario; riconvertire la produzione alla realizzazione di treni, tram, bus, bici, vetture per car sharing e di tutti i veicoli necessari per garantire un trasporto pubblico e la mobilità sostenibile;
• Rielaborazione della legge quadro per l’urbanistica del 1942 che affronti finalmente gli effetti negativi dei processi in atto e che sia pensata in connessione con una gestione ecologica del territorio con proposte di iniziativa
per far rivivere le parti interne del Paese, sempre più oggetto di abbandono;
• Stop alla privatizzazione degli spazi pubblici e dei centri storici, trasformati in luoghi ad uso esclusivo per i turisti e preclusi ai residenti.
e) Attività produttive
Il controllo e il monitoraggio delle attività produttive sono elementi fondamentali per il progresso di un paese. Industria, agricoltura e allevamenti costituiscono le colonne portanti dell’economia ma, senza un’adeguata regolamentazione, queste attività possono avere impatti devastanti sull’ambiente, sulla salute
pubblica e sulla qualità della vita. Affidare la gestione di tali settori unicamente alla logica del profitto porta inevitabilmente problemi come l’inquinamento, lo sfruttamento delle risorse naturali e il degrado ambientale. È quindi necessario un cambio di paradigma dove la priorità sia il benessere collettivo, anziché il
profitto privato. Questo implica una forte azione pubblica che garantisca il rispetto di norme ambientali rigorose, la promozione di tecnologie ecologiche e l’adozione di pratiche agricole e zootecniche che non danneggiano l’ambiente.
Per questo proponiamo:
• Creazione di un fondo pubblico per l’innovazione industriale e lo sviluppo di tecnologie ecologiche con l’obiettivo di proteggere i settori strategici, modernizzare il sistema produttivo e ridurre drasticamente l’impatto ambientale;
• Incentivare la produzione di prodotti completamente riciclabili; accelerare i tempi di transizione e aumentare i valori minimi di uso di materiale riciclato richiesti dal DL 196/2021 per la produzione di contenitori di plastica con
l’abolizione della produzione e il divieto di importazione di tutti i prodotti di plastica monouso entro il 2030;
• Introduzione di una legge che vieti l’utilizzo e la produzione di PFAS su tutto il territorio nazionale;
• Sviluppare e promuovere alternative al consumo massiccio di proteine animali;
chiudere gli allevamenti intensivi che impattano in modo drammatico sul consumo di suolo, sulla salute della popolazione e rendono necessario
un massiccio ricorso all’agricoltura intensiva;
• Favorire un modello di produzione alimentare legato al territorio, promuovendo un rapporto più equilibrato con le risorse naturali e il raggiungimento della sovranità alimentare delle comunità, a partire dai Paesi del Sud del
mondo; predisporre strumenti di programmazione e pianificazione agricola
che favoriscano, anziché disincentivare, l’allevamento biologico e di piccola scala e tecniche agricole o di allevamento rispettose dell’ambiente e degli animali, e che riportino la proprietà delle sementi nelle mani dei contadini;
• Requisire l’attività economica per chi inquina e devasta l’ambiente, tutelando al contempo i dipendenti lavoratori con strumenti di sostegno al reddito, di riconversione professionale e reinserimento nell’economia verde; incentivare
le imprese che accettano la riconversione con strumenti finanziari e ammortizzatori sociali; introdurre strumenti giuridici per garantire l’imposizione reale della riparazione dei danni causati;
• Nazionalizzazione dell’Ilva e predisposizione di un piano per le bonifiche e la riconversione.
f) Rifiuti
• Puntare sull’economia circolare e su una strategia “rifiuti zero” è fondamentale per superare le continue emergenze legate alla gestione dei rifiuti, spesso aggravate da scandali, infiltrazioni criminali e inefficienza amministrativa.
Discariche abusive, incendi negli impianti di smaltimento e crisi ricorrenti dimostrano i limiti del sistema attuale. Investire nel riciclo e nella
riduzione degli sprechi non solo ridurrebbe l’impatto ambientale, ma creerebbe anche nuove opportunità occupazionali. Per questo proponiamo:
• Abolizione degli inceneritori, rimettendo al centro dello smaltimento rifiuti il recupero di materie prime, il riciclo e anche il recupero energetico senza combustione diretta (per esempio gassificazioni di ultima tecnologia);
• Aumento degli investimenti per la raccolta differenziata e per il potenziamento degli impianti di trattamento moderni per ridurre l’impatto ambientale e rendere il sistema più efficiente. Per finanziare queste misure vogliamo
introdurre una tassazione extra sui grandi produttori di rifiuti;
• Promuovere l’ecologia digitale, incentivando l’uso prolungato dei dispositivi attraverso software libero e contrastando le pratiche di obsolescenza programmata; la produzione e lo smaltimento delle apparecchiature elettroniche
incidono, infatti, profondamente sull’impatto ambientale del settore tecnologico;
• Riportare completamente in mano pubblica la filiera del rifiuto, sia quella dei rifiuti solidi urbani (RSU), da internalizzare negli enti locali, che quella dei rifiuti speciali/industriali da nazionalizzare.
Giustizia e uguaglianza
Non esiste una vita libera e bella senza giustizia. Negli ultimi anni questa parola è stata associata – più che alla giustizia sociale, all’abolizione dei privilegi di pochi e al riconoscimento e alla protezione di tutte le persone – alla persecuzione contro gli ultimi e i poveri, o all’idea che ognuno possa e debba “farsi
giustizia da sé”… Certo, non da ora la giustizia che viene applicata nei tribunali è espressione di un ordine che spesso fa comodo alle classi dominanti. Ed è con questa giustizia violenta le classi popolari hanno quotidianamente a che fare. Negli ultimi anni una serie di riforme nell’ambito del diritto penale lo hanno trasformato sempre più in una poderosa macchina di repressione e condanne. Allo stesso tempo, le misure di “prevenzione” che limitano i diritti fondamentali della persona, si sono allargate a dismisura – come ben sanno i militanti e gli attivisti – attraverso l’uso dei fogli di via e dei Daspo. Si tratta assai spesso dell’estensione di misure esistenti spacciate alle classi popolari come assolutamente necessarie per combattere fenomeni di criminalità organizzata. In realtà questa perenne emergenza dimostra come basta mutare i destinatari delle norme per ottenere delle straordinarie modalità di repressione sociale diffusa.
A fronte di un costante rafforzamento degli apparati repressivi si assiste a una forte limitazione – meglio sarebbe dire smantellamento – delle guarentigie
costituzionali e difensive. I processi diventano sempre più complessi per l’uso di metodologie di indagini a tecnologia avanzata quali intercettazioni diffuse anche per mezzo l’uso di trojan che attivano in permanenza ogni dispositivo infetto facendolo diventare un registratore permanente audio e video di ogni
aspetto della vita personale. Per difendersi serve, dunque, non solo un valido apparato difensivo, ma la possibilità di far ricorso a figure specializzate di tecnici. Ciò ovviamente ha un costo rilevante che i poveri quasi sempre non possono permettersi. La protezione offerta dall’accesso alle norme sul patrocinio a spese
dello Stato si dimostra nei fatti insufficiente al fine di dotarsi di figure idonee. Per tacere dei casi, non infrequenti, di impossibilità a ricorrere a tale istituto di welfare – per superamento del limite entro il quale è garantito l’accesso, cosa
che accade a chi ha un reddito anche solo ordinario. Il diritto di accedere alla copia degli atti, poi, risulta falcidiato da spese di giustizia notevoli. Insomma, tutto questo attesta come la giustizia sia l’ideologia del più forte che diventa terribile concretezza per chi ogni giorno è costretto a varcare la soglia dei tribunali.
Il diritto penale del nemico, il diritto penale totale si trasferisce poi in carcere. I mutamenti legislativi, mentre cancellano l’abuso di ufficio, si sbizzarriscono in dispositivi di stampo fascista che prevedono la moltiplicazione delle pene per
reati sociali, garantendo l’apertura, in entrata, dei cancelli delle carceri. Dobbiamo batterci contro la logica carcero-centrica nella quale siamo piombati, ribadire che il carcere non serve ai fini della rieducazione e del reinserimento nella società, ma è solo un meccanismo vendicativo che, come dimostrano tutti gli
studi, produce recidive.
Giustizia è il diritto dei piccoli di essere trattati come i grandi, di lottare contro i soprusi e non di essere oggetto di soprusi; è l’eliminazione di ogni discriminazione nel riconoscimento delle colpe e dei torti, la rimozione alla radice di
ciò che non funziona nella società.
Che cosa proponiamo
a) Misure generali
• Riformare la Pubblica amministrazione, con assunzione di almeno un milione di nuove unità di personale, per metterla al passo con le esigenze della collettività e garantire che sia efficiente, amichevole, trasparente;
• Dare piena attuazione alla seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione;
• Abolizione del R.D. n. 773/31, “Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza” e contestuale stesura di regolamenti amministrativi sostitutivi fondati sulla formazione e non sull’azione autorizzativa e repressiva;
b) Meno repressione
• Alleggerire la pressione sugli istituti carcerari, partendo da un’amnistia e indulto generalizzati per i reati minori, favorire le misure alternative, nell’ottica di superare l’istituto della detenzione come forma principale o unica di pena;
• Adeguare il sistema carcerario italiano agli standard dei diritti umani tramite investimenti economici e indirizzandolo al reinserimento in società, su ispirazione del modello scandinavo. Avvio di una pianificazione dell’edificazione
carceraria nel senso dell’umanizzazione degli spazi al fine di garantire ai detenuti e agli operatori luoghi che favoriscano la crescita e non l’abbrutimento. Perché il carcere sia sempre meno luogo di vendetta e sempre più
luogo di cambiamento;
• Cancellare il 41bis, regime di detenzione che secondo due sentenze della Corte europea dei diritti umani, confermate da un rapporto del Consiglio d’Europa, è equiparabile a una forma di tortura;
• Abolizione dell’ergastolo e dell’ergastolo ostativo, dando piena attuazione all’articolo 27 della Costituzione;
• Garantire processi rapidi e giusti, evitando che la certezza del diritto alla difesa sia una questione di possibilità economica;
• Introduzione del patrocinio gratuito con libera scelta dell’avvocato sotto una certa soglia di reddito;
• Pianificare un programma di depenalizzazioni per reati minori;
• Abolire i decreti penali di condanna, i Daspo, le zone rosse prefettizie. Abolire le misure di prevenzione legate alla militanza e all’attività politica;
• Liberalizzare e legalizzare la vendita e il consumo di droghe leggere;
• Fare della lotta alle mafie una priorità, eliminando le norme che le favoriscono (come appalti in deroga, soglie alte per procedure semplificate etc);
• Potenziare le pratiche di riutilizzo sociale dei beni confiscati. Tale pratica non svolge solo una funzione punitiva ma di redistribuzione della ricchezza e il bene torna a essere utile socialmente;
• Abolizione dei CPR;
• Maggiori fondi per istruzione in carcere;
• Accesso gratuito – o almeno a prezzi simbolici – ai fascicoli di indagine;
• Immediata introduzione dei codici identificativi sulle uniformi degli agenti e dei militari;
• Formazione obbligatoria e continua di tutte le forze di polizia in materia di diritti umani, gestione non violenta dei conflitti e decostruzione del machismo;
• Riforma globale delle forze armate e delle forze dell’ordine, con azzeramento delle cariche e istituzione di scuole di formazione per le forze dell’ordine ispirate a principi repubblicani, democratici e antifascisti;
• Severo e stringente controllo parlamentare sui servizi segreti;
• Reintroduzione del reato d’abuso d’ufficio con raddoppiamento della pena: rafforzamento delle pene contro i reati dei cosiddetti “colletti bianchi”;
c) Ambito del lavoro
• Introduzione del reato di omicidio sul lavoro;
• Ripristinare controlli periodici senza preavviso e sanzioni severe e certe contro chi sfrutta il lavoro, chi fa ammalare e morire la gente di lavoro, chi obbliga a dimissioni in bianco;
• Rafforzare le ispezioni in materia di salute e lavoro con l’assunzione di un numero cospicuo di nuovi ispettori INL, cancellando tutte le norme che, in nome della semplificazione, hanno di fatto lasciato carta bianca agli sfruttatori;
• Installazione di sedi ispettive INL permanenti in alcuni luoghi della produzione caratterizzati da enormi concentrazioni di lavoratori, irregolarità diffuse e rischi per la sicurezza (mega industrie, cantieri navali, campagne e
terra di caporalato, distretti turistici);
• Rafforzamento dell’INL anche attraverso l’eliminazione di tutte quelle circolari (da Sacconi in poi) che hanno limitato l’intervento e le modalità ispettive;
• Eliminazione delle leggi anti-sciopero.
Autodeterminazione e lotta alla violenza di genere
Negli ultimi anni il protagonismo femminile, del movimento transfemminista e della comunità LGBTQIA+ nelle lotte ha rimesso al centro del dibattito del nostro Paese il tema della violenza di genere, della isuguaglianza, dell’appropriazione gratuita del lavoro domestico e della disparità in termini di accesso ai diritti e alle condizioni di lavoro. La risposta politica e istituzionale a questa presa di parola non è mai stata all’altezza delle aspettative e talvolta si è rovesciata in veri e propri attacchi al diritto all’autodeterminazione.
Le destre hanno provato e stanno provando, complice anche l’affermazione del discorso trumpiano, a rimettere indietro le lancette della Storia riproponendo una separazione dei ruoli di genere presuntamente naturale, attaccando
il diritto a decidere del proprio corpo, cavalcando e alimentando la pretesa di restaurare e rafforzare un dominio maschile. Si sono spinte a utilizzare le rivendicazioni
legate alla richiesta di una maggiore sicurezza sociale – che significa anche e soprattutto più diritti e tutele – in chiave puramente repressiva e xenofoba. Ogni occasione possibile è stata sfruttata per provare a incolpare della violenza e della discriminazione sulle donne soggetti e comunità razzializzate che “metterebbero in pericolo” la nostra civiltà – mentre sappiamo benissimo e i dati ci dicono che questa violenza è sistemica e viene perpetrata nella maggior
parte dei casi da persone bianche all’interno delle mura domestiche. Continuo è anche l’attacco volto a cancellare i diritti legati alla salute sessuale e riproduttiva, particolarmente duro in un Paese come il nostro dove ancora si fa sentire con forza l’ingerenza del Vaticano e dove, a causa dello smantellamento del welfare,
e in particolare della sanità pubblica, diviene impossibile accedere anche a quei diritti che formalmente sarebbero ancora garantiti.
Anche le cosiddette “forze progressiste”, apparentemente alleate sul fronte del contrasto alla violenza di genere, all’uguaglianza e all’inclusività, contribuiscono e hanno contribuito a rendere difficile e piena di ostacoli la nostra lotta, approfondendo i processi di precarizzazione nel mercato del lavoro, smantellando lo Stato sociale e provando a annacquare le nostre istanze. Spostando il focus delle rivendicazioni e dei discorsi esclusivamente sul piano formale e culturale, hanno provato a renderli astratti e meno incisivi, a rimuovere la loro natura di classe. Hanno provato a farci barattare le “panchine rosse” con i necessari interventi concreti che la situazione del gender gap e della violenza di
genere nel nostro Paese richiederebbero. Le rappresentazioni, le parole, i simboli, contano, ma devono essere sostanziati in un discorso e in un intervento che renda possibile la vita e la protezione delle persone escluse, marginalizzate,
oppresse. Quando parliamo di essere protette e difese parliamo di questo: di misure concrete che rendano le nostre vite più vivibili – in termini lavorativi, sul piano dei diritti, della salute.
Nel Gender Gap Report 2024, il rapporto sul divario tra uomini e donne, l’Italia è all’87esimo posto su 144, perdendo 8 posizioni rispetto al 2023, ed era al 50esimo nel 2015: si inaspriscono dunque le disuguaglianze. Per dare un’idea, la Spagna è al decimo posto, guadagnando 8 posizioni, la Francia al 22esimo
guadagnandone 18. Se si guarda alla classifica specifica sulla partecipazione economica, scende al 111esimo posto. Sulle donne continua a scaricarsi il doppio lavoro produttivo e riproduttivo: i tagli al sistema di welfare, in una società incapace di rimettere in discussione la divisione dei ruoli maschili e femminili, si traducono nella negazione del “diritto al tempo”, con le donne che dedicano al lavoro domestico e di cura una media di oltre 5 ore al giorno, il triplo degli uomini.
La crisi ha acuito i problemi. L’Italia è ultima in Europa per occupazione femminile (era penultima nel 2018); una donna su 5 esce fuori dal mercato del lavoro dopo il parto; sulle donne si concentrano il part-time imposto (più che
doppio rispetto agli uomini), la precarietà e la sottoccupazione. Nonostante la differenza retributiva oraria sia “solo” del 5%, in un anno una donna guadagna mediamente quasi 8.000 euro in meno rispetto a un uomo. La violenza contro le donne e le persone della comunità LGBTQIA+ è cronaca quotidiana, così come le discriminazioni sul lavoro e nella società tutta. Violenza che si esercita non solo sul piano fisico ma anche nel non riconoscimento pieno delle relazioni e delle famiglie “non tradizionali”.
Queste discriminazioni, violenze, ingiustizie non sono frutto esclusivo di una tendenza culturale o morale, hanno a che fare con la struttura e il funzionamento stesso del nostro sistema economico e sociale. Scomporre le classi popolari, dividere e addirittura contrapporre le persone oppresse nella corsa ai diritti è una strategia nota quanto funzionale a un meccanismo di appropriazione e sfruttamento che ci vuole rendere incapaci di riconoscere alleati e nemici. Se le destre provano a ricompattare il loro fronte e a conquistare consensi a partire da impulsi individualistici, xenofobi, sessisti, suprematisti, se le “sinistre progressiste” rimuovono la matrice materiale delle disuguaglianze e delle discriminazioni,
noi abbiamo il compito di ricompattare questo fronte a partire dall’esigenza comune e immediata di rendere vivibili le nostre vite.
Questo fronte deve essere costituito e rafforzato a partire dalla differenza dei
nostri vissuti e delle nostre condizioni, ma nella consapevolezza della matrice
comune della nostra oppressione, dei bisogni e delle istanze comuni che ci legano.
Che cosa proponiamo
- • Garantire la parità di diritti, di salari, di accesso al mondo del lavoro a tutti i livelli e mansioni a prescindere dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale;
• Garantire uguale accessibilità a tutti i percorsi di studio e formazione; garantire misure di supporto che ri-equilibrino la disuguaglianza che caratterizza la nostra società invece di approfondirle, in particolare nel contesto del mercato del lavoro (congedo mestruale, ampliamento dei congedi di maternità/paternità e delle indennità economiche);
• Lavorare a una migliore distribuzione del lavoro di cura tra i generi e a un sistema di welfare (asili nido, supporto per persone che necessitano di specifiche cure: anziane, malate, con disabilità etc) che liberi tempo di vita per tutte e tutti;
• Assicurare a ogni persona il diritto di gestire il proprio corpo e la propria vita, senza interferenze religiose o patriarcali. Modificare in senso estensivo e migliorativo della legge 194/78: contro i continui attacchi al diritto di aborto
– diretti e indiretti, legati all’obiezione di coscienza e allo smantellamento della sanità pubblica –, vietare l’accesso di gruppi e associazioni antiabortisti nei consultori e nei luoghi di cura, rimuovere la possibilità dell’obiezione di coscienza e l’obbligo alla “settimana di riflessione” per le persone che vogliono praticare l’IVG;
• Potenziare la rete dei consultori (dovrebbe essercene uno ogni 20 mila
abitanti, oggi ce n’è uno ogni 70 mila), garantire a tutte le persone la piena e reale libertà di scelta sulle proprie vite e i propri corpi, il pieno diritto alla salute sessuale e riproduttiva, l’accesso alla fecondazione assistita, anche eterologa, a prescindere dallo stato di famiglia; il pieno supporto pubblico ai percorsi di transizione (sia per quanto riguarda l’iter sanitario che legale);
• Lottare per garantire il principio costituzionale della laicità dello Stato e
contro l’ingerenza della Chiesa sulla legiferazione italiana. Abrogare i Patti
Lateranensi e i finanziamenti alla Chiesa Cattolica;
• Eliminare ogni forma di intervento religioso all’interno della sanità. Eliminare dell’ora di religione in ogni ordine e grado della scuola e sostituirla con un’ora di formazione sulla interculturalità e l’educazione sessuo-affettiva;
• Combattere la diffusione dell’HIV e di altre malattie sessualmente trasmissibili attraverso la promozione della contraccezione e dell’educazione
sessuale, rendere disponibili a tutte e tutti le nuove tecniche di prevenzione e cure, operare per la de-stigmatizzazione delle persone affette da queste e altre malattie erroneamente associate a condotte “disdicevoli”;
• Incentivare una formazione che fornisca strumenti per decostruire il sessismo e educhi al riconoscimento della molteplicità delle differenze. Incentivare strumenti materiali e culturali che inibiscano la violenza (fisica, ma anche sociale, culturale, normativa) e discriminazione delle donne e delle persone della comunità LGBTQIA+ attraverso una legge contro
l’omotransfobia e il potenziamento dei CAV;
• Rivedere la legge italiana sulla violenza sessuale e le politiche per la prevenzione della violenza di genere alla luce della Convenzione di Istanbul, a cui l’Italia ha aderito ma le cui misure non ha mai implementato;
• Sostenere e implementare la diffusione di strumenti di supporto economico che incentivino l’autonomia e aiutino a allontanarsi da eventuali contesti di
rischio e persone maltrattanti;
• Garantire i diritti e le aspirazioni tutte le persone, quale che sia il loro orientamento sessuale o identità di genere, sia come individui che nella loro vita di coppia, con l’introduzione del matrimonio egualitario, del riconoscimento pieno dell’omogenitorialità a tutela dei genitori, dei figli e delle famiglie e con la ridefinizione dei criteri relativi all’adozione, consentendola anche a single e persone omosessuali. Riconoscere come
“famiglie” ogni insieme di persone che attuano una convivenza e si assicurano sostegno reciproco.
Come la vita libera e bella non può essere realizzata senza un radicale intervento sull’economia e sul diritto e senza rendere armonico il nostro rapporto con l’ambiente circostante, così non può essere realizzata senza delle grosse riforme istituzionali. Dal livello locale al livello internazionale, vediamo che le
forme di governo si fanno sempre più autoritarie, elitarie, escludenti. Le persone
che vorrebbero partecipare vengono represse, a quelle che guardano si insegna a obbedire o al massimo a lasciar fare, perché tanto opporsi non serve a niente. Logiche opprimenti vengono imposte come “naturali” e indiscutibili.
Per una vita democratica, in pace e cooperazione
Parte III
Noi crediamo in una democrazia reale, quella che alla lettera vuole mettere il potere nelle mani del popolo e non solo nelle mani di una parte ristretta, oligarchica. Per questo ci battiamo per tutte le riforme strutturali che possano avvicinare le cittadine e i cittadini, qualsiasi sia il loro colore o la loro provenienza, alla politica, farli partecipare al dibattito e alle discussioni delle leggi, farli sentire pienamente rappresentati. In Italia questo vuol dire ridare centralità alle norme più progressive e spesso meno considerate della nostra Costituzione, ridare un potere democratico alle istituzioni di prossimità, abolire invece quei luoghi che sono solo potentati e coacervi di interessi locali, sprechi di risorse per le clientele, burocrazia parassitaria.
Ma che vuol dire tutto questo a livello internazionale? Gli ultimi anni sono
dominati da venti di guerra in ogni angolo del mondo. Dal confine russo-ucraino al genocidio del popolo palestinese, i nostri paesi sono direttamente coinvolti in quella che è stata definita la “Terza guerra mondiale a pezzi”. La nuova amministrazione statunitense, con il suo pericoloso tentativo di rilanciare aggressivamente l’imperialismo USA (in particolare contro la Cina ma anche ridimensionando i propri alleati), sta facendo fare un salto di qualità a questi processi. I governanti europei li riprendono e spingono verso il riarmo, aiutati dall’estrema destra che si rivela sempre essere il cane da guardia dei grandi gruppi industriali e militari. Apprendisti stregoni, questi governanti stanno evocando
potenze oscure. Noi invece abbiamo ben presente come la guerra devasti e
uccida, come venga utilizzata per peggiorare le condizioni di vita dei popoli del mondo e reprimere il dissenso. Le ultime guerre hanno stoppato i timidi passi verso una transizione ecologica, riportando in auge il carbone e il gas liquefatto; hanno fatto schizzare in alto i prezzi dei prodotti alimentari, rotto le catene di fornitura, bloccato i salari. Sono state utilizzate per giustificare le strette repressive e zittire il dissenso interno. Noi siamo per la pace e l’amicizia tra i popoli delmondo, per questo siamo in guerra contro la guerra, consapevoli che per sostenere le istanze di chi soffre e viene ucciso non dobbiamo farci intruppare dietro i nostri vessilli nazionali. Perché, come ricordava Bertolt Brecht, il vero nemico non è di
fronte a noi, ma marcia alla nostra testa.
Infine, il nuovo ordine mondiale è strettamente connesso a una dimensione mediatica, al possesso e al controllo delle reti, di piattaforme e strumenti di intelligenza artificiale. Dobbiamo combattere la concentrazione della proprietà privata dei canali di comunicazione, che genera la sfiducia della popolazione verso i produttori di notizie. Mai come nel ventunesimo secolo l’avanzamento tecnologico ha avuto un effetto così dirompente nelle nostre vite. Certamente i benefici dell’innovazione e anche il potenziale emancipatore di tecnologie come l’intelligenza artificiale e l’automazione sono innegabili, ma questi benefici non sono garantiti e anzi lo sviluppo tecnico è usato sempre di più per controllarci,
sfruttarci per ottenere profitto. Come negli altri settori della produzione la questione va affrontata alla radice: ripensare il modello di sviluppo, potenziare le soluzioni open-source, riconquistare la sovranità digitale contro la dipendenza eccessiva da parte dei produttori multinazionali. Vogliamo dare vita a un futuro in cui il potenziale dell’essere umano possa essere davvero liberato da un uso consapevole, intelligente e orientato al benessere collettivo delle nuove tecnologie.
Assetto istituzionale
La Costituzione italiana, nata dalla Resistenza e dalla volontà di costruire una democrazia partecipativa, è stata progressivamente snaturata, allontanando i cittadini e le cittadine dalle istituzioni. Quella che è stata considerata a lungo la migliore tra le costituzioni del Secondo Dopoguerra è rimasta in molte parti lettera morta. La Democrazia Cristiana, per garantire che l’Italia restasse nell’orbita dell’imperialismo statunitense e per tutelare gli interessi dei gruppi industriali italiani, ha infatti utilizzato repressione, clientelismo e un controllo
capillare della burocrazia per garantirsi 40 anni ininterrotti di controllo delle leve dello Stato, la marginalizzazione del Partito Comunista e, con esso, degli interessi delle classi popolari. Nonostante ciò, grazie all’opposizione politica e
sociale di una classe operaia in crescita e a una grande diffusione della cultura socialista nella società, i nostri genitori e i nostri nonni hanno ottenuto un avanzamento dei diritti politici e sociali. Con la caduta dell’URSS e l’offuscamento
di un orizzonte socialista anche nel nostro paese, la classe dominante ne ha approfittato riformando l’assetto istituzionale, trasformandolo in un sistema sempre più chiuso, in cui il potere decisionale è concentrato nelle mani di pochi, lontano dal controllo democratico.
La riforma del sistema elettorale del 1993, con l’introduzione di un sistema maggioritario, ha segnato un punto di rottura. Questa riforma, presentata come una soluzione alla instabilità politica, ha invece escluso milioni di cittadini e
cittadine da una vera rappresentanza. Il nuovo sistema elettorale ha favorito la concentrazione del potere nelle mani di pochi partiti neoliberali, strutturando l’attuale duopolio tra destra e centrosinistra, e riducendo la pluralità delle voci
e la rappresentanza delle istanze popolari. A livello locale, la riforma, istituendo un presidenzialismo diffuso, ha accentuato il distacco tra amministratori e amministrati,
creando una classe politica sempre più autoreferenziale.
Le riforme successive, in particolare la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 (preceduta dalla privatizzazione e regionalizzazione della Sanità), hanno ulteriormente complicato il quadro. Mentre si cedeva all’illusione autonomistica della Lega Nord, nei fatti si è creato un sistema in cui le decisioni sono prese direttamente dai poteri economici locali e dalle Giunte regionali,
senza una reale intermediazione democratica. L’Autonomia Differenziata, oggi al centro del dibattito politico, non è altro che l’applicazione delle regole già presenti nella Riforma del Titolo V, che rischia di accentuare le disuguaglianze chi è nato al Nord e chi al Sud e di concentrare ulteriormente il potere nelle mani di una classe politica corrotta, incapace e immorale. Negli ultimi decenni, i governi hanno sempre più spesso bypassato i parlamenti, abusando dei decreti legge e dei decreti delegati. Questa pratica, formalmente nata come strumento eccezionale per far fronte a situazioni di emergenza, è diventata la norma. Le decisioni cruciali per il paese vengono prese senza un dibattito parlamentare approfondito, riducendo il ruolo delle Camere a una mera ratifica di scelte già definite altrove. Questo ha ulteriormente allontanato i cittadini e le cittadine dalle istituzioni, concentrando il potere nei centri mediatici ed economici che sorreggono, attraverso un sistema corruttivo di carattere legale e illegale, i partiti al potere, rendendo così il processo decisionale sempre
più opaco e poco trasparente.
È in questo trend che si inserisce la proposta di riforma di “premierato” voluta dal Governo Meloni, la quale rischia di aggravare ulteriormente questa situazione. In un contesto di economia di guerra, questa riforma potrebbe portare a una concentrazione del potere ancora maggiore nelle mani del Premier, a garanzia del trasferimento di risorse pubbliche dalla spesa sociale all’industria militare e a discapito degli interessi popolari. L’obiettivo è blindare le decisioni cruciali per il paese, sottraendole al confronto democratico.
Non è dunque un caso se, a tutti i livelli, le persone disertano le urne. L’astensione è diventata un fenomeno strutturale, che riflette la totale incapacità dell’attuale sistema politico di rappresentare gli interessi delle classi popolari e di offrire una visione positiva del futuro. Questo “sciopero dell’urna” non è solo un segnale di disaffezione, ma una vera e propria protesta silenziosa contro un sistema che non rappresenta e soprattutto non propone nessuna idea di futuro. Come diceva Spinoza, “il potere ha sempre bisogno che le persone siano affette
da tristezza”. E oggi, questa tristezza si traduce in un crescente distacco tra cittadini e istituzioni, alimentato dalla percezione che la politica sia diventata un affare per pochi, lontana dai bisogni reali della gente.
Noi vogliamo che la politica torni a essere considerata uno strumento del popolo per affermare i propri bisogni e la propria visione del mondo. Non un teatro di potere, ma un attrezzo per inventare l’avvenire. Per farlo, è necessario ridare voce a chi è stato escluso, riportando la democrazia al centro della vita
pubblica e restituendo ai cittadini e alle cittadine il ruolo di protagonisti del cambiamento. Per farlo, dobbiamo riformare profondamente il nostro sistema politico e istituzionale, rendendolo più partecipativo e inclusivo.
Occorre tornare a un sistema elettorale proporzionale, che garantisca una rappresentanza reale di tutte le istanze sociali e politiche. Ma non basta: non vogliamo un impossibile ritorno impossibile al passato. Oggi lo sviluppo delle forze produttive, a partire dai mezzi di comunicazione e il livello di istruzione raggiunto dalla popolazione (oggi il 62% della popolazione italiana ha un diploma e il 20%
una laurea) consentono lo sviluppo di un governo di tipo nuovo, che metta al centro il protagonismo popolare. Vogliamo incentivare il controllo dal basso sulle amministrazioni pubbliche, superando il modello burocratico del passato, in cui la burocrazia agiva incontrollata e diventava lo strumento del potere da parte della classe dominante. Noi vogliamo sviluppare ovunque nuove istituzioni, costituite da chi lavora, usufruisce dei servizi, abita il territorio, che non solo abbiano un potere di vigilanza e di rinnovamento delle istituzioni rappresentative,
ma anche un potere di intervento effettivo. Che impediscano che effettivamente non vi siano sprechi o corruzione, che controllino che l’interesse popolare resti sempre l’obiettivo primario, che abbiano il potere di destituire
funzionari e politici che non rispettano la delega loro assegnata. Vogliamo una democrazia reale. Vogliamo il potere popolare.
Che cosa proponiamo
a) Potere popolare
• Favorire iniziative legislative dal basso;Istituire istituzioni di controllo popolare a livello locale con decentramento di funzioni e poteri sui territori (art. 118);
b) Contrasto al presidenzialismo
• Ridare centralità ai Parlamenti;Abolire le norme introdotte agli articoli del Titolo V della Costituzione dalla legge costituzionale n° 3 del 2001;
c) Rappresentanza
• Ripristinare una legge elettorale proporzionale pura senza soglia di sbarramento;
• Riconoscere il diritto elettorale attivo e passivo ai sedicenni e a tutti i residenti indipendentemente dalla cittadinanza per le amministrazioni locali (comuni e municipalità);
• Introdurre il voto digitale e/o la possibilità di esercitare il proprio diritto al voto presso il comune in cui svolge la propria attività lavorativa o si studia.
Questione meridionale e unità del paese
L’esplosione della crisi del 2008, la cui onda lunga, in Italia, da un certo punto di vista non si è mai arrestata, ha riportato in primo piano il problema, mai sopito, della questione meridionale. Negli ultimi anni c’è stata un’accelerazione: alla desertificazione industriale si è affiancato il calo demografico, più forte al Sud che al Nord e più grave, perché priva il meridione di quella che per decenni è
stata la sua principale risorsa, sia dal punto di vista del capitale che dal punto di vista delle lotte per il progresso e il miglioramento delle condizioni di vita. Oggi, complici i tagli alla spesa pubblica, le riforme costituzionali federaliste, dalla riscrittura del Titolo V all’Autonomia Differenziata, il riscaldamento climatico, il Sud sembra essere precipitato in una spirale irreversibile. Di fronte a questa
situazione le “soluzioni” proposte vanno dal razzismo fascioleghista (“abbandoniamo
il meridione al suo destino”) allo sviluppismo liberal-progressista (favorire gli investimenti delle imprese, come se non avessero avuto già abbastanza sconti e regali per installarsi, accumulare ricchezze e fuggire). La realtà, oggi
come 150 anni fa, è che la condizione peculiare dello sviluppo del capitalismo in Italia ha determinato la questione meridionale non come “errore” del sistema, o effetto collaterale dello sviluppo del Nord (un saccheggio delle risorse necessario all’accumulazione settentrionale), ma come condizione essenziale per lo sviluppo di un capitale a base nazionale e di una classe borghese unita, da Nord a Sud, nel perseguimento dei suoi interessi economici e politici. Il Mezzogiorno non è stato semplicemente “abbandonato”, è stato costruito come bacino da cui prelevare militari, poliziotti, preti, lavoratori a basso costo; un bacino di conservazione che potesse bilanciare, anche nel voto, il Nord operaio dove più forti erano le lotte. Per questo il Mezzogiorno è stato volutamente mantenuto in una condizione “arretrata” dal punto di vista capitalistico. L’unica risposta possibile per ribaltare il tavolo è ricostruire e rafforzare l’unione delle lotte tra proletariato meridionale, settentrionale e immigrato (vera e propria avanguardia da Nord
a Sud), contrastare e impedire l’ulteriore frammentazione dello Stato, ricostruire
il nostro blocco sociale contrastando tutte le forme di ipersfruttamento del lavoro e dell’ambiente di cui il Sud è sempre stato terreno di sperimentazione, resistendo alle sirene di improbabili uscite “autonome” dalla crisi, che passino per alleanze con gli oppressori meridionali in nome di un inesistente interesse
comune.
Che cosa proponiamo
- Abrogare la riforma del Titolo V della Costituzione, condizione indispensabile
per affermare che i diritti di cittadinanza di ogni italiano non possono essere differenziati, che il benessere collettivo e le infrastrutture fondamentali della vita quotidiana non sono legati né al reddito né alla geografia;
• Rigettare la pratica dei finanziamenti attraverso bandi “competitivi”: i bisogni
non si mettono a bando, vanno soddisfatti con strutture e servizi adeguati laddove mancano o sono carenti;
• Realizzare con urgenza un grande piano di reclutamento nei Comuni meridionali
di centinaia di migliaia di giovani preparati e motivati: ingegneri, economisti, sociologi, informatici, botanici, agronomi, valutatori, animatori, esperi in gestione e rendicontazione di progetti;
• Ripensare una politica nazionale per le aree interne, dalla cura dei beni e dei
servizi “fondamentali” (casa, lavoro, trasporti, scuola, salute) a risorse umane
ed economiche dedicate, procedure veloci ed efficaci, nuove strutture organizzative di attuazione e dialogo forte tra amministrazione e politica;
• Recupero dell’insostenibile divario tra il Sud e il resto dell’Italia in termini di
personale sanitario complessivo e posti letto (28,2 posti letto di degenza ordinaria
ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord) potenziando il finanziamento del sistema sanitario pubblico delle regioni meridionali;
• Piano industriale nazionale per il Mezzogiorno, che determini sulla base
di obiettivi economici, sociali e ambientali dove produrre e cosa produrre, favorendo lo sviluppo di un mercato del lavoro senza lavoro nero, basato su lavoro stabile e ben retribuito;
• Stabilire finalmente i fabbisogni standard per territorio, cioè determinare quali risorse minime sia giusto che lo Stato garantisca. Al momento si è scelto di continuare in base alla “spesa storica”, cioè in funzione di quel meccanismo perverso, quell’imbroglio, per cui a Reggio Calabria vi sono solo tre asili, mentre a Reggio Emilia 63, pur con una popolazione inferiore.
Pace e solidarietà internazionale
Gli ultimi anni hanno visto un aumento della tendenza alla guerra, delle spese militari, dei conflitti. Dai tempi della Guerra Fredda non si sentiva parlare di minacce nucleari, di corsa agli armamenti, di missili e vettori di nuovo tipo, la
cui distruzione rischia di essere senza ritorno. In questo quadro l’Unione Europea, lungi dall’essere quella “forza di pace” che dichiarava di essere fino a pochi decenni fa, ha subito una degenerazione guerrafondaia sempre più marcata. Una degenerazione che non viene dal nulla, ma è l’ultimo atto di una politica
liberista e di austerità che nasce dai trattati istitutivi e dalla costruzione reale del percorso europeo. È tutta la sua impostazione politica ed economica e la sua architettura istituzionale che vanno messe in discussione, contestate, rifiutate e alla fine rovesciate in un sistema democratico, sociale e di pace europeo, dall’Atlantico agli Urali, che non sia in conflitto con il resto del mondo e anzi sviluppi progetti di cooperazione.
Il Parlamento Europeo si è rivelato una camera reazionaria e guerrafondaia, soggetto a recepire tutte le peggiori pressioni delle lobby internazionali. Vogliamo che in prospettiva sia sostituito da un’Assemblea Costituente Europea eletta ovunque su base proporzionale, che sia la fonte dei nuovi trattati e dei poteri della futura Comunità Europea, trattati e poteri che dovranno recepire tutti i principi delle più avanzate Costituzioni dei singoli stati. Alla fine un referendum tra tutti i popoli europei dovrà ratificare le decisioni dell’Assemblea. Per il momento però ci sono delle azioni immediate che si possono condurre.
Che cosa proponiamo
- Far valere in tutte le sedi l’articolo 11 della Costituzione italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, favorire le organizzazioni internazionali rivolte “ad assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni”, promuovere la diplomazia in un’ottica di un autentico multilateralismo paritario;
• Uscire dalla NATO, alleanza militare in cui siamo subordinati agli Stati Uniti,
che agisce in maniera aggressiva verso altri Paesi, che ci impone di alzare sempre di più la spesa militare, chiudere le oltre 100 basi USA riconvertendole dove possibile in siti a uso civile;
• Costruire nuove forme di sicurezza reciproca rifondando l’ONU, dando più potere all’Assemblea Generale, riducendo il peso del Consiglio di Sicurezza eliminando lo status di membri permanenti, rendendoli tutti temporanei
(a rotazione) e incrementandone il numero;
• Contrastare l’utilizzo dell’arma del debito contro i paesi postcoloniali, superare il ricatto di embarghi e sanzioni che affamano i popoli, in primis cancellando l’infame embargo contro Cuba. Costruire l’amicizia e la cooperazione mondiale;
• Affrontare le cause profonde delle migrazioni, fornendo supporto ai paesi
in via di sviluppo per la ridurre povertà, secondo il principio della collaborazione
tra i popoli e opponendosi al colonialismo e all’imperialismo;
• Sostenere il principio di autodeterminazione dei popoli, a partire da quello palestinese;
• Portare il governo di Israele in Tribunale per genocidio e crimini contro l’umanità e bloccare il suo progetto coloniale, suprematista e razzista, che lo rende una minaccia per il mondo intero;
• Superare l’UE dei Trattati per un’Europa unita dalla democrazia, dalla pace e dalla solidarietà;
• Sostenere la neutralità dell’Italia nello scontro, in atto o in divenire, tra la NATO e le altre potenze (Russia, Cina…);
• Ritirare ogni missione militare italiana all’estero;
• Bloccare ogni invio e transito dal territorio, porti e aeroporti di armi e materiale bellico diretto ai teatri di guerra;
• Fermare la corsa alle armi: definanziare e riconvertire a scopo civile l’industria
militare dopo averla espropriata e posta sotto pieno controllo pubblico; togliere soldi ad eserciti ed armamenti, interrompendo il circolo vizioso tra profitti dell’industria bellica e capitale finanziario; smilitarizzare il Paese, a partire dalla Sardegna, dove grava il 65% del demanio militare italiano;
• Aderire al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari TPNW e quindi
disinstallare e rifiutare ogni bomba atomica sul territorio italiano;
• Interrompere ogni trasferimento tecnologico e accordo tra Università, Enti
di Ricerca e industria bellica.
Migrazioni e lotta al razzismo
“Non è il tetto che perde, il cibo meschino, il lavoro forzato a trasformare il nostro mondo in una cupa prigione… Sono le menzogne”. Così scriveva il poeta e attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa, ucciso per essersi opposto a una delle tante multinazionali che saccheggiano il continente africano. E la prima menzogna, che ne rende poi possibili tante altre, è la rappresentazione che ogni giorno ci viene propinata dei flussi migratori, dei moventi dei migranti e della loro condotta sul territorio nazionale. Non abbiamo paura ad affermarlo: quello che normalmente si dice sulle migrazioni, anche a “sinistra”, non ha nulla a che vedere con la realtà delle cose. Quella che, per motivi di consenso elettorale, viene rappresentato come un’emergenza, va piuttosto descritta come un elemento strutturale dell’attuale società capitalistica. La produzione e riproduzione di
questo sistema dipendono dalla mobilità forzata di milioni di persone, determinata da guerre, devastazioni ambientali, disuguaglianze economiche e saccheggio delle risorse naturali. Questi fenomeni, anziché essere “effetti collaterali”, si rivelano strumenti strategici di accumulazione per le economie più avanzate.
Ha senso, per capire le migrazioni e rispondere alle sfide che pone, allargare un attimo lo sguardo. Ad oggi nel mondo si contano almeno 59 conflitti attivi, di cui 21, cioè più di un terzo, nel continente africano. La cosa ci riguarda da
vicino, perché a questa guerre noi contribuiamo direttamente o indirettamente. Basti pensare che per fare la guerra ci vogliono le armi, e l’Italia è tra i maggiori esportatori di armi al mondo, con un incremento significativo dell’export negli ultimi anni (+86% tra il 2019 e il 2023 rispetto al quinquennio precedente). Ma
non solo. A volte l’Italia è entrata attivamente nei conflitti sociali e politici del continente africano e del Medi Oriente con le sue imprese. E, come tutti i Paesi del Primo Mondo, ha contribuito a produrre la catastrofe ecologica in cui siamo tutti e che però pesa di più su qualcuno… I cambiamenti climatici e fenomeni
meteorologici estremi colpiscono infatti in modo sproporzionato i Paesi del Sud globale. Secondo l’IDMC, nel 2023, oltre 43 milioni di persone sono state costrette a migrare per cause legate al clima.
Ancora, il debito è una delle principali cause di dipendenza economica per i Paesi dai quali provengono le persone che giungono sul territorio italiano. Per taluni Paesi cosiddetti “in via di sviluppo” la spesa per il debito supera quella per la sanità e l’istruzione, mentre le fluttuazioni dei tassi di interesse rendono i rimborsi ancor più gravosi. Questo ciclo di indebitamento trasferisce risorse dai Paesi poveri ai Paesi ricchi, tra cui anche l’Italia, impedendo uno sviluppo sostenibile e perpetuando le disuguaglianze, una nuova forma di colonialismo che spesso viene mascherata come sostegno caritatevole operato dai Paesi a capitalismo avanzato.
La realtà è che coloro che sono costretti a emigrare costituiscono forza lavoro a bassissimo costo nel mercato del lavoro dei Paesi che hanno contribuito a determinarne l’espatrio. Ancora un esempio: oltre il 30% della manodopera agricola italiana, il 70% di chi lavora nel settore dell’assistenza alla persona, circa il 15% di chi è impiegato nell’edilizia è straniero, e versa in condizioni di sfruttamento estremo, in assenza delle seppur minime tutele. La disciplina vigente
in materia di immigrazione è stata concepita dal legislatore essenzialmente come un strumento di repressione e controllo di una parte delle lavoratrici e dei lavoratori che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo del Paese. Infatti,
intendendo la permanenza in stato di libertà di esseri umani aventi la cittadinanza di Paesi Terzi legata alla condizione lavorativa, pone quest’ultimi in una condizione di subalternità alla parte datoriale che rasenta la prostrazione. Non solo! Ingenera artificialmente un regime di competizione a ribasso, concernente il salario e le tutele, tra lavoratori italiani e non.
Inoltre, la normativa vigente in materia di flussi d’ingresso, prevedendo la concessione del visto per motivi di lavoro esclusivamente previa richiesta della parte datoriale e non prevedendo canali d’ingresso sicuri per tutti coloro che necessitano di protezione internazionale, contribuisce all’implementazione di fenomeni
speculativi legati al traffico degli esseri umani operato da organizzazioni criminali transnazionali e determina drammaticamente la perdita di migliaia di vite umane. Ancora, il sistema dell’accoglienza istituzionale dei rifugiati e dei richiedenti la protezione internazionale, così come disposto dal D.lgs 142/2015, prevedendo che l’erogazione del servizio venga effettuata da attori privati, alimenta fenomeni di drenaggio del danaro pubblico a fronte di sistematiche violazioni
dei diritti delle persone accolte. Ed infine, il principio espresso dalla L. 91/1992, secondo il quale un minore, nato in Italia da genitori stranieri, non gode dei diritti di cittadinanza fino al compimento della maggiore età ovvero
che un minore giunto nei primi anni di vita sul Territorio non possa acquisire la cittadinanza seppur cresciuto e radicatosi nel Paese, non può non essere considerato un fattore gravemente discriminatorio ed elemento cardine dell’acuirsi
della condizione di marginalità sociale nel settore giovanile.
Alla luce di ciò, si può ben dire che le politiche migratorie, per come sono state concepite ed attuate finora, si configurano, non solo, come lesive dei diritti delle persone migranti, ma della collettività tutta. Data la non-riformabilità dell’impianto normativo in materia d’immigrazione attualmente vigente, vista la sua completa inadeguatezza, è nostra intenzione inaugurare un nuovo modello, basato sulla tutela dei diritti di tutta la popolazione straniera presente sul territorio italiano, mirato al pieno sviluppo delle capacità umane e che non preveda forme di privazione della libertà in relazione
alla propria origine.
Che cosa proponiamo
a) Flussi d’ingresso
• Al fine di tutelare l’interesse del lavoratore straniero che intende fare ingresso per svolgere attività lavorativa subordinata ed inoltre per contrastare le organizzazioni transnazionali dedite al traffico degli esseri umani, operanti
tale attività per mezzo di meccanismi corruttivi che coinvolgono datori di lavoro in esercizio in Italia, funzionari delle Rappresentanze Diplomatiche Italiane all’estero, funzionari delle Prefetture Italiane, vogliamo l’istituzione
di un visto d’ingresso per formazione e ricerca lavoro, la cui concessione è legata alla conclusione del progetto formativo presso i centri di formazione professionale attivi nei Paesi Terzi, di cui alla lettera c). In seguito alla
concessione di detto visto, si prevede il rilascio del permesso di soggiorno recante la dicitura ricerca lavoro e formazione di cui alla lettera b). Le quote inerenti la concessione di tali visti d’ingresso verranno stabilite in proporzione
alle reali esigenze di sviluppo dei settori lavorativi;
• Al fine di tutelare massimamente l’incolumità degli esseri umani che hanno lasciato il Paese d’origine e che permangono nei Paesi c.d. di transito (Tunisia, Marocco, Libia, Egitto, Algeria, Turchia, Area Balcanica), altresì con l’intento di contrastare le organizzazioni criminali dedite al traffico degli esseri umani per via terrestre ovvero marittima, vogliamo l’istituzione di corridoi umanitari di ampia portata, i cui beneficiari, una volta giunti sul
territorio italiano, avranno facoltà di inoltrare istanza di protezione internazionale ovvero di rilascio del permesso di soggiorno per ricerca lavoro e formazione di cui alla lettera b);
b) Permesso di soggiorno
• Al fine di tutelare i lavoratori stranieri presenti irregolarmente sul territorio, altresì con l’obiettivo di garantire lo sviluppo dei diversi settori lavorativi, di prevenire ulteriori fenomeni di segregazione residenziale interne alle
metropoli ovvero di carattere rurale, di efficientare la spesa sanitaria effettuando
un corretto previsionale che contempli tutti gli individui presenti sul territorio italiano, vogliamo l’istituzione di un permesso di soggiorno per formazione e ricerca lavoro, di durata biennale, previsto per tutti coloro che versano in condizione di irregolarità amministrativa, previa adesione al programma di formazione di cui alla lettera c);
• Al fine di garantire la continuità dell’accesso ai diritti fondamentali riconosciuto al lavoratore straniero, nonché con l’obiettivo di snellire e semplificare le procedure di rilascio dei titoli di soggiorno, vogliamo che la durata del permesso di soggiorno per motivi di lavoro sia estesa a tre anni, prescindendo dalla tipologia di impiego;
• Al fine di garantire l’inclusione sociale del cittadino straniero, nonché con l’obiettivo di snellire e semplificare le procedure di rilascio dei titoli di soggiorno, vogliamo che la durata della permanenza sul territorio necessaria
all’inoltro della richiesta di carta di soggiorno per lungo periodo sia ridotta da cinque a tre anni;
• Al fine di tutelare l’interesse del cittadino straniero giunto in Italia nel corso della minore età, nell’ottica di contrastare il fenomeno di marginalizzazione della componente giovanile di origine straniera e di facilitare lo svolgimento
delle attività del Comitato per i Minori Stranieri afferente al MLPS, attualmente deputato al rilascio del parere e di garantire il pieno sviluppo delle proprie capacità umane, vogliamo l’abolizione della procedura di rilascio del parere, attualmente vincolante per la prosecuzione della permanenza nel Paese del minore straniero non accompagnato che ha compiuto la maggiore età. A tale presupposto si sostituisce l’adesione al progetto di formazione
di cui al punto c);
c) Accoglienza e formazione
• Al fine di garantire lo sviluppo delle capacità umane, in particolare delle competenze di carattere tecnico-linguistico, per tutti coloro che, residenti nei Paesi Terzi, intendono richiedere il visto d’ingresso per formazione e ricerca lavoro di cui alla lettera a), vogliamo l’abolizione degli accordi per i rimpatri e controllo dei flussi migratori stipulati con i Paesi Terzi. In sostituzione è necessario l’ampliamento, nei Paesi nei quali sono già in operatività, ovvero l’istituzione, laddove non ve ne siano di attivi, di centri di formazione linguistica e professionale, aventi la finalità di svolgere un progetto
formativo di carattere linguistico e tecnico-professionale, per settori di competenze, della durata di sei mesi. Il completamento di tale percorso si pone come presupposto per la concessione del citato visto d’ingresso;
• Al fine di garantire il reale diritto all’accoglienza per i cittadini stranieri richiedenti la protezione internazionale, di garantire la conclusione del percorso
formativo per tutti coloro che hanno fatto ingresso tramite il visto di cui alla lettera a) e la loro inclusione sociale, di contrastare i fenomeni
speculativi in essere nel settore dell’accoglienza precedentemente descritti, nonché il fenomeno della segregazione residenziale, vogliamo l’abolizione dei centri di accoglienza straordinaria, il superamento della distinzione discriminatoria tra primo e secondo livello di accoglienza, l’internalizzazione del servizio sotto il controllo statale in conformità ai principi di efficienza ed economicità. In sostituzione riteniamo necessaria l’istituzione di un servizio di accoglienza e formazione, afferente alle amministrazioni locali, deputato alla programmazione dell’insediamento abitativo dei cittadini stranieri in nuclei conviventi di un numero massimo di cinque per abitazione.
Tale organo, inoltre non si intende con funzione di sorveglianza, bensì di assistenza esterna e orientamento alla formazione scolastica, all’accesso al sistema sanitario nazionale, al benessere psicofisico, all’assistenza legale.
Infine, sovrintende e svolge funzione di raccordo per ciò che concerne i programmi di formazione previsti per coloro che giungono tramite visto
per formazione e ricerca lavoro ovvero già presenti sul territorio in condizione di irregolarità inoltrano istanza di rilascio del permesso di soggiorno recante la medesima dicitura, previa adesione al detto programma;
d) Diritti di cittadinanza
• Al fine di tutelare l’interesse del minore di origine straniera, di contrastare il fenomeno della marginalità sociale tra i giovani, di garantire il pieno sviluppo delle proprie capacità umane, di tutelare la coesione sociale, intesa
come progresso di tutte le sue componenti, vogliamo il riconoscimento della cittadinanza italiana per tutte le persone di origine straniera nate in Italia ovvero per tutti coloro che, giunti in età scolare, hanno completato il percorso di studi. Inoltre, riteniamo necessario ridurre il requisito concernente il periodo di residenza necessario al conseguimento della cittadinanza
italiana per coloro che sono giunti in età adulta, da dieci a cinque anni. La relativa istruttoria, successiva all’istanza ad un massimo di un anno.
e) Procedure amministrative di rilascio dei titoli di soggiorno e fine delle forme di detenzione amministrativa
• Al fine di tutelare l’interesse della persona straniera, di evitarne la criminalizzazione e di tutelarne il benessere psico-fisico, altresì con l’obiettivo favorire il corretto e buon andamento della Pubblica Amministrazione, vogliamo che gli organi del Ministero dell’Interno, quali gli Uffici Stranieri delle Questure, vengano sollevati dall’onere della valutazione inerente il rilascio/
rinnovo dei titoli di soggiorno. Si rende a tal fine necessaria l’istituzione ex novo di organi dipendenti dalle Amministrazioni locali, non più intesi con funzione di controllo, bensì come mero servizio dedicato al cittadino straniero;
• Dato il nuovo modello riguardante le politiche migratorie fin qui descritto, che non contempla in alcun modo forme di privazione della libertà in seguito a condizioni di irregolarità amministrativa, vogliamo che sia abolito il
reato di immigrazione clandestina e con questo anche le strutture deputate alla detenzione ad oggi attive. Vista l’impossibilità della riconversione delle dette strutture, denominate Centri di Permanenza per i Rimpatri, alla luce
della loro architettura, ubicazione e stato dei luoghi, riteniamo che queste debbano assumere una funzione museale, in quanto monito per le generazioni future;
f) Tutela delle vittime del traffico degli esseri umani e dei loro congiunti • Al fine di garantire l’incolumità delle persone straniere vittime di traffico con finalità di sfruttamento sessuale ovvero del lavoro, nonché per contrastare
le organizzazioni criminali operanti tale traffico, vogliamo il rafforzamento del Sistema Nazionale Anti – tratta in ordine alla capacità di accoglienza delle vittime e alla possibilità intervento immediato, nonché che venga ottimizzato il raccordo con le istituzioni locali e gli attori operanti nel settore;
• Al fine di tutelare l’interesse del nucleo familiare della vittima, residente nel paese d’origine, è necessario che, in luogo dell’abolizione degli accordi con i Paesi Terzi tesi al rimpatrio, vengano istituiti, laddove non ve ne sono in essere, ed implementati considerevolmente nei laddove sono presenti, accordi che prevedano programmi di protezione in loco, che fungano fa ponte per un eventuale trasferimento in Italia.
Media, tecnologie e diritti digitali
L’attuale grado di sviluppo delle tecnologie applicate all’informazione presenta
contemporaneamente potenzialità e problemi enormi. Fino a soltanto 30 anni fa il processo informativo era quasi esclusivamente monodirezionale. La televisione era saldamente in mano ai grandi gruppi industriali o ai governi, qualche voce alternativa, qualcuna significativa, tra radio e carta stampata. La diffusione di massa dell’accesso ad Internet ci fa vivere oggi immersi in un flusso informativo costante e, a differenza del passato, pluridirezionale. Se questo offre da un lato enormi potenzialità di liberazione – oggi chiunque può produrre, diffondere, ricevere testi, musiche, video, audio etc – dall’altro rafforza l’oppressione. Lo spazio web, infatti, è sottoposto a forme di concentrazione proprietarie senza precedenti nella Storia, e oggi per la maggior parte coincide con i recinti delle piattaforme, i cui algoritmi di funzionamento hanno il controllo assoluto sulla
diffusione dei contenuti. Inoltre l’uso e il semplice possesso di strumenti di connessione
consente ai colossi del web di estrarre e accumulare infinite quantità di dati di ogni tipo su chiunque. Questo processo è stato alla base dello sviluppo del potere dei colossi della Silicon Valley e, oggi, del “nutrimento” dei software
di cosiddetta Intelligenza Artificiale, che sono i nuovi campi su cui si sta giocando una feroce competizione internazionale.
Contemporaneamente, la natura stessa della tecnologia applicata al settore e il suo irriducibile carattere “democratico” (possedere uno smartphone è più facile che possedere una tipografia o un canale televisivo) fanno sì che sia
sempre possibile – e sempre più facile – sottrarsi al dominio dell’informazione
dominante e della tecnologia proprietaria, a patto di essere consapevoli del fatto che si tratta di un campo di battaglia e di non cedere al tecno-entusiasmo da un lato o al neo-luddismo dall’altro. Nostro compito è quindi quello di muoverci su più piani – tecnico, politico, ideologico, rivendicativo – per riconoscere i rapporti di dominio, contrastarli, liberare il potenziale emancipatorio delle nuove tecnologie (potenziale intrinseco ad ogni innovazione tecnologica) ed usarle contro chi ci opprime.
Da un lato quindi è necessario agire a livello normativo per garantire la libertà e pluralità d’informazione, contrastando i processi oligopolistici e favorendo la nascita e la diffusione di un numero sempre maggiore di media liberi ed eterogenei; dall’altro dobbiamo favorire lo sviluppo di consapevolezza e coscienza critica rispetto ai nuovi media, alle piattaforme e alle tecnologie. Infine occorre
lottare per fermare e impedire l’esproprio totale di dati da parte dei colossi del web e contrapponendo, anche in chiave strategica, una gestione e un controllo pubblico, aperto, libero e trasparente dei dati e delle tecnologie ad essi applicate.
Che cosa proponiamo
a) Media
• Garantire un diritto ad un’informazione libera e plurale, rompendo e impedendo la creazione di oligopoli con regole ben definite di market share non superabile; imporre limiti all’accentramento dell’informazione nelle mani di pochi “gruppi editoriali”;
• Istituire un modello di servizio pubblico costruito su universalità, indipendenza politica, controllo pubblico sull’utilizzo dei fondi, governance e regolamentazione;
• Abolire l’assegnazione politica delle cariche nel servizio pubblico;
• Introdurre obblighi di pluralità per le piattaforme tech, come reportage trasparenti
sull’uso degli algoritmi e obbligo di pluralità, con annesso regime sanzionatorio;
b) Tecnologie
• Proponiamo un ecosistema digitale pubblico e open source, basato sulla condivisione libera della conoscenza e sullo sviluppo collettivo di soluzioni tecnologiche, sottratto al controllo delle multinazionali, soprattutto per le
infrastrutture critiche e la pubblica amministrazione centrale e locale;
• Proponiamo lo stop alle multinazionali dell’informatica, costruiamo un ecosistema tecnologico alternativo basato sulla cooperazione e la sovranità digitale;
• Costruiamo una transizione digitale socialista rispettosa dell’ambiente;
• “Ecologia digitale” (software liberi e lunga vita ai devices);
• Diffondere la presenza di spazi pubblici, liberamente accessibili, con personale
qualificato per supportare la cittadinanza all’utilizzo dei servizi digitali;
• Promuovere le Library of things cioè tipi di biblioteche dove si prestano non solo libri ma anche strumenti di lavoro e si impara ad utilizzarli per della semplice manutenzione hardware e software dei dispositivi di maggior
utilizzo come cellulari, pc e tablet;
• Istituire una agenzia pubblica per infrastrutture di rete (internet pubblico);
• Garantire il controllo pubblico sui sistemi di intelligenza artificiale;
c) Privacy e diritti digitali
• Proporre una moratoria internazionale sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito militare, contrastando ogni forma di sorveglianza di massa e tecnologie intrusive come il riconoscimento biometrico in tempo reale, il controllo emotivo e la polizia predittiva;
• Proporre leggi che vietino il controllo indiscriminato e massivo tramite sistemi
automatizzati su lavoratori perché rivendichiamo l’implementazione delle tecnologie per ridurre la fatica e il tempo di lavoro;
• Proporre l’estensione universale dei diritti digitali nati a livello europeo, inclusi migranti e persone in zone di conflitto;
• Rivendicare il rafforzamento del diritto alla protezione dei dati personali e della riservatezza: via le eccezioni legate a logiche di mercato del GDPR, no alla mercificazione dei dati personali come i sistemi “Pay or consent”;
• Rivendicare un’automazione responsabile e trasparente della pubblica amministrazione, che sia ragionata e progettata sulla base dei bisogni e in considerazione dei limiti e dei rischi delle tecnologie impiegate.
Più che una conclusione, un inizio
L’abbiamo già detto nell’introduzione: questo programma nasce innanzitutto dal bisogno di fare qualcosa, ma non qualsiasi cosa. Spesso di fronte all’ingiustizia agiamo in modo emotivo, reattivo: restiamo così sulla superficie delle cose, dove è più difficile essere spazzati via. Noi pensiamo invece serva, se si vuole strappare la vittoria, ragionare nel modo più preciso e scientifico possibile. Così questo programma nasce dal bisogno di costruire una nostra visione del mondo, diversa da quella che ci propinano ogni giorno, e di raccogliere e dare forma
unitaria alle tante esperienze parziali di movimenti e cittadini. Nasce per vincere la rassegnazione e svegliare l’immaginazione, per dimostrare che le cose si possono fare, che di buone idee ci sono, che da tante parti già vengono applicate e funzionano. Nasce per essere uno strumento, per incontrare persone nuove, dibattere, alzare il livello della politica italiana.
Ma allora, se è così, arrivati alla fine di queste circa 200 proposte, possiamo dire in realtà che siamo solo all’inizio. E che il vero lavoro comincia solo adesso.
Per due motivi.
In primo luogo perché questo programma vogliamo portarlo sui territori, in un ciclo di assemblee aperte, alle esperte e agli esperti della nostra parte, ovvero comitati di cittadini, associazioni, gruppi, collettivi, movimenti sociali. Siamo certi infatti che, a contatto con altre storie e analisi, la nostra traccia di lavoro si possa arricchire, sviluppare, precisare ancora di più, magari diventare un wiki permanente del sapere popolare. Abbiamo affrontato tutti i maggiori temi della nostra vita politica, ma ancora molto manca e merita di essere trattato. Ci serve più studio, più dibattito, più incontri.
In secondo luogo il lavoro comincia solo adesso perché questo programma in divenire deve intrecciarsi da subito con le battaglie nelle quali siamo impegnati, come militanti di base, come studenti o lavoratori, come consiglieri nelle istituzioni… Siamo sicuri che qualcuno sorriderà di fronte al fatto che un movimento ancora elettoralmente piccolo come il nostro abbia già tutte queste proposte. Sappiamo infatti che la politica italiana non tiene molto conto dei programmi, anche perché in realtà, sulle cose essenziali, hanno tutti lo stesso: non si discute il mondo com’è, al massimo i dettagli. Per loro quindi non ha senso pensare le strutture economiche o sociali, capire come modificarle. Anzi più hai un programma, più sei vincolato nei tuoi accordi, nei tuoi maneggi, per assicurarti un posto in parlamento, un posto nell’azienda partecipata, un poco di potere e visibilità nel sottobosco della politica…
Noi, anche qui, vogliamo fare tutto al contrario. Che significa innanzitutto essere ambiziosi. Se facciamo politica è perché pensiamo di crescere, pensiamo che queste proposte guadagneranno spazio, che avremo possibilità di sperimentarle e di applicarle. Chiaramente chi comanda cercherà sempre di farti apparire ridicolo, per minare la fiducia nei tuoi mezzi, ti riporterà sempre a quanto è difficile il tuo compito, ti porterà a rinunciare o a farti cooptare. Le tecniche sono sempre le stesse, chi comanda non ha molta fantasia. Ma non è solo la nostra
ambizione quello che ci ha guidato in queste pagine. È l’idea che l’azione politica nel suo complesso non è sempre misurabile. Certo, c’è l’indicatore senza scampo del voto, o del numero di eletti, ma ci sono anche tanti altri indicatori da tenere presente. Quanti militanti, quante Case del Popolo, quante azioni di lotta, quante vite riscattate, quanto lavoro sociale o sindacale? E non solo. L’azione politica non si esaurisce solo nell’immediato. Ha molte direzioni, si spande. A volte è come lanciare il sasso in uno stagno: i cerchi si allargano ben oltre il punto di impatto. Una forza politica può essere qualcosa che mette movimento in uno stagno, che apre dibattiti, dà un po’ di fermento alla società, genera consenso intorno a delle misure, spinge il nemico a esporsi o accelerare.
Non possiamo sapere da ora quanto lontano arriveranno i cerchi di questo sasso che è il programma. Ma sappiamo che dobbiamo lanciarlo perché questo stagno che sembra essere diventata l’Italia fa presto a diventare una palude, dentro cui affondano le migliori intenzioni. Magari qualcuno sarà interessato e verrà con noi, magari qualcuno penserà di imitarci e sarà in grado di fare meglio, magari qualcuno riprenderà queste proposte e ci indicherà come riuscire. L’importante è che qualcosa di giusto si faccia, che qualcuno lo faccia.
Nel frattempo, il programma deve servire a invitare alla partecipazione politica molte altre persone e soprattutto i giovani del nostro paese. Perché nulla di quello che sta scritto qui dentro si riuscirà mai a ottenere se non c’è un’organizzazione, anzi, delle organizzazioni forti a tutti i livelli, che possano sostenere e allargare i conflitti che sempre si daranno. In questo senso le pagine che avete tra le mani sono davvero una cassetta degli attrezzi. Bisogna chiuderle ora, per prendere quello che ci serve, e andare a montare e smontare.
Perché, come diceva il grande poeta e rivoluzionario José Martí e come abbiamo scritto non a caso sulle nostre tessere: “La migliore maniera di dire è fare”.