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Federico Zappino, filosofo e traduttore queer

Pratico un astensionismo attivo da circa dieci anni, non recandomi a votare e persuadendo le persone attorno a me a non farlo. Lo faccio non solo, o non tanto, in ossequio alla fascinazione per l’irrappresentabilità. Lo faccio, piuttosto, per la ferma convinzione che quando le alternative sono false alternative, e la possibilità di proporne una sia resa sistematicamente impossibile, l’unica scelta politicamente responsabile sia la sottrazione all’obbligo di scegliere tra quelle facce della stessa medaglia presentate, tuttavia, come alternative. Che fossero di centro-sinistra o di centro-destra, tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi vent’anni, in quanto espressione degli schieramenti maggioritari, si sono trovati perfettamente sintonici nell’implementazione di leggi e riforme neoliberiste che massimizzassero la precarizzazione e le diseguaglianze sociali, che erodessero e criminalizzassero gli spazi del dissenso, che elargissero illusorie ed escludenti libertà.

Quest’anno c’è una novità. Questa novità consiste nel fatto che i principali schieramenti percepiscono che il sostegno diffuso vacilla, e che l’astensionismo crescente – sempre esplicitamente stigmatizzato dalle istituzioni, dai partiti e dai media – imporrebbe, alla lunga, un problema di legittimità. Quest’anno occorre dunque alzare il tiro per portare la gente alle urne a esprimere il proprio “voto utile” nei riguardi della coalizione di centro-sinistra o di quella di centro-destra, ciascuna delle quali si autodefinisce come l’unica forza in grado di governare. E per alzare il tiro occorre legittimare i partiti fascisti, occorre costruirli come parti di un processo di deliberazione plurale e democratica, occorre tutelare la loro libertà di espressione, anche con il dispiego della forza legittima. E anche se quella espressione che si intende tutelare è razzista, sessista, omo-transfobica.

La responsabilità di questa legittimazione democratica dei partiti fascisti non è solo dei media. La responsabilità è innanzitutto di quegli esponenti politici di centro-sinistra e di centro-destra che puntualmente continuano a minimizzare la minaccia proveniente dai partiti fascisti, rifiutandosi ad esempio di rispondere alle domande in proposito che pure alcuni, pochi, giornalisti preoccupati pongono loro, o rifiutandosi di specificare che la generica, e facile, condanna della “violenza” non necessariamente prevede la condanna e la ferma presa di distanza da quei partiti nostalgici che loro stessi hanno contribuito a legittimare come degni di prendere parte a una competizione democratica e dunque, in quanto tale, nonviolenta. Ancora più importante di questo, però, è forse dire che la responsabilità è di quelle forze politiche che attualmente ricoprono ruoli istituzionali di primo piano, tra cui il Presidente della Repubblica, che è l’unica figura istituzionale a detenere il potere di indire le elezioni (art. 87 Cost.) e che ha però il dovere di farlo nel rispetto del suo mandato più ampio, che consiste nell’obbedienza ai principi costituzionali (art. 91 Cost.). Il pur discutibile atto fondativo della Repubblica poggia sull’indiscutibile principio dell’antifascismo e proibisce la riorganizzazione del partito fascista, in qualunque sua forma. Ciò è sancito dall’articolo XII delle Disposizioni transitorie e finali della Costituzione. La prima parte di questo articolo costituisce una disposizione finale, in quanto tale immutabile, e trova attuazione concreta nella legge n. 65 del 1952 (la “legge Scelba”), che la integra con il reato di apologia del fascismo.

Tutto ciò non significa forse che, nell’indire le elezioni, il Presidente della Repubblica non dovrebbe poter ritenere costituzionalmente ammissibile una candidatura che si fondi sull’opposizione al principio antifascista della Costituzione stessa? La Costituzione, in altre parole, non indica forse inequivocabilmente che il riorganizzato partito fascista debba essere escluso dalla competizione democratica? La democraticità di quella competizione non dipende forse, innanzitutto, dalla sua esclusione? Noi oggi non assistiamo solo alla compiuta riorganizzazione di partiti che si autodefiniscono fascisti e che dichiarano di non rinnegare il fascismo come ideologia e come momento della storia. Noi assistiamo anche alla sua legittimazione democratica, alla possibilità di candidarsi a entrare nel prossimo parlamento. L’articolo 91 della Costituzione disciplina la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, nel caso in cui contravvenga al suo dovere di rispettare, o di far rispettare, i principi costituzionali. E dal momento che l’antifascismo costituisce precisamente uno di questi principi, l’attuale Presidente della Repubblica dovrebbe essere messo in stato d’accusa per alto tradimento della Costituzione.

Si potrebbe obiettare che molti altri principi costituzionali siano stati resi oggetto di costante e ripetuto tradimento, e annientamento, proprio da parte di quelle forze politiche che, in tutti questi anni, hanno implementato e sostenuto leggi e riforme che hanno letteralmente minato alle fondamenta ogni proposito redistributivo, ogni idea o progetto di solidarietà, di eguaglianza sostanziale e di giustizia sociale, anch’essi egualmente a fondamento della Costituzione. Per quanto possa essere vero, questa obiezione non rende tuttavia vana questa istanza; al contrario, costituisce una ragione in più per portarla avanti. Si dà il caso, infatti, che anche larga parte dei progetti politici dei partiti fascisti prendono le mosse proprio dall’urgenza di porre rimedio alle diseguaglianze e alle ingiustizie ingenerate da decenni di leggi e riforme neoliberiste anti-sociali, e mirano a riscuotere consensi proprio tra quegli strati popolari in cui la percezione della sistematica diseguaglianza e della sistematica ingiustizia ha innescato gli effetti più tossici, scoprendo i nervi mai devitalizzati del maschio bianco, del suo etero-sessismo, del suo razzismo, della sua violenza, del suo deserto impolitico. È per questo che un fermo antifascismo, anche istituzionale e costituzionale, dovrebbe essere parte integrante di un progetto politico di sinistra che miri a entrare in parlamento, che miri a contrastare ogni diseguaglianza e ogni ingiustizia, ma che miri a farlo, tuttavia, in un modo molto specifico. Chiunque, a sinistra, si spenda teoricamente e praticamente per un’aspirazione di eguaglianza sostanziale e di giustizia sociale dovrebbe mettersi in testa che l’ipotesi di trasformazione dell’attuale ordine sociale ed economico, con tutte le sue inaccettabili e naturalizzate diseguaglianze e ingiustizie, è destinata a fallire se non è guidata idealmente da una trasformazione di principio delle modalità di produzione, riproduzione e organizzazione sociale delle relazioni che producono le “differenze” di genere, sessuali, razziali e di abilità psicofisica in modi che sono indistinguibili dalle diseguaglianze, anche e soprattutto economiche e materiali. Che tipo di eguaglianza sostanziale e di giustizia sociale dovremmo immaginare se le loro basi culturali sono quelle differenze che puntualmente si trasformano nelle forme sociali della diseguaglianza e dell’ingiustizia? È la risposta a questa domanda a fare la differenza. Non basta dichiararsi anticapitalisti – anche i fascisti dichiarano di essere anticapitalisti. Un anticapitalismo di sinistra deve fondarsi sulla sovversione di tutti i differenziali di potere che producono ingiustizia e diseguaglianza. Non si tratta di due questioni distinte, quanto piuttosto della stessa cosa. È attraverso quei differenziali di potere, infatti, che il fascismo edifica, e rinnova, il suo consenso.

Molte persone, attorno a me, si recheranno a votare per arginare la possibilità che i partiti fascisti possano raggiungere la soglia che consenta ad anche uno solo di loro di entrare in parlamento. Molte persone, temo, voteranno il Partito Democratico, per paura, realizzando così l’auspicio alla base di questa legittimazione istituzionale del fascismo. Molte altre voteranno il Movimento 5 Stelle: si tratta di persone deluse, arrabbiate, si tratta di persone che si sentono tradite e abbandonate dalle istituzioni, e che hanno troppi, e ottimi, motivi per pensarlo. Spetta a chi crede che questa delusione e questa rabbia possano costituire la base per la costruzione di una democrazia politicamente più promettente – spetta a loro il compito di offrire una possibilità a chi ragionevolmente crede di non averne più nessuna. Per quanto mi riguarda, questo onere spetta a Potere al Popolo.

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